Vanilla Fudge 1967-1969: un enigma irrisolto – di Giovanni Capponcelli

Mark Stein, Tim Bogert, Vince Martell e Carmine Appice formarono i Vanilla Fudge sulle ceneri degli Electric Pigeons nel 1967 in quel di Long Island. Rimasero assieme per tre anni e cinque album. Ancora oggi i Vanilla Fudge sono uno di quei gruppi, pochi per la verità, di cui si può coerentemente sostenere tutto e il contrario di tutto. Grandi innovatori o semplice cover band? Eroi del Metal o gruppo per teenagers? Sbandati psichedelici o gelidi calcolatori progressivi? Musicisti originali o sapienti contrabbandieri del sound dei concittadini Vagrants? Grande successo popolare o macchinazione della mafia italo-americana di New York? (ebbene sì, girano anche queste voci ma non prendetele troppo sul serio). Nell’affollata estate del 1967, quella dell’Amore mica una qualunque, i Fudge furono, in un modo o nell’altro, catapultati nella top ten con l’album d’esordio omonimo, “Vanilla Fudge”, sette canzoni, tutte cover. Il sound era evidentemente assai debitore ai Vagrants di Leslie West (futura star nei Mountain), con i quali la band si divideva i palchi nei locali di Long Island, ma il successo del disco fu dovuto in gran parte a You Keep MeHangin’ On, una hit delle Supremes vecchia solo di qualche mese. L’anno successivo ben due uscite, registrate quasi in contemporanea. Una ha fatto la storia del kitsch estremo più di qualunque altro album dell’epoca: “The Beat Goes On” (1968), un concept dalla tracklist intricatissima. L’idea? Riassumere in due facciate la storia della musica occidentale. Usando come motivo conduttore una canzonetta pop di Sonny Bono, The Beat Goes On, appunto. Poi di nuovo un album di sole cover ma a quel giro il gruppo alza il tiro: Mozart, Beethoven, Cole Porter. Il lato B poi è un’assurda sciarada per sole voci registrate (Kennedy, Churchill, Roosevelt)… la Storia del Mondo su vinile? Un disco del genere avrebbe ammazzato qualsiasi gruppo sul pianeta ed in effetti non portò buono nemmeno ai Vanilla Fudge, nonostante riscontri di vendita assai positivi: n° 17 per Billboard. “Renaissance” (1968), terza uscita, ritorna dove il primo disco era finito: canzoni deformate da arrangiamenti pesanti e melodrammatici, volume e presunzione altissimi. Questo doveva essere il primo vero album del gruppo dopo un esordio da cover band ed un pastiche come “The Beat Goes On”: sette brani e solo due sono le cover… e forse il problema sta proprio lì: assoluta mancanza di ispirazione e songwriting di base. Nessuna idea melodica, nessun supporto armonico, sound eccezionale: canzoni, semplicemente brutte. Per non tradire la megalomania del gruppo, l’album uscì corredato della una pomposa Vanilla Fudge Simphony, scritta da Carl De Angelis. Il 1969 vede l’uscita di “Near The Beginning”, forse l’album migliore nonostante i ventitre minuti di jam live del lato B: impressionante per proporzioni e ferocia, a tratti piuttosto noiosa. Tre brani sul lato A, due cover. Shotgun e la Some Velvet Morning di Lee Hazelwood sono i brani migliori mai incisi dai Vanilla. Il secondo vinse addirittura la Gondola d’oro alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia, e rinsaldò la già buona fama italiana del gruppo che ebbe certamente non poca influenza sul nascente movimento Prog del Bel Paese (Panna Fredda in primis, ma anche Alphataurus e, perché no, New Trolls). Non è certo un caso che questa bella prova coincida con l’abbandono del super produttore-manager-direttore musicale Shadow Morton. Di fatto nel 1969 il gruppo era però già finito. Le deliranti parti solistiche di Break Song rendono esplicite le velleità individualistiche del quartetto che pubblicherà ancora Rock n’ Roll (1969), un altro titolo modesto come testamento postumo e di scarsa ispirazione (sette canzoni e ancora tre le cover). Un album quasi apocrifo. Qualche reunion, qualche tour commemorativo. Solita storia. I meriti e gli eccessi vanno tutti ricercati nello spazio del triennio 1967-1969. In questo periodo il quartetto suonava regolarmente sui palchi più prestigiosi assieme a gente come Hendrix o Cream, per i quali i Vanilla supportarono il “Farwell Tour”. Ripercorriamo dunque nel dettaglio questi anni della Band. “Vanilla Fudge”, l’album d’esordio, è uno dei più perfetti esempi di Rock barocco in tutta la sua pomposa artificiosità. Lo stratagemma è semplice e replicabile all’infinito: si prende una buona melodia pop, le si incollano lunghe parti strumentali in apertura e in coda, si rallenta il tempo e si alza il volume. Tutti i brani dell’album seguono questa regola e alcuni, come People Get Ready, restituiscono ottimi risultati. Stessa cosa faranno i Nazareth – ma anche tanti altri gruppi “pesanti” – con This Flight Tonight, Vigilante Man e soprattutto con Love Hurts, il loro maggiore successo. Ma gli stessi Led Zeppelin e Jeff Beck avevano adottato una simile formula di storpiatura, non più del pop ma del vecchio blues di Willie Dixon. L’idea funziona. Non ci sono reali novità musicali, l’innovazione sta tutta in volume, timbro e tempo. Si prenda una colonna dorica e la si elabori con stucchi candidi e capitelli intarsiati di foglie esotiche: stessa funzione, diversa apparenza. E comunque nel 1967 i Vanilla Fudge erano un gruppo assai peculiare nel panorama americano ed assieme a Nice (“The Thoughts of Emerlist Davjack”) e Procol Harum (“Procol Harum”) rappresentarono la primissima linea di un rock pre-progressivo facile alle interpolazioni classicheggianti. A ciò si aggiunga il divagare arzigogolato del basso di Bogert e la vocalità acuta da castrati… ed ecco due elementi ricorrenti del prog britannico di lì ad un paio d’anni. “The Beat Goes On”, pur nella sua tronfia esagerazione, è un concept album esasperato ai limiti della rock opera (“Tommy” degli Who uscirà solo l’anno seguente) che utilizza in modo intensivo, quanto superficiale, lo stratagemma del leit-motif; non certo un album wagneriano ma un esperimento unico pur nel panorama variegato dell’epoca, voluto e forse preteso dal produttore Shadow Morton, ma assecondato da un gruppo che accetta con una certa naturalezza cover imbarazzanti e stucchevoli di classici come Per Elisa e Sonata al chiaro di Luna. Comunque una delle primissime contaminazioni esplicite di musica classica e pop. “Per i giovani il volto giovane della musica immortale”, così recitava la copertina del 45 giri di stampa italiana dei pezzi di Beethoven. “Renaissance” è la grande occasione perduta. La dimostrazione che un seguito più personale ed autonomo all’album d’esordio era possibile… ma il Re è Nudo. Stein, Bogert, Martell e Appice saranno anche eccellenti strumentisti ma nessuno di loro è un autore, nessuno ha la minima idea di dove cominciare per scrivere una canzone. A parte qualche notevole parte solista in The Sky Cried o Thoughts il pezzo forte resta una cover: questa volta è Season Of The Witch di Donovan, che assume i tratti della tragedia shakespeariana in un gelido teatro fatto di allucinazione e paura. La copertina megalomane, i quattro scolpiti su un Mount Rushmore di proporzioni astronomiche, non fa che rafforzare il sospetto di trovarci di fronte ad un ego smisurato e pompato fino all’inverosimile. “Near the Begeinning” è un album più misurato, nonostante l’eterno medley che occupa tutto il lato B: niente poemi, niente proclami. Le canzoni trovano finalmente un proprio equilibrio e il sound è, se possibile, ancora più pregevole: pieno, potente, in grado di fondere alla perfezione il timbro caldo dell’Hammond alla violenza della chitarra e alla