Various Artists: “Hope & Anchor Front Row Festival” (1978) – Pietro Previti

Non so dirvi il perché. Più ascolto questo doppio dal vivo, “Hope & Anchor Front Row Festival” (Warner Bros. Records 1978), più mi sembra di sfogliare un album fotografico contenente una collezione di istantanee messe lì piuttosto alla rinfusa, ma che tutte insieme permettono una visione d’insieme convincente di quanto avveniva in Inghilterra sul finire degli anni Settanta. Alcune immagini appaiono ben messe a fuoco, ritraggono band prossime alla notorietà planetaria. Atre appaiono sfocate o riprendono gruppi di cui si è persa la memoria. Sono quelle più interessanti, quelle che preferisco. Un po’ come quando a casa dei nonni rinvenite in fondo ad un cassetto una scatola di scatti in bianco e nero e siete costretti a chiedere ai vostri parenti più anziani chi siano quelle persone ritratte. Hanno qualcosa di vagamente familiare, vi ricordano qualcuno, magari vi colpiscono per un particolare oppure per una somiglianza, e volete sapere queste persone che fine abbiano fatto, se la vita sia stata più o meno generosa con loro. O ancora, a ben vedere, mano a mano che le sfogliate, il protagonista diventa altro, il luogo dove sono state scattate, il palco di un pub, l’Hope and Anchor di Islington, un quartiere a nord di Londra.
Ed anche la collocazione temporale, ristretta in appena tre sole settimane, dal 22 Novembre al 15 Dicembre 1977. Il Progressive è un ricordo lontanissimo, il Punk è già diventato altro. “Hope & Anchor Front Row Festival” contiene 25 brani provenienti da territori distanti tra loro, che sia Pub Rock o New Wave, Reggae o Post-Punk, ma tutti accomunati dalla voglia di spaccare e far divertire il pubblico pagante, una sterlina il biglietto d’ingresso, tra una pinta di birra e chissà che altro. L’Hope & Anchor Front Row Festival per alcune band sarà un punto d’arrivo prima dell’oblio, per altre rappresenterà un divertente punto di partenza per ben altri traguardi. Le mie simpatie vanno ai perdenti, quelli che pensavano d’avercela fatta, ma poi si sono smarriti. Avete mai sentito parlare dei Roogalator del chitarrista americano Danny Adler? Si sarebbero sciolti poco dopo, a Luglio 1978. O del chitarrista canadese Philip Rambow? Dopo un onesto album di Power-Pop, “Shooting Gallery” pubblicato dalla EMI nel 1979, e trentacinque anni di pausa, rieccolo di nuovo in pista con una produzione fresca di stampa, il CDr “Canadiana” (2020). Ancora più sconosciuti i The Pleasers, anche se per loro qualcuno si scomodò perfino a trovare una definizione allo stile che suonavano, appellandolo come Thamesbeat per gli sfacciati rimandi beatlesiani.
Belli forti The Pirates, backing band dello sfortunato Johnny Kidd, in pista già dai primissimi anni Sessanta. E poi i Suburban Studs da Birmingham, testimoni del primo Punk, ma già sulla via del declino. Pur avendo fatto da supporter ai Sex Pistols, l’unico disco pubblicato nel 1978, “Slam“, non ne risolleverà le sorti. Eppure I Hate School è pezzo tostissimo. Miglior sorte avrebbero meritato anche i Burlesque. La loro Bizz Fizz è un curioso compendio di Pub Rock fiatistico con venature vaudeville. Due album in quello stesso 1977 salvo poi sparire per sempre. Le vibrazioni reggae sono ottimamente affidate agli Steel Pulse, autori di una buona prova dub nel pezzo Sound Check. Bella carriera la loro, saranno autori di una ventina di titoli, l’ultimo dei quali, “Mass Manipulation“, uscito nel 2019. Un solo brano per gli X Ray Spex, l’innodica Let’s Submerge strillata dalla reginetta del British-Punk Poly Styrene. Il loro album “Germfree Adolescents” del 1978 rappresenterà una delle proposte più fresche ed eccitanti provenienti quell’anno dalla Terra d’Albione. E risalendo la china, ecco i Tyla Gang del chitarrista Sean Tyla. Nel Maggio 2020 ci ha lasciati Sean, una vita a dar lustro a leggendarie band di Pub Rock come gli Help Yourself e Ducks Deluxe, prima di fondare il complesso che portava il suo cognome e a cui prestò la sua incendiaria chitarra boogie.
A seguire la Steve Gibbons Band, addirittura reduce da un tour con The Who nel 1976 in cui avevano promosso il loro primo album omonimo. Proprio da quest’ultimo provengono le convincenti versioni di Speed Kills e Johnny Cool. Non un caso, comunque. Anche Steve Gibbons aveva maturato anni di gavetta alle spalle, tanto da essere seguito da quel Peter Meaden, ex manager della band di Daltrey e Townshend. Ottima la prova dei 999 del cantante Nick Cash, fuoriuscito dai Kilburn and the High Roads di Ian Dury. Ascoltate in particolare la forsennata Crazy, dall’andamento Punk-Rockabilly da fare invidia ai Clash. Non solo Inghilterra, comunque. Un solo brano, Demolition Girl, ma devastante per i The Saints da Brisbane, Australia. Una sola traccia pure per The Only Ones di Peter Perrett, la seminale e raffinata Creatures Of Doom che troverà spazio nel loro primo lavoro del 1978, accanto alla più nota Another Girl, Another Planet, qui purtroppo non riprodotta. Ed arriviamo ai campioni, infine. Anzitutto gli XTC di Andy Partridge e Colin Moulding. Il primo trentatré giri, “White Music“, è in fase di progettazione, ma già da questi primi vagiti, quelli di I’m Bugged e Science Friction, si intuisce che la classe non è acqua per una coppia di autori la cui prolificità ed intelligenza porterà a non irriverenti paragoni con quella inarrivabile di Lennon-McCartney. Gli Stranglers arrivano invece già affermati, avendo da qualche mese pubblicato il loro secondo, bellissimo, album “No More Heroes” (1977). Hanging Around proviene proprio da questo disco e ha l’onore di chiudere la raccolta di registrazioni del pub di Islington. Insieme alla traccia Straighten Out comparsa solo su un singolo di quell’anno, sono testimonianze convincenti di un suono unico, che la band di Hugh Cornwell e J.J. Burnel riusciva a rendere dal vivo ancora più cupo ed ipnotico. Se con il senno di poi i Dire Straits possono apparirci come i migliori dell’intero lotto di artisti, val bene la pena ricordare che a quei tempi non avevano ancora inciso, avendo formato la band proprio in quel fatidico 1977.
Eastbound Train è una canzone di formazione, ben eseguita e divertente, che lascia intravedere i traguardi che di lì a breve avrebbe raggiunto la band dei fratelli Knopfler. E così campione assoluto non può che essere lui, Wilko Johnson, appena scappato a gambe levate dalla band madre dei Dr. Feelgood. Figlio ingrato questo Wilko. Tra omaggi e sberleffi alla band che aveva fondato nel 1971 con il cantante ed armonicista Lee Brilleaux, i due pezzi qui offerti, Dr. Feelgood e Twenty Yards Behind, sono un ottimo esempio di Pub Rock. Grezzo, sporco, trascinante, ironico. Della serie “spacchiamo tutto“, insomma. Alla fine il doppio non andò male nemmeno come vendite. Recentemente ristampato sia in CD che doppio LP, all’epoca venne distribuito ad un prezzo speciale di 4.49 sterline, tanto da piazzarsi nella classifica di vendite al 28° posto, pur riuscendo a scontentare da un lato i Punkers e dall’altro i Rockers. Troppa roba al fuoco, troppa roba diversa. Potenza della Musica.

1. Wilko Johnson Band: Dr. Feelgood 2:43. 2. The Stranglers: Straighten Out 2:58.
3. Tyla Gang: Styrofoam 2:04. 4. The Pirates: Don’t München It 3:20.
5. Steve Gibbons Band: Speed Kills 3:30. 6. XTC: I’m Bugged 4:22. 
7. Suburban Studs: I Hate School 2:37. 8. The Pleasers: Billy 1:59.
9. XTC: Science Friction 2:45. 10. Dire Straits: Eastbound Train 3:25.
11. Burlesque: Bizz Fizz 5:00. 12. X Ray Spex: Let’s Submerge 3:02.
13. 999: Crazy 3:18. 14. The Saints: Demolition Girl 3:45.
15. 999: Quite Disappointing 2:00. 16. The Only Ones: Creatures Of Doom 3:18.
17. The Pirates: Gibson Martin Fender 3:26. 18. Steel Pulse: Sound Check 3:41.
19. Roogalator: Zero Hero 3:43. 20. Philip Rambow: Underground Romance 5:45.
21. The Pleasers: Rock & Roll Radio 2:29. 22. Tyla Gang: On The Street 3:00.
23. Steve Gibbons Band: Johnny Cool 3:29.
24. Wilko Johnson Band: Twenty Yards Behind 2:03.
25. The Stranglers: Hanging Around 4:16.

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