Vinicio Capossela: “All’una e trentacinque circa” (1990) – di Francesco Picca

Il primo bicchiere è per la sete, il secondo per la gioia, il terzo per il piacere; il quarto per la follia”. Questa massima è attribuita ad Apuleio, filosofo platonico e retore romano di origini berbere che ha tratteggiato il secondo secolo con i suoi scritti ispirati dai viaggi e dalla curiosità per le scienze e per le altre culture. Di narratori della multiforme umanità legata alla pratica del bere se ne contano decine; affollano ogni epoca e ogni società, tutti abili al ruolo, molti testimoni esclusivi, ma solo pochi legittimati a farne un’arte pittorica che utilizza note e parole. Uno di questi è Vinicio Capossela, sofisticato cantastorie della notte, infermiere di corpi e di anime. All’una e trentacinque circa è l’undicesima traccia dell’omonimo album, il suo primo, prodotto nel 1990 dalla CGD East West. È un lavoro che proietta immediatamente Capossela al centro delle attenzioni della critica e che gli consente di vincere il Premio Tenco. Soprattutto è un formidabile cocktail di testi e musiche che arruola un esercito di fedelissimi amanti del suo personalissimo modo di narrare storie non necessariamente nuove, ma con un’immediatezza descrittiva e una potenza emotiva assolutamente originali.
Nell’ascolto del brano ci si infila di tre quarti, ruotando le spalle, varcando una porta socchiusa, avanzando con passo incerto ed occhio liquido. Si casca, nostro malgrado, nell’atmosfera notturna di un bar, inciampando in un manipolo di personaggi che ogni esercizio letterario sulla socialità o sulla solitudine del bere ha vestito e spogliato, ammazzato e resuscitato più volte, e poi una volta ancora, per ogni svenimento e per ogni miracoloso risveglio. Lo sviluppo musicale del brano nella versione live precipita lungo la base ritmica sincopata tessuta magistralmente dal contrabasso di Enrico Lazzarini, si adagia sulle tessiture del sax di Piero Odorici ed è reso irripetibile dallo scioglilingua perdifiato di Capossela che sbroglia il testo con una vocalità da banditore d’asta, spettinato e stropicciato nel suo gessato grigio, le mani che martellano frenetiche i tasti e i mocassini “africani” che, irriguardosi e maldestri, calpestano la pedaliera. Al termine ci si ritrova sudati, impastati, annebbiati, malfermi su un pugno di certezze malferme, che i dubbi son di più, sono molti di più, sono persino aumentati, diluiti nell’ultimo drink e riproposti dal tintinnio di quello successivo. Negli occhi si hanno ancora le fattezze sfocate delle sagome che abbiamo incrociato in quel budello, in quell’antro un po’ culla e un po’ sarcofago dove ciascuno di quei protagonisti senza nome ha adagiato per qualche ora le proprie ossa dolenti e la propria esistenza stremata. I palati sono stati tutti equamente soddisfatti, in uno slancio di democratico pluralismo alcoolico: ci è stata concessa una monastica birra, poi un timido “camparino con la soda”, ma anche un rhum giamaicano, a seguire un bourbon, un alchemico Negroni e una tequila esplosiva.
Lo spirito, lo stesso in cui vengono messi gli amori ad affogar, incontra l’anima, ne disinfetta le ferite, prova a prendersene cura nei limiti delle reali intenzioni di guarire, di fermarsi, di tornare indietro e di rivedere un po’ di faccende. Tuttavia tornare indietro significa tra l’altro tornare a casa dove si è lasciata la moglie ad ingrassar. Tanto vale allora restare. Restare finché è possibile, finché ci è concesso dal buio della notte. Temporeggiare, trattenersi in quell’acquario torbido, gomito a gomito con la bionda, “l’avvocato”, i “vecchi camionisti” e gli “avventurieri di frontiera”. Il cerimoniere di questo rituale è proprio Capossela, impareggiabile teatrante della notte, dapprima infilato nei panni del barman dall’altra parte del bancone, alle prese con il ghiaccio, il “rusco” da smaltire, il “fusto” di birra da sostituire, “qualche indirizzo nel cappotto”. Il tutto per sole “cinquantamila lire”, per accompagnare sino all’ultimo sussulto, sino all’ultimo flebile bagliore un’altra “serata maledetta”. Poi Capossela torna nella giubba del musicista, alfiere triste e falso eroe, ingranaggio spuntato e sregolato di un marchingegno ferruginoso tenuto in piedi tra mille lagnanze e che racimola a fatica cento sacchi per pagare i suonatori.
Nel corso di un live epico, visionario e trascinante, quello del tour e del disco Live in Volvo (CGD East West 1999), Vinicio Capossela accarezza i tasti del pianoforte e, per introdurre il brano Che cos’è l’amor, sbroglia sussurrando una matassa di pensieri che rimandano ancora a quel rifugio che è il bar, il solito bar: “Lunghe passeggiate notturne, ecco cos’è che rasserena l’anima. Camminare e sbirciare dietro i vetri delle case e scorgere stanche donne di casa che cercano di tenere a bada i mariti imbestiati dalla birra. Passare oltre. Parcheggiare la propria vecchia automobile e non possederne mai una con meno di dieci anni di età essendo amanti della revisione. Entrare nel solito posto; il solito, perché siamo invecchiati e siamo incapaci di cambiare bar. Accasciare il capo sul petto dell’ultima avventrice pensando stancamente: ma in fondo, che cos’è l’amor?, e trovare la risposta nella scritta del bagno a pennarello: L’amore è cieco / Dio è amore / Ray Charles è cieco / quindi Ray Charles è Dio.