profondità del basso, mentre Appice si conferma uno dei maggiori talenti della sua generazione. Shotgun è un Hard Rock purissimo, esteso, fatto di virtuosismo come di potenza d’assieme; Some Velvet Morning è un brano inumidito della rugiada di una foschia crepuscolare che esplode in boati metallici improvvisi e deflagranti, secondo un pattern soft/hard divenuto poi fin troppo abusato. Nell’introduzione al volumetto della Giunti “Heavy Metal – I Classici”, Luca Signorelli scrive “Non sono in pochi a cogliere in Some Velvet Morning dei Vanilla Fudge il primo vagito del Metal”. Chi fossero quei “non pochi” e quale il loro numero, non è dato sapere… ma l’opinione non è da scartare. Traendo le somme della loro parabola artistica i misteri non si risolvono del tutto. Un ascoltatore attento potrebbe trovare nella musica dei Vanilla Fudge buoni argomenti per sostenerne diritti di paternità tanto sull’Hard & Heavy quanto sul Progressive (cioè i due pilastri del Rock dei primi anni 70) oltre che sull’Acid Rock di cui erano già conclamati paladini. Ma un ascoltatore altrettanto attento avrebbe altresì buoni argomenti per dimostrare come il gruppo newyorchese fosse poco più di una cover band per ragazzi. Una cosa è certa: vi sono indubbie liaison sonore, spesso evidenti ed importanti, con eroi degli anni successivi (Yes, King Crimson, Uriah Heep, Moody Blues, ELP…); spesso si legge (pur da fonti non troppo attendibili o verificabili) che Lennon e George Harrison accolsero assai positivamente le cover dei Beatles: il che è tutto sommato plausibile; di certo le gradirono più di Beatle Bone ‘n’ Smokin’ Stones di Beefheart o della I Saw Her Standing There dei Pink Fairies. Speculazioni a parte, i Vanilla Fudge esercitarono un paio di influenze dirette (e dichiarate) determinanti per l’evoluzione del Rock nell’immediato futuro. Gli “eroi” dei Deep Purple (Mark Stein e Vince Martell) stabilirono uno standard nell’approccio hard al binomio Hammond-chitarra elettrica, posti ora a pari dignità solista, binomio che fece la fortuna di Blackmore e Lord ma anche di Uriah Heep, Atomic Rooster e altri celebri complessi dell’epoca. Non vi furono insomma solo i Deep Purple: anche l’altra band cardine del movimento Hard britannico, tali Led Zeppelin, ebbero rapporti rilevanti con i Vanilla. Durante il 1969 i due gruppi furono spesso in tour assieme, dividendosi il cartellone nelle diverse serate; se non che, all’epoca, le star navigate erano i Vanilla e gli Zeppelin i novellini (Page a parte, s’intende…). Tra i due gruppi nacque subito un’eccellente alchimia e una notevole complicità artistica, nonché una sanissima competizione che li portò ad inscenare spettacoli memorabili. John Bonham e Carmine Appice divennero amici e fu il batterista italo-americano ad introdurre Bonzo al drumkit di marca Ludwig che diventerà elemento distintivo del sound possente del gruppo britannico. Le qualità didattiche di Appice verranno per altro alla luce molto presto, visto che già nel 1972 il suo metodo per batteria rock “The Realistic Rock Drum Method” era già un best seller nel suo genere ed ancora oggi è un classico. I Vanilla Fudge furono spalla di Page & Plant (e viceversa) anche fuori dal palcoscenico; come a Seattle, nel celebre episodio dello squalo, oggi una delle più citate leggende della mitologia rock. Stephen Davis riporta la versione di Richard Cole, road manager degli Zeppelin: “Per me, quel secondo cazzo di tour con i Led Zeppelin rappresentò il miglior periodo della mia vita. Fu proprio quello. Eravamo sulla cresta dell’onda e stavamo salendo sempre più in alto e nessuno ci controllava troppo da vicino. Così ci potevamo divertire un casino. E queste fighe arrivarono nel mio alloggio con l’intenzione di scopare, mentre Bonzo e io eravamo seriamente impegnati a pescare.” Non è del tutto chiaro che cosa accadde dopo. Una ragazza, una graziosa giovane groupie dai capelli rossi fu spogliata e legata a un letto. Secondo la leggenda dell’“episodio dello squalo”, i Led Zeppelin procedettero quindi a infilarle pezzi di squalo nella vagina e nell’ano. Richard Cole sostiene che non avvenne in quel modo. “Bonzo non c’entra, sono stato io. Plant e Bonzo non sapevano nulla, erano dei bambini. Non erano pezzi qualunque dello squalo: venne infilato il naso, E già, lo squalo era vivo! Non era morto! Prendemmo un sacco di squali, perlomeno due dozzine, infilammo degli attaccapanni tra le branchie e li lasciammo appesi nell’armadio… Ma la vera storia dello squalo è che non era nemmeno uno squalo. Era un dentice rosso e guarda caso la gallinella aveva una cazzo di testa rossa e una fighetta color fuoco. E questa è la verità. Bonzo era nella stanza, ma fui io a farlo. Mark Stein, dei Vanilla Fudge, filmò il tutto. E a lei piacque immensamente. Fu una cosa tipo: “Ti piace scopare? Vediamo un po’ quanto piace alla tua pesciolina rossa questo pesciolone rosso!’ . Tutto li. Non dico che la ragazza non fosse ubriaca, non dico nemmeno che nessuno di noi non lo fosse. Ma non ci fu nulla di malizioso o pericoloso, per carità! Nessuno venne mai ferito. Può darsi che lei, per non aver obbedito agli ordini, sia stata ‘colpita’ un paio di volte con uno squalo ma non venne ferita.” Innovatori misconosciuti o scaltri mestieranti di notevole successo, i Vanilla Fudge restano un vero mistero della loro epoca. Un’avventura che offre più domande che risposte; domande che a volte travalicano le vicende ristrette della band. Quando una cover smette di essere solo una copia di un modello originale ed acquista una propria autonomia ed identità artistica indipendente? Può un’opera “derivata” valere di più dell’originale? Cosa serve per pubblicare un album di cover dei Beatles? Sfrontatezza, incoscienza, reverenza… o magari molta furbizia? Forse nelle risposte a queste domande sta la vera natura dei Vanilla. Un gruppo che certo ha avuto idee ed intuizioni importanti e innovative, ma che non ha mai trovato al proprio interno l’autonomia necessaria per impiegarle al meglio. Novità non melodiche o armoniche ma tutte esteriori, potremmo dire timbriche, dalla batteria come elemento guida e leader di un complesso, all’amalgama perfetta di Hammond e Gibson, alla carica vocale melodrammatica, esagerata ed a volte parossistica. La loro sfortuna è che molte di queste trovate appaiono oggi tremendamente datate, soprattutto se mai abbinate a canzoni originali, assolutamente non in grado di resistere all’erosione del tempo… ed è stato il tempo più che la musica a relegarli nel limbo dei misconosciuti. Riguardo alla questione delle cover: si, un’opera derivata può senza dubbio essere più rilevante di un originale. Il bello dell’Arte sta nel sapersi migliorare e magari anche riciclare. Forse non solo per la fisica vale la regola “nulla si crea nulla si distrugge” e, laddove le idee o le melodie veramente nuove scarseggiano, non è un disonore né un peccato appropriarsi di qualcosa altrui per rimodellarlo secondo un proprio personale punto di vista… certo, a patto di dichiararlo. Ci sono canzoni talmente potenti da potere inseminare decine di cover, ognuna differente. I Vanilla Fudge più di altri possedevano questa capacità di tramutare materiale esistente in qualcosa di diverso, rimodellandolo a loro piacimento, a volte estremizzandolo, a volte rendendolo realmente irriconoscibile. Quindi… furbizia o talento? Alcune domande sono migliori delle risposte… e lasciandole aperte ci creiamo almeno l’illusione che ci sia qualcosa su cui ancora vale la pena scrivere.

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