Vita e morte del Grunge – di Vincenzo Corrado

Il grunge è stata la musica di quella generazione di ragazzi venuti su a colpi di punk, ma anche pregni di quei suoni heavy assimilati dall’ascolto di band come Led Zeppelin, Black Sabbath, passando per la lezione immortale che Iggy Pop and the Stooges hanno impartito al rock’n’roll, e di quel sound sferragliante di melodie e spigolosità che è la musica di Neil Young, quando insieme ai suoi fidati Crazy Horse, attacca la spina degli strumenti agli amplificatori. Questa è anche la storia di una città Seattle, dell’etichetta discografica Sub Pop, e della deviazioni che band come Mudhoney, Soundgarden e Nirvana, hanno impresso al rock sul finire degli anni ottanta, con quella musica contaminata di stili. Un fenomeno durato un battito di ciglia, giusto il tempo di influenzare uno o due decenni di musica underground. In principio fu Lester Bangs il più irriverente dei critici rock, ad usare il termine grungy (sporco, sudicio) nel suo articolo Psychotic Reactions and Carburetor Dung”“Count Five […] ripped their whole routine off with such grungy spunk”. Anche se a vedere quello che succedeva non ci arrivò, non resistendo alla morte. Tuttavia, secondo altre letture, il termine pare sia stato coniato da Mark Arm leader dei Mudhoney, uno dei primi pionieri in assoluto del movimento. Come dicevamo, il grunge è un feto partorito in quella Seattle rabbiosa e gracchiante come una pera di odio (e qui che gli Stooges fanno il pieno) dove bastava avere una discreta tecnica strumentale ed un urlo di dolore dentro il petto, per trasmettere tutto il disagio di una generazione allo sbando. Il demone del bianco calore s’insinuò diffondendosi per tutta la città, e nei locali dove si suonava, arrampicandosi sui gusci vuoti e, fluttuando, rese cieco chiunque. Anche l’estetica di quelle band si specchiava direttamente nel loro sound trasandato, scialbo e sgangherato. Jeans strappati (come i Ramones) magliette bucate e lerce, scarpe (Converse o anfibi) logore, camicie di flanella a quadrettoni e capelli lunghi… il look di Neil “cavallo pazzo” Young. Un modo di vestire che si diffuse rapidamente come un virus incontenibile, fino ad influenzare l’altra metà dei 90, per arrivare ai Millennials di oggi. Lo spirito del grunge viene fecondato da quello stato del “we don’t care”, del nichilismo, dell’apatia, della voglia di (non) reagire. La vita per quei ragazzi aveva esattamente lo stesso valore della morte, senza alcuna differenza che limasse i due confini anzi, quella vita di società rigonfia di conformismo e superficialità, ebbra di ipocrisia, attanagliava i nervi scoperti di tutti coloro che giravano intorno al movimento, sbattendoli sotto un’ondata di disperazione, dalla quale tentavano di uscire non cercando la ribellione, ma trovando conforto nell’autodistruzione. Da questo spirito passivo emersero band come Mudhoney, Melvins, Mother Love BoneScreaming Trees (Mark Lanegan), Alice in Chains (Layne Staley), CowsSoundgardenPearl Jam e Nirvana. Furono proprio questi ultimi, con Kurt Cobain, a portare il sound di Seattle  in cima alle classifiche e a renderlo ben più che famoso. Infatti gli anni Novanta del grunge, sono quelli di “Nevermind” dei Nirvana, ma anche di “Apple” dei Mother Love Bone, di “Down on the upside” dei Soundgarden, “Ten” dei Pearl Jam, “Uncle Anesthesia” degli Screaming Trees (album prodotto da Chris Cornell dei Soundgarden), di “Above” (sempre con Mark Lanegan) dei Mad Season, di “Dirt” degli Alice in Chiains. Con il grunge quelle concatenazioni catarrali sprigionate da giovani teppisti, riuscivano a toccare sorgenti profonde di emozioni, forse talmente profonde da non reggere l’urto massiccio col successo… e con il catastrofico e alienante uso dell’eroina; elementi questi che, messi insieme, svuotarono la spinta del movimento, facendogli perdere autenticità e libertà espressiva, con le quali era nato e proliferato. Di pari passo, con il liquefarsi di un’istanza, camminarono anche i destini degli uomini-simbolo del movimento. Il primo fu Kurt Cobain che nel 1994 la fece finita con un colpo a bruciapelo a soli 27 anni, lo seguì Layne Staley (frontman degli Alice in Chains) caduto in una terribile depressione e trapassato per overdose. Adesso nella terra degli uccelli c’è finito anche Chris Cornell (uno degli ultimi protagonisti ad aver lasciato traccia anche nei Nineties del Seattle sound) con quello stile di vita intenso e bramoso da non lasciare ai nostri occhi altri eredi. Forse però quello spirito rumoroso e ribelle, ruvido e macchiato di mille peccati, lo si può ancora cogliere nel sound dei Red Hot Chili Pepper, così come nei nostrani Marlene Kuntz e Verdena (senza dimenticare i Foo Fighters e gli Audioslave) ma di certo Seattle da allora non fa più alcun frastuono. Questa è stata forse l’ultima rivoluzione ed evoluzione del rock: dopo quella furia dissennata di elettricità e pazzia, si è tornati a ballare con il vecchio e scalcinato rock’n’roll. Ecco dove mettere le orecchie… Soundgarden: “Ultramega OK” (SST Records 1988);  Pearl Jam: “Ten” (Epic Records 1991); Mudhoney: “Mudhoney” (Sub Pop Records 1989); Nirvana: “Nevermind” (DGC Records 1991); Alice in Chains: “Dirt” (Columbia Records 1992)Stone Temple Pilots: “Core” Atlantic Records 1992); Screaming Trees: “Sweet Oblivion” (Epic Records 1992); Melvins: “Houdini”(Atlantic Records 1993); Mad Season: “Above” (Columbia Records 1995).

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