Velvet Underground: “Sweet Jane” (1970) – di Francesco Picca

La prima produzione dell’autovettura Stutz Bearcat è terminata nel 1923; la seconda ha coperto gli anni dal 1931 al 1933, immediatamente dopo la morte del suo progettista, l’estroso Harry Clayton Stutz, figlio di contadini dell’Ohio formatosi all’arte motoristica riparando le macchine agricole dell’azienda di famiglia. Il mito di questa vettura sportiva, un 6.000 centimetri cubi da 60 cavalli e 130 chilometri orari, è stato scolpito per sempre da Lou Reed nel testo della canzone Sweet Jane, scritta nel 1969 e inserita nell’album “Loaded” (Cotillon/Atlantic Records 1970), quarto e ultimo lavoro dei Velvet Underground prima del loro scioglimento. L’immagine impressa dalle parole dell’artista vede un tale Jim alla guida dell’auto, poi Jack e Jane, e infine la voce narrante che afferma di suonare in una “rock’rollband”. Il brano è entrato di diritto nella storia della musica rock, sia per la costruzione musicale scarna ed efficace e sia per l’impronta riconoscibile delle chitarre.
Tuttavia la vera forza del pezzo sta tutta nel testo, un condensato incredibile di significati e di riflessioni profonde sulla società e sui resoconti sistematici che la vita ci obbliga a redigere e ad analizzare. Mi piace immaginare che l’ispirazione e la conseguente analisi di Lou Reed derivino dalla sua cultura letteraria e, in particolare, dalla tradizione del romanzo sociale realista di autori come John Steinbeck, Ernest Hemingway, William Faulkner e John Dos Passos. Questi scrittori hanno affrontato l’inquietudine dell’uomo, attore suo malgrado di un’epoca che lo costringe a rincorrere il futuro, a resistere a quel provincialismo opprimente che zavorra la spinta progressista, a sopravvivere al tritacarne della grande città. Inoltre in Lou Reed c’è sempre stato il desiderio di “portare la letteratura nella musica rock”, così come aveva confessato al poeta Delmore Schwartz, suo Maestro presso la Syracuse University.
Lou Reed è pienamente legittimato ad avviare una simile operazione, avendo da sempre vivisezionato senza mediazioni o ipocrisie il costume contemporaneo, con un linguaggio impietoso e dissacrante, partendo proprio dalla sua esperienza come cittadino della “Grande Mela“. La metropoli newyorkese è l’ombelico di un mondo vitale ma contraddittorio, palcoscenico in penombra per tutte le ambigue messe in scena dell’uomo, culla della tossicodipendenza e giostra vorticosa del liberismo sessuale, luogo rifugio e trappola al tempo stesso, immortalata nella copertina del grafico Stanislaw Zagorski con il disegno dell’ingresso di una metropolitana invasa da strane esalazioni. Il tentativo di deviare dal percorso esistenziale scritto da qualcun altro è l’asse attorno a cui ruota tutto il testo. La denuncia di un sistema che opera forzature rispetto a ogni manifestazione naturale dell’io aveva visto peraltro Lou Reed testimone d’eccellenza, vittima poco più che quattordicenne di un elettrochoc somministrato nel tentativo di ricomporre la sua emergente bisessualità. La terribile esperienza è riportata in tutta la sua carica drammatica nel testo di Kill Your Sons (1974).
Il piano sequenza di Sweet Jane inquadra per un istante un uomo con la valigia, poi Jim e la sua auto da corsa, infine indugia su Jane e Jack, figli del ceto medio, incasellati in una vita assolutamente normale, luogo protetto per aspirazioni altrettanto normali come possono essere quelle di una commessa e di un bancario. La svolta per Lou è rappresentata dalla constatazione che Jane e Jack sono comunque felici e che lo sono diventati seguendo un progetto semplice, coerente e onesto. La loro esistenza non ha mai avuto il ritmo del rock’roll, ma non per questo può essere derubricata come una “non vita”. Riconoscere l’assenza di un compromesso nella vita di quella coppia di sconosciuti significa, per Lou, accettare le loro diverse priorità, significa dare comunque dignità al loro status borghese e ai loro ideali e, soprattutto, significa muovere un passo decisivo verso l’accettazione di sé stesso e verso una definitiva riappacificazione con i genitori; significa anche cominciare a prendere dimestichezza con il ruolo che la società gli attribuisce e gli riconosce.
La narrazione scongiura definitivamente la morte di un ideale: davanti agli occhi dell’autore c’è semplicemente la vita che cambia forma, che suggerisce un differente punto di osservazione, che offre nuove possibilità. Nell’agosto del 1970, poco prima dell’uscita dell’album, Lou Reed si rifugia nella casa paterna per rimettere insieme la propria vita devastata dagli eccessi e dal rapporto logoro con il resto della band. Da lì a un mese avrebbe però subito un ulteriore scossone ascoltando il vinile di “Loaded”, pesantemente rimaneggiato dal produttore Steve Sesnick rispetto alla stesura e al progetto originale. Dal brano Sweet Jane è persino scomparsa una strofa, allo scopo di adattare la durata della traccia ai passaggi radiofonici: “Vino e rose celesti / sembrano sussurrarle quando sorride. Lou Reed aveva regalato al rock questi versi proprio nei giorni in cui terminava la storia d’amore più importante della sua vita; presenti in altre versioni live, certificano la grandezza della sua arte, la poderosa tenuta poetica, la sua attenzione al sentimento dell’amore che, nonostante la portata universale, forse può stare tutto in una valigia.

In piedi all’incrocio / La valigia in mano / Jack indossa il corsetto, Jane il proprio gilè / E io, io sto in una rock’n’roll band / A bordo di una Stutz Bearcat, Jim / Erano altri tempi sai / Tutti i poeti studiavano le regole dei versi / E quelle signore strabuzzavano gli occhi / Dolce Jane / Dolce Jane / Dolce Jane / Ti dico una cosa: Jack lui lavora in banca / E Jane, lei è una commessa / E ambedue mettono i soldi da parte / Quando tornano a casa dal lavoro, seduti accanto al fuoco / La radio trasmette un po’ di musica classica, Jim / “La marcia dei soldatini di piombo” / tutti voi ragazzi ribelli / potete sentire Jack che dice / Dolce Jane / Dolce Jane / Dolce Jane / Ad alcuni piace andare a ballare / E altri invece devono lavorare / E ci sono addirittura delle madri sciagurate / Che, ecco, ti diranno che fa proprio tutto schifo / Sai che le donne non svengono mai veramente / E che i mascalzoni fanno sempre l’occhiolino / E sai che i bambini / sono gli unici ad arrossire ancora / E che la vita è fatta per morire” / Ma chiunque avesse avuto un cuore  / Non avrebbe voltato le spalle per spezzarlo / Chiunque abbia mai recitato un ruolo / Non avrebbe mai voltato le spalle odiandolo / Dolce Jane.

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