Victor Jara: “La Población” (1972) – di Maurizio Celloni

Sono un folclorista, un uomo di estrazione popolare. Da piccolo ho appreso il linguaggio dei più, che sono i più umiliati e i più umili. Ho conosciuto le sillabe del vento, della poesia bella e naturale della vita a Nuble, la mia terra natale. Mia Madre mi ha insegnato a cantare. Oggi sono felice di quello che faccio ma anche scontento e impaziente perché c’è molto da fare. Mi piacerebbe moltiplicarmi. Con queste semplici ma efficaci parole, si descrive Victor Jara, musicista, regista teatrale, intellettuale cileno. Nato a San Ignacio il 28 settembre 1932 da famiglia contadina – il padre Manuel Jara coltivava un piccolo appezzamento di terra, con scarso profitto e la madre, Amanda, originaria delle terre dei Mapuche nel sud del Cile, era cantante con una grande conoscenza della cultura popolare – il piccolo Victor dovette presto affiancare lo studio al lavoro nei campi. Si dimostrò, nonostante la pena del crescere in povertà, uno studente dotato e curioso. Trasferitosi con la madre ed i fratelli (il padre alcolista li abbandonò) a Santiago, la capitale del Cile, frequentò con profitto il liceo. La fatica ha contraddistinto la vita di questo eroe del nostro tempo, ma non quella che spaventa i pigri, piuttosto quella dovuta al male di vivere la condizione umana degli ultimi, di coloro che ricavano dalle terre aride delle altitudini andine quel poco che consente di mettere assieme il pranzo con la cena.
Victor Jara ha cantato e messo in scena, nella sua attività di regista di teatro, la dignità alta e fiera degli emarginati dalla società dei consumi che intendeva sradicare da quelle terre, per mero profitto minerario, avvelenando con le loro produzioni mefitiche le falde acquifere, la sacralità dei luoghi degli antenati, gli usi millenari di quelle popolazioni. La sua musica profuma di antiche melodie tramandate di padre in figlio, le sue parole denunciano con forza gentile, quale era la sua indole, le ingiustizie di un capitalismo sfruttatore e ingannatore nel perseguire il cosiddetto progresso moderno, poco rispettoso della vita, dell’ambiente e delle ancestrali conoscenze del popolo degli ultimi, tramandate oralmente da generazioni.
Nel 1972 pubblica il disco che sarà l’ultimo messaggio della sua vita al Cile e al mondo, prima del tragico compimento finale dell’esperienza del governo democraticamente eletto del Presidente Salvator Allende Gossens e dell’alleanza Unidad Popular, per mano dei sanguinari militari del generale Pinochet, appoggiati e finanziati dagli Stati Uniti dell’11 settembre 1973.
La Poblacion” (1972), questo il titolo del disco, rappresenta il testamento di Victor Jara, ed è un condensato di denuncia e speranza, di richiamo all’umanità e alla giustizia sociale, di affrancamento dal bisogno seguendo il millenario ritmo della natura. Lo Único Que Tengo brano dolcissimo, cantato con voce delicata da Isabel Parra (figlia di Violeta), narra la speranza di chi possiede solo le sue mani per l’amore e il sostegno: “Non c’è casa dove io possa andare e padre e madre son lontani da questa fangaia, lontani più di una stella. E le mie mani sono tutto quello che ho (…) Chi mi avrebbe detto che mi sarei innamorato mentre non ho casa, mentre non ho casa al mondo. E le mie mani sono tutto quello che ho (…)”. Testo di un lirismo consapevole e reale, come Luchín, bimbo sofferente di pleurite della favela di Poblaciones: ecco così rivelato il significato del titolo del vinile. La moglie di Jara, Joan Turner, narra che Victor decise di portarlo in salvo presso l’ateneo universitario, con gli altri bimbi del quartiere, nel corso di un violento temporale: “(…) Nell’acqua dei suoi occhi si bagnava il verde chiaro, giocherellava alla sua giovane età con il culetto infangato, con la palla di stracci, con il gatto e con il cane, il cavallo li guardava (…) Finchè ci saranno bimbi come Luchín, che mangiano terra e vermi, apriamo tutte le gabbie perché volino come uccelli, con il pallone di stracci, con il gatto e con il cane, ed anche il cavallo
. 
Cuore e denuncia si fondono mirabilmente in un ideale ponte tra i bambini poveri della periferia di Santiago e Cosette de “I Miserabili” nella Parigi del 1860, ma anche con i bimbi di questo tempo, sfruttati nelle discariche a margine delle metropoli o mandati al massacro dai signori della guerra nel continente africano. Ogni brano del disco trasuda ricerca di giustizia utilizzando la narrazione di episodi di ordinaria vita popolare. Ciononostante, e forse proprio per questo, assumono le sembianze di perle di rara bellezza, come nei racconti dei ragazzi di borgata di Pier Paolo Pasolini. Nel brano En el río Mapocho Jara racconta come le disgrazie del mondo rendono tutti uguali in una sorte perfida quale quella dei gatti chiusi in un sacco e gettati nelle acque del Mapocho: “i gatti muoiono gettati nei sacchi, ma con la tempesta uomini, cani e gatti subiscono la stessa festa (…)”. La poetica di Jara, contraddistinta da autentico realismo e scevra da ogni autocommiserazione, trova nell’acquisizione della coscienza, e nella conseguente ricerca di un’alternativa sociale e politica allo stato delle cose, lo sbocco liberatorio: “(…) sono cresciuto al lavoro, con la mia mera abilità, ho imparato la falegnameria, ..so fare l’intonacatore e il muratore (…) ho ricevuto istruzioni perché con ogni elemento l’uomo è un creatore (…) e conquisto le vette, e cammino tra le stelle e non mi perdo nei boschi. Ho imparato il vocabolario del padrone e mi hanno ucciso tante volte per aver alzato la voce, ma rimango in piedi perché in tanti mi prestano le loro mani, perché adesso non sono solo, perché adesso siamo in tanti.” canta con tono scanzonato nel brano El Hombre Es Un Creator.
L’adesione di Victor Jara al progetto politico di Unidad Popular del Presidente Salvador Allende è stata la naturale evoluzione del suo percorso artistico. Ha partecipato attivamente, unito a una fiumana di popolo e ad altri intelletuali come lui, alla campagna elettorale del 1970, con le sue canzoni e la sua figura molto popolare in Sudamerica. La marcetta finale del disco Marcha De Los Pobladores è scritta in stile ovviamente enfatico, come si conviene per un brano che invita al riscatto dalla povertà e alla riaffermazione della dignità del ceto più emarginato e più numeroso: “(…) Marciamo insieme verso il futuro, compagno, per i bambini, per la Patria e la casa (…) adesso la storia è per te (…) Marciamo insieme verso il futuro, senza tetto è come vivere senza pane, senza pane è come vivere senza vita, senza ragione, senza fede, senza giustizia, senza speranza, senza gioia (…) lavoriamo sempre insieme e il Cile sarà la grande casa. Nella sua parabola artistica ed umana, Victor Jara è stato tra i protagonisti del movimento “Nueva Canciòn Chilena” assieme a Violeta e Isabel Parra, Inti-Illimani e Quilapayùn, ponendosi l’obiettivo di promuovere il recupero e la rielaborazione della musica popolare al fine di far emergere la consapevolezza nelle classi più povere della necessità di un cambiamento sociale. I lavori di questi musicisti furono pubblicati dall’etichetta, promossa dal movimento, DICAP (Discoteca del Cantar Popular), ma la repressione vile dei golpisti arrivò fino alla distruzione dei master, nel tentativo di cancellare per sempre il patrimonio musicale dei popoli cileni e con esso la memoria del riscatto attraverso la musica e la ricca tradizione folcloristica.
Erano i primi di settembre, la popolazione cilena era fortemente provata dalla penuria di generi di prima necessità dovuta allo sciopero dei camionisti contro il governo di Unidad Popular, serrata organizzata con la complicità e la partecipazione attiva dei servizi segreti statunitensi del Presidente Richard Nixon. Nelle caserme serpeggiava uno strano fermento, dopo la forzata consegna dei militari, durata mesi, e il conseguente malumore alimentato anche dalla propaganda che dipingeva Allende come un pericoloso sovversivo, che addirittura voleva ridurre numero e stipendio dei soldati. In un Paese lungo e stretto come il Cile, tutti i rifornimenti erano nelle mani del sindacato dei camionisti e non fu certo difficile metterne in difficoltà il sistema produttivo ed economico basato soprattutto sull’estrazione ed esportazione del rame, prostrando la resistenza dei ceti lavorativi e dei contadini. Come tutte le mattine, anche quell’11 settembre del 1973 Victor saluta la moglie Joan e le piccole figlie per recarsi all’Università di Santiago, dove era titolare del corso di regia teatrale. Non fece più ritorno a casa, dopo la presa della Moneda, i militari golpisti, ed in particolare i più feroci carabineros, rastrellarono il Paese partendo dalle università e dalle sedi dei partiti della coalizione di Unidad Popular. Anche Victor, come altre migliaia di donne e uomini, fu condotto al Estadio Nacional de Chile: lo torturarono per giorni, gli spezzarono le dita delle mani schernendolo “suona la tua chitarra ora professore, se ne sei capace”. Lo assassinarono dopo sei giorni di atroci sofferenze il 16 settembre 1973.
Joan così racconta l’ultimo incontro con l’amato Victor: “Siamo saliti al secondo piano, dove erano gli uffici amministrativi e, in un lungo corridoio, ho trovato il corpo di Victor in una fila di una settantina di cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenze e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il petto nudo pieno di piccoli fori, con un’enorme ferita, una cavità, sul lato destro dell’addome, sul fianco. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte; la testa era piena di sangue e di ematomi. Aveva un’espressione di enorme forza, di sfida, gli occhi aperti”. La memoria di Victor Jara, martire della barbarie, rimane nelle sue composizioni, che fortunosamente la moglie è riuscita a salvare dalla distruzione delle matrici della label DICAP, e continuano a parlarci di giustizia e libertà, di dignità ed uguaglianza.
A volte, Victor, quando la tua voce riempie la sala di casa mia, o quando pulisco i vecchi dischi, uno dei miei figli domanda chi canta, e la risposta è sempre la stessa: quest’uomo che canta è mio fratello ed in ognuna delle mie carezze ci sono anche le sue mani. (Luis Sepùlveda).

1. Lo Único Que Tengo (canta Isabel Parra);
2. En El Río Mapocho (cantano Victor Jara, Huamari);
3. Luchín (canta Victor Jara);
4. La Toma – 16 Marzo 1967 (cantano Victor Jara, Huamari, Belgica Castro);
5. La Carpa De Las Coliguillas (cantano Victor Jara, Cantamaranto);
6. El Hombre Es Un Creador (canta Victor Jara);
7. Hermida De La Victoria (cantano Victor Jara, Cantamaranto);
8. Sacando Pecho Y Brazo (canta Victor Jara);
9. Marcha De Los Pobladores (cantano Victor Jara e coro).
Etichetta: PLANE su matrici DICAP

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