Virginiana Miller: “The Unreal McCoy” (2019) – di Alessandro Freschi

Un ritratto di pura fantasia, immaginato senza allontanarsi troppo dalla periferia della propria città. L’America pensata dai Virginiana Miller appare smarrita, impenetrabile, ripiegata sul proprio disagio, popolata da solitari outsiders alla ricerca di utopistiche mete. A ventidue anni esatti da “Gelaterie Sconsacrate”, con alle spalle una manciata di rimarchevoli lavori (non per ultimo quel “Venga il tuo regno” contenente la Lettera di San Paolo agli Operai che nel 2014 si è aggiudicata la Targa Tenco come migliore canzone), la formazione livornese torna a comporre un album inedito e per la prima volta lo fa ricorrendo all’uso della lingua albionica perché, come confessa lo storico frontman Simone Lenzi, ‘non abbiamo più voglia di dire niente in italiano; in fondo fare rock in inglese è come cantare la messa in latino’.
Masterizzato da Justin Perkins al Mystery Room Mastering Studio in Milwaukee, “The Unreal McCoy” (2019) – titolo eloquente che ribalta il significato della celebre espressione usata per distinguere l’originalità di un prodotto – custodisce nove istantanee in chiaroscuro all’interno delle quali trovano spazio sonorità care alla band sospese tra orditi ‘all’americana’ e derive alternative. Tra nostalgiche ballad in salsa country-folk (Motorhomes of America, The End of Innocence e Toast the Astronaut), cupi mood distorti (Lovesong e la title track) e motivi decisamente più immediati (Old Baller e Xmas 1993), Lenzi con la sua intensa e misurata timbrica si insinua efficacemente nella fitta rete dei rifiniti arrangiamenti, rivelando discreta padronanza nei confronti dell’inusitato idioma.
Prossimi a celebrare il trentennale di attività i Virginiana Miller dimostrano di godere di una spinta creativa tale da non potersi permettere il lusso di dissipare tempo ed energie nel rimirare i quanto mai illustri passati artistici. Il consolidato affiatamento e il rilevante background acquisito consente al sestetto toscano di allargare i propri orizzonti musicali e di confezionare una proposta di livello, carica di quel genuino pathos che da sempre ha contraddistinto la loro produzione discografica. Non si può dire che questa America sognata dalla aggraziata balaustra di Terrazza Mascagni non possieda un suo, seppur controverso, fascino.

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