Verso Oriente – di Girolamo Tarwater

Torno in Asia dopo molto tempo. Lo stesso mare su cui mi affaccio, ma – a ben vedere – molto diverso. Un Oriente, vicino, che sembra pendere sempre più a Occidente, tradendo la sua vocazione originaria di alba. La prossimità ha trasformato in contagio il luogo fontale della rivelazione. L’Oriente si è fatto vicino a noi occidentali, allontanandosi da se stesso. Eppure – questa è la domanda che mi ha messo in moto – nel fluire divorante della storia, si trovano ancora sacche di resistenza, luoghi e tempi che non si sono lasciati incantare dal loro tramonto. Realizzo ora – scrivendo queste righe – che ogni viaggio per essere tale richiede un pellegrino. Non un turista che raccolga informazioni, foto, impressioni, ricordi, una nuova voce da inserire nella personale enciclopedia di esperienze e incontri. Andare in un luogo altro è fare una visita e non è detto che bussando ci sia qualcuno che faccia entrare, che ci faccia ospiti. Seguire la frotta di turisti (a Firenze come a Cuba) è lasciarsi ingabbiare in un percorso rassicurante, immunizzante e impermeabile. Invece il viaggio è per certi versi una scommessa che si gioca su una intuizione iniziale che si sia lì qualcosa che valga la pena di incontrare, qualcosa o qualcuno che solo lì possiamo incontrare. Qualcosa del mistero del mondo (e noi siamo parte del mondo) che in qualche modo ci appartiene e a cui apparteniamo e che dobbiamo scoprire. Un fato incombente. Non esiste – in questo senso – un viaggio di piacere, come se si trattasse di un orpello con cui abbellire il nostro vissuto, un gioiello più o meno prezioso da sfoggiare a secondo dell’occasione e poi da riporre, tranquillo, in un cassetto (o cassaforte, dipende dai portafogli); tanto meno può essere una vacanza. Se è spazio e tempo vuoto, lo è non come parentesi anestetizzata, fuori dai problemi di ogni giorno, ma come possibilità da liberare e conquistare. Di sicuro viaggi del genere sono sempre preparati (una quaresima, un avvento, una gestazione) e non arrivano mai a caso, ma come un frutto giunto a maturazione e pronto a cadere e ad aprirsi per far gustare il suo sapore, addentandone la polpa, e facendosi assimilare al nostro corpo e al nostro spirito, contribuendo a trasfigurarlo. Così arrivo a Tel Aviv, aeroporto Ben Gurion. In verità, una piccola delusione. Le partenze qui sono decisamente meglio degli arrivi e pure la temuta burocrazia (“visa” e controlli vari) evapora senza lasciare tracce. Niente più controlli diretti, il passaporto è ormai digitale e manco il colpo secco e muto del timbro si sente più. Solo un personalissimo, anonimo foglietto azzurro consegnato da una svogliata officiale proclama iniziata la permanenza in Israele. Tutto fila liscio. Dopo qualche ora di volo, si continua sul pullman. Ma la strada per Gerusalemme è ancora lunga. Prima bisogna passare per il Nord. È strano come spesso per avvicinarsi a qualcosa bisogni prima allontanarsene. Spesso la strada più veloce non è la più corta e, per andare al cuore, bisogna talvolta prima girarci intorno. Ogni incontro ha il suo tempo. Gerusalemme – mai così vicina – dice di aspettare… e non è questione di tour operator o programmi già organizzati. È un’altra storia quella che qui si racconta. Tel Aviv è la modernità fuoriuscita dall’antica Giaffa e, resasi autonoma, splende nel suo fascino nuovo, luccicante e accogliente. Sarà, ma non ci trovo nulla di interessante. Esotismo e innovazione dei servizi sono uno specchietto per allodole (turisti in vacanza come dirigenti di aziende in espansione), una perfetta eterotopia disincarnata e anestetizzante. Che si possa, poi, unire in una campagna promozionale due città così diverse, la dice lunga su come spendiamo i nostri soldi (o su come li dovremmo spendere per stare al passo coi tempi): “Two cities, one break”. Forse Tel Aviv, città del divertimento, lo sarà, ma Gerusalemme non potrà mai essere una pausa, una sospensione. Qui si tratta di andare al cuore, un cuore pulsante, vivo, di carne, in cui scorre sanguigna (e spesso sanguinante) la vita. Per quanto mi riguarda un cuore che è pure sacro e ferito. E glorioso. Una città che non ha nulla a che fare con Sharm el-Sheik o Dubai. Di tutto questo – per ora – non avverto segnali. La storia e la geografia sembrano altre. La moderna Tel Aviv, la modernissima agricoltura che fa produrre in modo strepitoso una terra una volta inutile, con l’acqua che viene da un mare che una volta era solo simbolo di sventure incombenti (e che l’Apocalisse assicura che alla fine dei tempi sparirà), la moderna e industriale Haifa, città del lavoro e dello studio. In mezzo, tra Tel Aviv e Haifa, si costeggia pure il muro della divisione, un cemento grigio che da vicino sembra ancora più ostile e freddo. Tensioni politiche (con Israele – ultime elezioni – che vira ancora più verso destra) e contrasti che visti da lontano perdono la vivezza dei drammi e conflitti irrisolti che portano con sé. Così si susseguono (in Israele!) villaggi ebraici e villaggi arabi, con al di là del muro i territori palestinesi (qualunque cosa essi siano) e gli insediamenti ebraici-israeliani. Un paese (Israele) che guarda in avanti e si copre le spalle. Diamanti, informatica, armi, gas (coi pozzi che scavano nel Mediterraneo), banane e frumento, turismo: tutti i settori che tirano l’economia da una parte del muro fanno bella mostra di sé. Si investe e si produce. Si cresce. Ma esiste, oltre al futuro e al presente, anche il passato. La sera ci ritiriamo a dormire in un modernissimo, bellissimo albergo presso Hadera. Un posto da favola per le vacanze, con una spiaggia e degli scorci sul mare mozzafiato. Non si capisce bene quanto l’ambiente sia naturale o costruito ma sembra tutto perfetto (anche la piattaforma marina non lontana, con tanto di enormi ciminiere a terra, fumanti e lampeggianti). Entrando in albergo ci accorgiamo che siamo entrati nello shabbat. Davanti all’ingresso stanno una serie di piccoli lumini accesi (l’Ikea – a differenza dei cinesi che sono stranamente introvabili – è arrivata pure qui) e, soprattutto, siamo istruiti su quali ascensori prendere. Metà infatti funzionano solo senza tasti e salgono e scendono, fermandosi a ogni piano, senza bisogno di premere alcun tasto. Per quel che ho capito è una delle cose che un ebreo osservante non può fare durante lo shabbat. Come pure cucinare. E così il ristorante è pienissimo di famiglie ebree che stanno insieme, mangiano, festeggiano il sabato senza usare nessun tipo di apparecchio elettronico (no chat, no mail, no social!). Le famiglie sono numerose, come da noi una volta, e si sta insieme senza interferenze esterne e senza lavorareTradizione e innovazione convivono in modo sorprendente. Tutti gli uomini hanno la kippah. Non importa se la maggioranza degli ebrei ormai è laica. Sfasature e crepe caratterizzano anche il tessuto sociale più coeso. È tutto molto interessante da un punto di vista sociale, politico, storico, religioso, economico (soprattutto nella rigorosa connessione tra i vari aspetti) ma non è quello che mi tocca dentro, né la mente, né il cuore. Figuriamoci le viscere. Eppure anche questo dice qualcosa del viaggio, del pellegrinaggio che ho appena iniziato. Risposte per domande che avrei pure messo da parte, domande che prendono pieghe diverse. Che ha di santo questa terra? Il Viaggio continua.

Foto Raffaella Valori©tutti i diritti riservati 
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