“Viandante sconosciuto… portami a casa” – di Bartolo Federico

Ho sempre l’inquietudine in corpo che mi perseguita. Anche quella domenica mattina avvolto nella calura di un mese di luglio strampalato mi chiedevo il perché di quel dolore che era calato all’improvviso. Per non essere avvistati ce ne stiamo accucciati dentro i nostri recinti di rose odorose. Ci sentiamo al sicuro nascosti come bestie nelle tane. Così lui si annida in tutta tranquillità e quando all’improvviso spunta si prende gioco di noi. Alle volte basterebbe uno squillo, un grido, una bestemmia per trasalire, per drizzare le orecchie ma, come il diavolo, è sempre in vantaggio e le cose prendono da subito una brutta piega. Vi saluto, signori e signore, sono arrivato, che il divertimento abbia inizio… e allora si fa il possibile per ritrovarsi ma la pallina sbanda e il tempo e lo spazio si restringono. Ha una voce greve questo signore e ti attacca con certi accordi che ti scuotono come un fuscello. Anche se sei grande e grosso. Nick d’un tratto aveva cominciato a vomitare sangue nero. La testa gli prese a girare vorticosamente e sudava un sudore acidulo che gli inzuppò la camicia. Reggendosi da un appiglio qualunque cercò di tenersi in piedi, e con uno sforzo sovrumano, lentamente, si adagiò in terra. Si sentì intontito, come se gli avessero sparato colpi di cannone a distanza ravvicinata e si chiese cosa diavolo gli stesse capitando. “Come si chiama signore?” La voce del medico del 118 che qualcuno aveva prontamente chiamato lo restituì al giorno. Non riusciva a capire, gli sembrava di avere bussato ad un porta dove c’era una piccola fila, una decina di persone in tutto che con un certo ordine e con delle carte in mano aspettavano di essere chiamate da un uomo che, seduto dietro un tavolo, scriveva al computer. Adesso era sdraiato su un ambulanza e sfrecciava veloce verso l’ospedale.
Io sono un povero viandante sconosciuto. Viaggio attraverso un mondo di guai. Non c’è malattia, fatica, né pericolo. In quella terra luminosa in cui vado”. (Wayfaring Stranger – Traditional)
La festa era finita ed erano andati tutti via, così me ne restai da solo in cucina a bere e a fumare. Rimuginai che non m’importava di questo mondo marcio, che si è lasciato fregare da un nugolo di politicanti di bassa fattura. Tutta gente che non salta un pasto. Al manicomio ci finiscono quasi sempre i sani di mente e i teneri di cuore… e anche quelli che hanno preso sul serio i poeti e le canzoni. In questo sporco mondo contano solo i soldi e, se ti scovano senza, sei bello e fottuto.  E’ per questo che hanno messo in giro le guardie. Servono per ripulire le strade da rapinatori, drogati, sfrattati, esodati e da giovani senza lavoro. Tutte persone che il lurido sistema ha vomitato. Gli sbirri devono prestare attenzione che questi esseri immondi non vadano troppo in malora, che non puzzino troppo e inizino a dare fuoco alle città. Non sia mai che i loro capi sentano cattivi odori mentre giocano a dama bevendo champagne. D’altronde, anche i loro pupi televisivi sono stati ben addestrati, si danno un gran da fare queste marionette per assecondare i loro padrini politici. Blaterano da quell’inutile mezzo che è la televisione che bisogna fidarsi dei propri leader politici, incutono timore e usano l’arma della bugia per generare terrore nell’opinione pubblica. Si sa com’è che funziona. Se ripeti spesso una menzogna alla fine questa diverrà la verità. Sono dei beceri figli di puttana, pericolosi come la peste bubbonica… e allora, per non capitolare del tutto, non ci resta che regalare il cuore al rock’n’roll. Quello stralunato e infettato dal blues e dal folk, che evoca i fantasmi del Mississippi, i riti voodoo è Lou Reed. Quello suonato da Gordon Gano e le sue Femmine Violente. Un rock che è una sferzata di resistenza, una botta d’energia. Come l’odore dei peperoni fritti e ripieni di mollica che cucinava mia madre la domenica di buon mattino, mentre le campane della chiesa rintoccavano nel villaggio. L’odore che diffondevano per la casa bastava ad inebriarti il cervello e ti rendevano felice di esistere per la goduria. Allora il pranzo della festa era un vero banchetto, con i nonni, gli zii e i cugini. Tutti riuniti stretti stretti intorno al tavolo grande del soggiorno a mangiare, bere e fare un casino della madonna. Bisognerebbe ribaltare tutto e fare il mondo in modo che tutti quanti avessero un buon tenore di vita.  Si dovrebbe fare in modo che la gente non fosse costretta ad arrabattarsi in cerca di un lavoro mal pagato e la vita non si tramutasse in un brutto viaggio. Il mio nuovo vicino di casa Gustavo Antonio Falco, sul terrazzino adiacente al mio, se ne stava appollaiato su una poltroncina di vimini consumata dal tempo e dal sole. Sorseggiava un boccale di birra a buon mercato, di quelle che non fanno la schiuma neanche se le agiti per un’ora di seguito e, di tanto in tanto, si toccava il ciuffo sorridendomi. Se ne stava lì tranquillo con il suo gatto Bèbert, che si strusciava contento tra le sue gambe. Era un tipo strambo come c’è ne sono molti, ma aveva dalla sua una somiglianza con Willy De Ville che quando lo conobbi giocò subito a suo favore. Mi piaceva ascoltarlo, parlare con lui non era mai banale e sapeva bene come funzionavano le cose dentro quella gabbia di matti che è il mondo. Accadde un po’ per caso ma un giorno, non ricordo