Verdena & Iosonouncane: “Carne” (2016) – di Isabella Dilavello

Al risveglio sembrava tutto normale. In ritardo sulla sveglia, doppio caffè, vestiti infilati a caso. Tempo in bagno, ma in sospensione, così, senza fare nulla davvero. In ritardo, tutto normale. Le chiavi da cercare, la corsa per le scale, il tornare indietro. Sì, aveva dimenticato il cellulare anche stavolta. Tutto normale, in ritardo. Il percorso in motorino cantando, non proprio per felicità. Il lavoro, le persone, poco più che sconosciuti. La giornata. Tutto normale, in ritardo. Poi era venuto il momento dell’intimità. Il momento dell’avvicinarsi, del toccarsi. E niente. Al primo abbraccio ancora tutto sembrava normale. E nemmeno in ritardo. Il primo abbraccio era come doveva essere, come era sempre stato. Caldo, non esattamente frettoloso ma nemmeno lungo da ricordarsene. Nessun segno lasciava trasparire che normale non era più. Al secondo abbraccio, un po’ più intenso – se si considera intensa una mano che scivola senza troppa intenzione, senza soffermarsi un granché sul seno e senza peraltro provocare un brivido di eccitazione – al secondo abbraccio, dicevo, un prurito che con l’eccitazione appunto, non aveva molto a che fare. Diffuso, sulla schiena, lungo le braccia.
Niente, che vuoi che sia. Ma non è che ci si fermi a due abbracci tra due persone che conoscono da tempo l’una il corpo dell’altra. Quindi un terzo, un quarto, uno che si era smesso di contare. Ma a questo punto il prurito aveva superato la soglia del piccolo fastidio sopportabile. Insistente, bruciava la pelle, pretendeva attenzione, una risposta cosciente a lenire. Una pomata, dell’aloe, del ghiaccio: qualcosa. Le carezze per quella sera sarebbero state solo quelle a spalmare un rimedio dal collo al ventre. Salve, al momento, erano solo le cosce. Magari è uno sfogo del momento. È uno sfogo per il momento, per il ritardo che si è accumulato, per la sveglia, il caffè, le cose normali. Questo pensava, aspettando fino al mattino che il rimedio rimediasse davvero. E anche stavolta al risveglio sembrava tutto normale, di nuovo. Ma la sera, il rinnovarsi degli abbracci aveva procurato una nuova eruzione su tutto il corpo. E così per i giorni a seguire. La sentenza medica aveva messo in confusione pure la medicina come scienza. Allergia. Una terribile allergia con la sua inesorabile conseguenza: la lontananza assoluta da ciò che la provocava.
Nessuna vicinanza a un altro corpo. I vestiti non avrebbero protetto e l’antistaminico poteva fare quasi nulla. Il corpo non era una polvere, non era pulviscolo e nemmeno polline. Il dermatologo poi era convinto non si potesse inserire nella categoria delle dermatiti da contatto. Era un’allergia all’idea del contatto, al pensiero dell’abbraccio. Sì, un’allergia ideologica. Nata chissà come, forse per rifiuto che quell’idea fosse normale. Ma sarà per sempre? La domanda era legittima. Perché si può sopportare magari per qualche giorno l’assenza di vicinanza, ma per sempre? Si sopravvive? Si resta sensibili? Bisogna capire se è un’intolleranza, la risposta. Bisogna capire se ci si è intossicati per abbondanza di abbracci oltre la capienza affettiva. In tal caso basta un periodo di digiuno e poi si può riprendere la somministrazione, purché non si esageri. Se invece è allergia, è mortale. Potrebbe esserlo sì. L’infiammazione potrebbe raggiungere la gola, i polmoni, togliere il respiro. Aspettare. Astenersi. Digiunare.
Non era quello che aveva sperato di sentire. Così, senza una motivazione medica, fisiologica reale. Ma così, all’improvviso? Così, all’improvviso. Senza sapere come si possa curare l’allergia ideologica, un’allergia emozionale. A parte l’esclusione da tutto. No, non era quello che aveva sperato di sentire. E intanto aveva cominciato a sospettare che fosse per colpa sua, di aver esagerato con il contatto, di averlo desiderato sempre anche quando non era giusto il momento, non lo era la persona, non lo era il sentimento. Era quindi sbagliata lei, così poco sobria. Così tanto affamata. Forse, se avesse avuto dei segnali avrebbe capito prima, si sarebbe risparmiata. Forse. Non poteva saperlo. Non lo avrebbe saputo mai. Dopo il giorno del responso dell’allergia aveva fatto ancora dei tentativi, ma il prurito si faceva sempre più potente. Allora aveva smesso. Per mesi. Poi una sera, in quella che era sempre stata l’ora dell’intimità, un impulso, una decisione. Ti prego, uccidimi adesso. Abbracciami. La fame muore.

Dopo il coro, sulla scena splende il sole / Raccolte le mani rimane il sale
Dopo il vino, la riva brucia al sole / Raccolte le mani il giorno muore
Quando al largo si riempie per cadere / Nei giorni lontani un giorno muore
L’ultimo giorno di fame e sole contro le rive / Dopo il coro, sulla scena pende il sole
Raccolte le mani rimane il sale / Dopo il vino, la riva cade al sole
Nei corpi lontani il fiato muore / Quando i solchi si aprono per bere
Raccolto nei campi il giorno muore / Trema la mano che insegue il sole fino a sparire
Batte scirocco sulle prore / Batte alle porte e prende il mare
Ogni giorno si sveglia e muore / Ogni giorno si sveglia e cade
Ora ed ancora sulle scale / Col mattino ti aspetterò
Svegliami domani, amore mio / Con l’arrivo del sole
Ora il coro si abbandona sotto il sole / Fra i resti del pianto raccoglie il sale
Ora il sale si risveglia ai sorsi / Raccolte le mani ti prenderò
Era carne la bocca nel sapore / Raccolta nei fianchi, la fame muore
Fredde le mani rimaste sole verso il mattino / Batte scirocco sulle prore
Batte alle porte e prende il mare / Ogni giorno si sveglia e muore
Ogni giorno si sveglia e cade / Ora ed ancora sulle scale
Col mattino ti aspetterò / Svegliami domani, amore mio
Con l’arrivo del sole
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© RIPRODUZIONE RISERVATA

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