Isabel Parra: Lo Que Más Quiero (1971) – di Riccardo Panzone

Le calde sonorità Andine, tripudio di flauti e chitarre, si uniscono a parole connesse alla nostra Storia più recente condita di episodi di rivolta e libertà conquistata, di dittatura e libertà perduta, e danno vita all’album che, nel 1974, sancisce la notorietà internazionale degli Inti Illimani: la “Nueva Canción Chilena“. La poetica di Lo Que Mas Quiero, parte del Canzoniere di Violeta Parra che vola via per scelta e non per fato nel 1967, è un vero e proprio inno alla precarietà dell’esistenza, con riferimento particolare alla situazione geopolitica del Cile di quegli anni, culminata nel 1973 con il colpo di stato filo-americano del generale Augusto Pinochet il cui sacrificio umano è rinvenibile in computo davvero impietoso: un numero ancora incerto ma spaventoso di oppositori caduti, 400.000 internati e 130.000 torturati. La musica, in tempi di silenzio obbligato dettato dalla censura, diventa il “grimaldello dei liberi che, attraverso parole taglienti, riescono a smuovere e solleticare le coscienze più sensibili. Isabel Parra (figlia di Violeta) è voce e chitarra dell’opposizione Cilena dell’epoca e compone nel 1971 questa canzone dall’andamento vertiginoso ispirato a versi della madre (carichi di vaticinio), morta suicida nel 1967. La donna che più amo ha il fiele nel sangue / mi priva del suo riparo pur sapendo che pioverà / l’albero che più amo è duro di comprendonio / mi priva della sua fresca ombra sotto i raggi del sole / il cielo che più amo si sta rannuvolando / i miei occhi sono inutili li ammazza il buio / il fiume che più amo non riesce a trattenersi / col rumore delle sue acque non sente che ho sete / Senza riparo, senza ombra, senza acqua, senza luce / manca solo che un coltello mi privi della salute.
La mancanza di ogni certezza, leitmotiv delle prime quattro strofe, sembra quasi un preludio del relativismo caratterizzante i nostri tempi: la caducità e finitezza dei sentimenti, lo smarrimento causato dall’assenza di ripari sicuri, l’assenza di valori morali frustrati da una società così veloce e superficiale da essere in grado di bruciare ogni aspetto rilevante dell’esistenza con la stessa premura con cui lo produce. Queste strofe, figlie di un serpeggiante clima di guerra civile, sono caratterizzate da un’evidente assonanza ai versi ermetici e pragmatici del poeta italiano Giuseppe Ungaretti che nel 1918, in piena prima guerra mondiale, descrive così i soldati, dispersi nelle patrie trincee: “Si sta come d’autunno, sugli alberi le foglie”. Una frase e una poesia che hanno come fine ultimo quello di disvelare lo stesso sentimento di smarrimento e precarietà, un tempo figlio dei conflitti bellici e oggi, forse, generato da un coacervo politico ed economico ostile ai cittadini che utilizza altri e proditori mezzi per tenere l’uomo in uno stato di guerra permanente con sé stesso, con il prossimo, con le stesse istituzioni. La chiosa dei versi di Isabel Parra è intrisa di macabra ironia: cosa mi rimane, dopo aver perso tutto, se non la salute? Quante esistenze, oggi come allora, schiacciate dalle guerre, dalla pandemia e dalla crisi economica, non fanno altro che consolarsi solo ed esclusivamente della vita stessa ed aggrapparsi ad essa? Quanti anziani, figli della nostra vecchia Europa, ridotti in miseria e umiliati da uno stato nemico si sentono privi di un albero che li ripari, di un cielo che li protegga, di un affetto che li consoli, di un fiume che li disseti? La musicalità di Lo Que Mas Quiero, nella sua vivacità di fondo, è un ossimoro a parole grevi gettate come un macigno nel calderone di una coscienza collettiva che non va incontro ad altro dovere se non quello di ascoltare e riflettere.

El hombre que yo más quiero, / en la sangre tiene hiel.
Me priva de su plumaje, / sabiendo que vá a llover,
sabiendo que va llover.
El árbol que yo más quiero, / tiene dura la razón.
Me priva de su fina sombra, / bajo los rayos del sol,
bajo los rayos del sol.
El cielo que yo más quiero, / se ha comenzado a nublar.
Mis ojos de nada sirven, / los mata la osbcuridad,
los mata la obscuridad.
El rio que yo más quiero, / no se quiere detener.
Con el ruido de sus águas, / no escucha que tengo sed,
no escucha que tengo sed.
Sín abrigo, sín la sombra, / sín el água, sín la luz.
Sólo falta que un cuchillo, / me prive de la salud,
me prive de la salud.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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3 pensieri riguardo “Isabel Parra: Lo Que Más Quiero (1971) – di Riccardo Panzone

  • Aprile 21, 2018 in 11:28 pm
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    Ho ascoltato questo brano molte volte senza comprenderne le parole.

    Stasera ne avevo bisogno e di questo ti ringrazio.

    M.

    Rispondi
    • Marzo 15, 2020 in 11:44 pm
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      Violeta Parra è morta suicida nel 1967, come può aver scritto questa canzone nel 1971? Siamo sicuri nn si tratti di Isabel, la figlia?

      Rispondi
  • Marzo 16, 2020 in 9:22 am
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    grazie Danilo Ferrari per la segnalazione… può succedere. Il refuso già corretto è riferito infatti alla data d’uscita dell’album degli intilliimani… mentre il link musicale è di un disco della Figlia Isabel che la ricorda con un altro album. Grazie ancora per la segnalazione e a presto.

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