quando, mi arrivò un disco di un certo Tav Falco, dal titolo “Behind the Magnolia Curtain”. In quei solchi si strascicavano stralunati rock’n’roll che il tizio suonava insieme ai Panther Burns (che non è altro che il nome di una famosa piantagione del Tennessee) come fino a quel giorno non ne avevo mai sentito. Nessun presupposto di successo aveva quel disco se non la fierezza di fare ballare i fuori dal branco in giacca di pelle e brillantina, con coltelli a serramanico nascosti negli stivali. Gente che bazzicava i locali più malfamati della città. Sin dal primo ascolto si fiuta subito il suo smisurato amore per il blues del Delta e per il ragazzo di Tupelo. Anche se la freccia migliore è la presenza alla chitarra di Alex Chilton. Un lupo sghembo di quelli inafferrabili con il pelo lucente e la faccia triste. Perché da sempre con il diavolo nel cuore. Capirete che con questi tizi dentro casa per un po’ di tempo non è che abbia più dormito tutta la notte. “Se sei bravo a fare il tuo mestiere”, proseguì Gustavo Antonio, “stanne certo che avrai un sacco di nemici che non vedranno l’ora di vederti cadere”. Ti tengono in gabbia in mille modi, con mille preoccupazioni, con l’affitto da pagare, le bollette, la rata della macchina. Ti rendono docile sin dalla prima infanzia, prosciugandoti l’esistenza con le loro cazzate. Ma la vita diventa interessante quando sbanda, quando va su è giù per i tornanti. E poi, facci caso, la prima cosa che un governo fa non appena eletto è tagliare i fondi alla scuola e alla cultura. Ci provano piacere questi energumeni perché sanno di non avere bisogno di persone pensanti, ma d’ignoranti per proliferare. Sono talmente diabolici che hanno creato i peccati, che è un buon modo per tenere a bada gli uomini. Tutto quello che dà piacere è vizio ed è blasfemo… e in questa lista ci hanno messo anche il rock’n’roll. Ancora oggi, dopo tanto tempo, c’è chi abbocca alle loro fandonie e purtroppo sono in tanti. Troppi. Comunque anche il più furbo tra noi non potrà sfuggire del tutto alle loro trappole, ai loro trabocchetti. Uomini liberi ne conosco pochi, ma quando li incontro li distinguo. C’è qualcosa di speciale in loro”. Accarezzò con delicatezza il gatto, si alzò dalla poltroncina e senza aggiungere altro scomparve dentro casa. Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta nella stanza del suo laboratorio di ricerche farmaceutiche. E’ il pomeriggio del 19 aprile 1943Albert Hofmann ha appena ingerito per curiosità la prima dose di LSD della storia. Non sa ancora che durante gli anni sessanta saranno in molti a usare quella sostanza. Poeti, sognatori, musicisti, pittori, scrittori e una miriade di giovani eccitati e pronti per andare a sentire e a vedere cose che l’occhio umano non ha mai visto. Un viaggio nella psiche, finalmente libera da qualsiasi inibizione, che lo scrittore intellettuale inglese Aldous Huxley definì in un saggio come un tragitto verso le porte della percezione. LSD al contrario della coca, dell’eroina, del crack, non produce dipendenza. Anche se non si possono fare molti trip in tempi ravvicinati, perché smette semplicemente di fare effetto. Questo è stato uno dei motivi per cui le mafie non si sono mai interessate a questa droga. I 13th Floor Elevators, la band del chitarrista texano Roky Erickson nel 1965, con il loro disco d’esordio, “The Psychedelic Sounds of”, furono Il primo gruppo che usò il termine “psichedelico” in un disco di rock. Nell’anno 2010 a sorpresa è uscito “True Love Cast Out All Evil”, un disco dove Roky Erickson è accompagnato dalla band folk rock degli Okkervil River. Un’incisione bellissima che fa il paio con un altro suo capolavoro, “Easter Everywhere”, uscito nel lontano 1967, quando era ancora insieme ai 13th Floor Elevators. Tra amore e redenzione e una passione struggente per la vita, queste canzoni ci raccontano l’esistenza di un uomo che, pur tra ricoveri in ospedali psichiatrici e carceri di massima sicurezza, tra caos interiore e dolore, non ha perso il suo soffio vitale che mette a nudo in maniera disarmante, come se fosse da solo davanti a uno specchio e, per come lo fa, è davvero commovente. 
“True Love Cast Out All Evil” è un viaggio psichedelico, senza nessuna pasticca da sciogliere che ti fa allargare l’anima per cercare cose che non sono spiegabili. Che ti porta a scoprire sensazioni nuove con le quali entrare finalmente in contatto. Perché è l’uomo, viaggiando dentro se stesso, che con il suo sguardo restringe o allarga l’universo. Guardai la sveglia a led poggiata sul comodino. Erano le quattro e dodici del mattino avevo dormito un sonno agitato, costretto ad inseguire i pensieri che si accavalcavano come onde tumultuose nella mia mente. Bisognerebbe adattarsi per vivere. Dormire almeno dodici ore difilato e sarebbe quasi fatta. Ne sono certo… ma a me questo non è mai riuscito di farlo. Il sole stava sorgendo, lo osservavo seduto in cucina davanti a una tazza di caffè, mentre Bèbert, disteso sul terrazzino, dormiva placidamente che sembrava fosse morto. Dall’altra parte della strada ad una trentina di metri qualcuno aveva aperto le finestre e poi le aveva richiuse. Mi sembrava uno di quei giorni muti, morti, cupi. Non mi era difficile immaginare cosa stesse facendo la gente a quell’ora del mattino. Pensai a Nick e mi sentii triste e sconsolato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *