Velvet Underground: I’m Sticking With You (1969) – di Lorenzo Scala

Vincenzo era un ragazzo molto grosso, veramente gigantesco. D’estate sudava dalle tempie alle caviglie. Sotto le ascelle due enormi aloni di sudore andavano a unirsi con le pozzanghere sotto le tette. Era simpatico, amava i The Velvet Underground e si faceva le pere. Era un tossico atipico perché la sua bontà d’animo smorzava l’usuale tendenza dei tossici a fregare il prossimo. Aveva la sua edicola, un piccolo appartamento a Roma nord  che gli aveva lasciato la madre e un certo aplomb da buon samaritano,  era pronto a dividere la sua dose con un disperato se questo si fosse lanciato in scenate da teatro greco. Quella mattina, che poi fu l’ultima volta che lo vidi in effetti, volevo solo comprare il Corriere dello sport e andarmene al Bar-Collo per cuccarmi un poco d’ombra con i gomiti appoggiati a uno dei tavolini fuori, sotto i portici, con il mio cappuccino freddo e il mio tabacco. A quei tempi lavoravo in un cantiere insieme a mio zio, il fratello di mio padre. Mi prese a lavorare con lui perché avevo intrapreso una piega da perdigiorno e così, vedendomi giovane e non del tutto da buttare, pensò bene di prendere due piccioni con una fava: da un lato avrebbe fatto un’opera di bene facendo lo splendido con i miei genitori, dall’altro avrebbe avuto un aiuto considerevole al cantiere, delegandomi tutti i lavori più rognosi. In quel periodo il sabato, in quanto giorno di riposo, era per me un giorno sacro, a letto più di tanto non riuscivo a rimanere e mi godevo le mattinate al bar a chiacchierare con i vecchi, criticando a dovere l’amministrazione comunale.
Quella mattina però, nel momento in cui salutai Vincenzo asserragliato, pallido e tremante nella sua edicola, un meccanismo perverso cominciò a mettersi in moto ed io, me ne accorsi solo dopo, non ero altro che l’olio di quell’ingranaggio. Uscì dal gabbiotto e mi venne incontro. Aveva l’aspetto di una gomma masticata grande quanto una sfera per le demolizioni. Mi fece impressione vederlo così precario, la sua figura nel quartiere era sempre stata un punto di riferimento per tutti, vederlo nella sua edicola dava un senso di tranquillità, la sua presenza fatta di giornali, sorrisi e saluti rappresentava per gli abitanti di quello spicchio di Roma, la promessa che la terra avrebbe compiuto il suo giro quotidiano senza catastrofi. Mi mise una mano sulla spalla: “ Mi devi aiutare Alessà, ti prego mi serve un passaggio, ti ripagherò la benzina e per una settimana potrai prendere fumetti, giornali e riviste gratis”. Mentre diceva questo la sua mano scivolò dalla mia spalla e si chiuse intorno al mio polso, cominciò a trascinarmi in stato confusionale: “dove hai parcheggiato la tua macchina? Vedrai che entro un’ora siamo di ritorno”
Neanche il tempo di obbiettare, di pretendere almeno cinque minuti per la colazione o di chiedergli se intendeva lasciare la sua edicola così, come un piccolo forziere trasparente che offre alla vista degli avventori i suoi tesori senza nessuno a elargirli, che mi ritrovo nella mia macchina con tutti i suoi centosessanta chili permeati d’astinenza  seduti al mio fianco.
La cosa incredibile è questa: nell’istante in cui confuso feci girare la chiave e il motore cominciò a borbottare flaccido, il suo colorito riprese immediatamente vigore, le sue espressioni da contratte si sciolsero in un sorriso alienato e una sorta di buon umore febbricitante inondò la macchina: “grazie, sei proprio un grande, vedrai che sabato c’è poco traffico e una volta presa l’autostrada con quindici minuti siamo arrivati, il tipo mi aspetta quindi faremo presto”. Devo confessare una cosa, ero vagamente a disagio, non era così che avevo in mente di iniziare il mio sabato. Mentre Roma cominciava a scivolare in verticale fuori dai finestrini, lui cercò nel cruscotto un cd da far girare. Prese “Vu” (1985) dei The Velvet Underground e selezionò l’ultima traccia, I’m sticking with you, ovviamente alzò il volume a un livello demenziale e prese a fumare le sue Camel a ripetizione, cantando e deturpando quel gioiello di melodia: I’m sticking with you, cause I’m made out of glue, anything that you might do, I’m gonna do too ( sto appiccicata a te, perché sono fatta di colla, qualunque cosa tu farai, la farò anch’io). Quaranta minuti dopo mi fece parcheggiare e si infilò l’ago nel braccio. Si fece tutto nero perché svenni. Il fatto è che non ho mai sopportato gli aghi. Le droghe, forse. Ma gli aghi mai. Svengo a ogni prelievo, confortato da placide infermiere, figuratevi accanto a Vincenzo che si fa.

I’m sticking with you / Cause I’m made out of glue / Anything that you might do
I’m gonna do too / You held up a stage coach in the rain / And I’m doing the same
Saw you’re hanging from a tree / And I made believe it was me / I’m sticking with you
Cause I’m made out of glue / Anything that you might do / I’m gonna do too
Some people go / Into the stratosphere / Soldiers fighting / With the Cong
But with you by my side / I can do anything / When we swing
We hang past right or wrong / I’ll do anything for you / Anything you want me too
I’ll do anything for you / Oh I’m sticking with you
Oh I’m sticking with you / Oh I’m sticking with you

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