Vinicio Capossela: Stanco e perduto (1990) – di Francesco Picca

Vinicio Capossela è uno di quegli artisti sui quali l’accademismo della critica ha scatenato le truppe scelte, quelle d’assalto, strizzate nell’alta uniforme e bardate con le ghette bianco neve e le mostrine luccicanti. Il risultato, noiosamente banale, è stato un turbine polveroso, una girandola monotona di accostamenti e di parallelismi tanto inutili quanto stucchevoli. Gli onanisti autoreferenziali con la penna caricata ad inchiostro rosso hanno scritto capitoli interi di una inutile vivisezione musicale e hanno colpevolmente perso di vista quel tratto squisitamente personale e assolutamente originale dell’artista Capossela. Alcuni lo hanno bruciato vivo per poter banchettare sulle sue ceneri e riscattare, probabilmente, i dolorosi insuccessi adolescenziali rimediati sui tasti bianchi e neri. Altri hanno rimpastato i suoi versi e hanno sgomitato, ansimanti e sudaticci, per riuscire a strappare a se stessi un aforisma originale da replicare in serie, o un neologismo improbabile e cacofonico, o peggio ancora quattro suoni sillabati che potessero liberarli pro tempore dal sottoscala affollato del cantautorato di maniera. Altri ancora hanno elevato il proprio rancore a fulgido pensiero e ne hanno fatto recensioni da dieci euro con ritenuta d’acconto, trattando l’introspezione di un autore, di un compositore e di un musicista con lo stesso lessico che avrebbero riservato alla cronaca del giro lento di un biker quarantenne con i chiodi di titanio nella tibia e i mignoli delle mani calcificati. Insomma, il solito cattivo vezzo di scassinare l’evidenza dei fatti e di procedere cocciutamente nell’opera di classificazione tassonomica delle libere espressioni dello spirito; peggio ancora, l’irrefrenabile spinta patologica ad ingabbiare l’arte e i suoi molteplici protagonisti. L’assenza di una perfetta continuità stilistica e prima ancora autoriale tra il primo Capossela e quello degli ultimi vent’anni è un dato di fatto scontato che è perfino inutile approfondire con ulteriori esercizi di chirurgia del nulla: non è altro che il semplice, naturale, inesorabile involvere della carriera di chi ha preso a spallate il genere, lo ha spremuto ottenendone ambrosia, e oggi si accompagna in avanti, senza scossoni e sovrastrutture, lungo una ricerca che può piacere o annoiare senza per questo scomodare folle oceaniche di delusi con le vesti stracciate e le mani insanguinate. C’è chi ha ascoltato Capossela, trent’anni or sono, seduto sui gradini di una piazzetta imbiancata di calce, sotto le stelle appiccicose di agosto, porzionando le poche note del pianoforte in modo tale che potessero bastare per le orecchie di tre dozzine di commensali affamati di novità e di bellezza. C’è chi è convinto che la sua potenza interpretativa, rauca o sussurrata, molle o ruvida, impastata di poetica e di sangiovese, abbia creato un genere nel genere e abbia segnato un solco ancora oggi ben definito e riconoscibile. C’è chi legge i testi di Vinicio e li spaccia per liriche, senza timore di sfigurare, forte dell’efficacia descrittiva e visionaria di una scrittura poderosa. Accade allora che, rispetto a ciò che qualcuno vorrebbe cocciutamente derubricare come “consueto” in una accezione sminuente del termine, ci si ritrova abbracciati ad una morbida e accogliente “consuetudine” stilistica, affabile, rassicurante, fraterna, così come consuete e rassicuranti sono anche le immagini che scorrono percorrendo la via Emilia in direzione nord ovest. Procedendo con ostinazione, prima o poi ci si imbatte nei primi declivi che si innalzano dal piatto della Bassa Romagnola e si prosegue costeggiandoli, con un occhio alla linea di mezzeria e uno al fosso a destra.Il terzo occhio, per chi sia convinto di averlo, scruta la nebbia di novembre e gli ultimi bagliori dell’ora blu in cui le colline sembrano “fantasmi neri”. Su questo fondale si dipanano le singole vicende che la stessa nebbia tenta di occultare. La nebbia rilegge la vita e la riscrive, non fa nulla di diverso. Stanco e perduto è la riscrittura della vita affidata alla nebbia e alla notte, così come al sonno e allo stordimento dell’andare, “stanco e perso su una strada”, in rettilineo, in attesa di una curva che è quasi sempre un gomito brusco a cavallo di un canale silenzioso e infido. Lo stesso titolo del brano, nel compendio minimale di due aggettivazioni, racchiude un universo esistenziale in realtà terribilmente complicato e richiede un coraggio, una sintesi e un rigore narrativo non comuni. Nel 1990, accolto nell’album “All’una e trentacinque circa” (CGD East West), questo testo ha descritto meglio di ogni altra forma di confessione dell’anima la vita euforica e circolare del musicante zingaro; soprattutto ha esplicitato il brutale richiamo all’ordine rispetto alle beghe familiari che giungono inesorabili a narrare il disincanto e obbligano a tornare di corsa a casa, dove “tutto è cambiato”, ma dove tutto ha modo di decantare, dove per ogni cosa, per ogni accadimento si spera di trovare una compensazione, una parvenza di certezza, un equilibrio. L’allegria appartiene al passato, così come l’euforia… e non resta che prendere atto di una cosa altrettanto consueta e ricorrente nelle vite vissute a due velocità: “tutti gli altri son scappati via”. In un monologo che introduce Stanco e perduto, estratto da una performance del tour “Live in Volvo”, Capossela dice: “E così, mi viene da pensare alla mia Opel Ascona verde, alle colline perdute, e penso che forse sarebbe ora di tornarsene a casa”.

Stanco e perduto / ma ero allegro quando me ne andai di casa / e certe stelle splendevan forti
a far luci e ombre / sul mio cammino / perso e solitario / non riesco a ricordare
le tristi notti degli occhi / e le corse dietro alla luna / fuggite via
E le colline sembravan fantasmi neri / su un fondo blu / e le strade più misteriose d’adesso
facevan largo / alla nostra euforia / la notte passava in fretta / e non sarebbe più tornata
fuggita via / anche lei
E proprio l’altro giorno un vecchio amico / mi dice corri a casa / tutto è cambiato
tua sorella aspetta un figlio / e tuo padre / ha bisogno di te / subito a casa
E io che posso fare / stanco e perso su una strada / questioni di sfratto / faccende di soldi
ma non importa / prenderò il primo treno / e verro’ la’
E ora questa storia sembra un vecchio ritornello / una serenata / fatta a una luna traditrice
e mi trovo tutto solo qui a cantarla / tutti gli altri sono scappati via / poesie, folletti, pazzi

amori persi e diventati / nostalgia.

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Un pensiero riguardo “Vinicio Capossela: Stanco e perduto (1990) – di Francesco Picca

  • Aprile 7, 2019 in 12:10 pm
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    Condivido. Vinicio sono da un pò di anni che procede con il pilota automatico. Apprezzo l’impegno ma…. è come se avesse detto tuttto ciò che poteva dire (diciamo fino a “Canzoni a manovella”) ed adesso non compone. Piuttosto “esplora”. Ma mai azzardarsi a dire una cosa del genere su fb ecc.. Il linciaggio mediatico è assicurato. Però Vinicio, quanto ti voglio bene. Certe canzoni sono tatuate ormai sul mio cuore. E questo basta.

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