Un’altra volta bionda / La serata sta finendo / E servi la mia birra dietro al bar
Negroni whisky Coca / Un Camparino con la soda / E il ghiaccio il frigo il rusco
C’è da cambiare pure il fusto / E il cliente è già servito / E la cassa ha registrato
L’ultimo drink dell’avvocato / E se passasse così in fretta / Come ora che è finita
Questa serata maledetta / Per cinquantamila lire / Tra Negroni whisky trucco
Un narghilè con il tabacco / Qualche indirizzo nel cappotto / Per finire sotto il letto
Ma ti ricordi che hai servito dietro al bar / Chimay, Bacardi Jamaican rhum
White Lady, Beck’s bier, tequila bum bum / Dry gin, Charrington, Four Roses Bourbon
Son state storie interessanti / Di risate in mezzo ai denti / Di amori messi sotto spirito ad affogar
Di vecchi camionisti / Un po’ arrivisti, un po’ alcolisti / Con la moglie lasciata a casa ad ingrassar
Avventurieri di frontiera / Che non san passare il sabato sera / Senza finire ad ubriacarsi dentro un bar
Che strana razza è poi il cliente / C’è quello bello e intelligente / C’è il casinaro e l’invadente
C’è chi ascolta trasognato / C’è chi urla e sta sbracato / C’è chi la donna se la intorta
C’è chi gli fa la mano morta / Ma il cliente più divino / Il più richiesto e il più invitante
È quello che offre, paga a tutti e fa il brillante / Chimay, Bacardi Jamaican rhum
White Lady, Beck’s bier, Tequila bum bum / Dry Gin, Charrington, Four Roses Bourbon
E ci siam poi noi musicisti / Un po’ beoni, un poco artisti / Compagnoni e nati tristi
Sempre afflitti dal denaro / Perché la roba costa caro / Ma l’arte è cosa sacra e seria da salvar
Per cento sacchi alla serata / Facciamo una vita sregolata / Ma il grande mito ci ha fregato
Che sei un eroe se sei suonato / E per ultima la strofa più dolente / Quella ahimè sull’esercente
Dietro il banco o nell’ufficio / Intellettuale o ben vestito / Lui guadagna sempre poco
Tasse, Iva e forniture / Mamma mia quante paure / Con gli incassi son dolori
Per pagare i suonatori / Per pagare i suonatori

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: