Vite in attesa – di Cinzia Pagliara

Aspettava il suo turno tenendo gli occhi chiusi: la luce del neon era proprio sulla sua testa, implacabile, incurante dei brividi che la scuotevano, asettica come tutte le luci degli ospedali, abituata alle attese e alla sofferenza. Sarebbe rimasta così, immobile e impegnata a stringere le palpebre e a non guardare, ma la voce di qualcuno le lacerava il cervello: ”Non guardare – si diceva – che t’importa? Chiudi gli occhi, scappa”… ma la voce era potente, anche se roca, era sicura, anche se vibrava di sospiri sfuggiti: “è la fine – ripeteva – è la fine” ed erano come pugni nello stomaco. Così aprì gli occhi, per inseguire la voce. Usciva da un corpo minuscolo, quasi un sacco scomposto in mezzo al letto, bianco come le lenzuola, le braccia magre che si muovevano come quelle di un attore nel monologo centrale di un dramma, “è la fine – ripeteva – è la fine” e bisognava chiudere subito gli occhi e dimenticare, e ripetersi che no, non era la fine, ripeterlo come un mantra, come una nenia che facesse addormentare. Serrò gli occhi, come un neonato davanti ai primi raggi di sole. Una madre accudiva una ragazzina che piangeva stringendo l’addome con le mani, ma non era il dolore, era paura del medico e sembrava inopportuna in quel momento e in quel luogo in cui le vite sono nelle mani di ombre che si muovono con passi sempre troppo di fretta, ombre che si differenziano per i colori: verde grillo parlante, blu acqua profonda, azzurro cielo di bambini. Ogni colore un ruolo, mentre si sta in attesa. Richiuse gli occhi, perché non diventassero curiosi… ma la stanza per quanto grande non bastava a nascondere i perché delle vite che si erano ritrovate casualmente lì, così quando l’ombra verde e l’ombra blu parlarono alla mamma fu chiaro il perché di quelle lacrime impaurite e di quelle mani sull’addome, come se potessero cancellare la nuova vita che si era aggrappata a quelle pareti. La voce aveva ripreso ad urlare “è la fine, è la fine”, gli occhi spalancati a fissare qualcosa che non c’era. Bisognava chiudere di nuovo gli occhi, e dire no, no. No. La donna guardava gli occhi della ragazzina in silenzio. Quando un’ombra azzurra come in cielo dei bambini portò via la barella però, madre e figlia si tenevano per mano, ognuna aggrappandosi all’altra, secondo un equilibrio instabile e prezioso. Così, mentre un’ombra verde grillo parlante chiamava il suo nome,  si disse in un pensiero che sembrava un sorriso… “a volte la fine è un inizio”.

 © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.