Van Morrison: “Three Chords and The Truth” (2019) – di Maurizio Pupi Bracali

Tre accordi e la verità sono i pochi e semplici ingredienti per scrivere un buona canzone. L’affermazione di mezzo secolo fa del cantautore country Harlan Howard è anche l’assunto in cui si muove il vecchio “Van the Man” che a settantaquattro anni di età e cinquantacinque di onorata carriera, sforna, “Three Chords and The Truth” (Exile/Caroline International 2019), il suo quarantunesimo album, con una buona dose di stakanovismo, essendo ben il sesto (e probabilmente il migliore) negli ultimi quattro anni e, di buone canzoni in questa nuova opera dell’irlandese dal brutto carattere ce ne sono diverse, anche se, come direbbero i Led Zeppelin, “la canzone rimane la stessa”. Ancora una volta, infatti, Morrison non si discosta dalla sua tipica miscela di blues, soul, rhythm’n’blues con un paio di spruzzatine leggere e sottotraccia di country e di quel celtic soul che da sempre è appiccicato alla sua pelle. Trattasi comunque di musica fortemente “americana”, soprattutto nel bel rhythm’n’blues dylaniano di You Don’t Understand, nel divertissement boogie-woogie di Early Days, nella lenta ballata di Up On Broadway e nel blues che titola l’album
Tra i numerosi musicisti che si alternano ai vari strumenti (tre diversi bassisti, due batteristi e addirittura quattro tastieristi) Morrison recupera alla chitarra acustica il grande Jay Berliner – già presente nel capolavoro “Astral Weeks” (1968) – e all’elettrica Dave Keary (anche alla slide in Bags Under My Eyes, brano blues con Morrison all’armonica) mentre da segnalare è il protagonismo assoluto dell’organo Hammond presente in tutti i brani e caratterizzante con la sua sobrietà l’intero album che, al contrario dei dischi più recenti, abolisce i fiati che forse appesantivano troppo alcuni brani, anche se, a questo proposito, “Van the Man” in un paio di tracce (Nobody In Charge e Early Days) tira fuori il sax dalla custodia e si produce in altrettanto sperticati assoli. Tra le quattordici canzoni, tutte di buon livello, segnaliamo ancora Fame Will Eat The Soul che vede Morrison duettare con Bill Medley dei The Righteous Brothers in un brano delizioso e leggero che ricorda addirittura i Rolling Stones più scanzonati (periodo “Tattoo You” (1981) o giù di lì.), e March Winds In February che apre l’album con una tale tipicità morrisoniana che cade nell’autoplagio e nel già sentito… (Non c’era un brano molto simile in “Beatiful Vision” del lontano 1982?). Ciò nonostante il vecchio leone irlandese ruggisce ancora (a settantaquattro anni la sua voce non ha ancora perso tono e volume e tiene un ritmo di oltre cinquanta concerti all’anno)realizzando un buon prodotto che non aggiunge niente di più alla sua gigantesca statura artistica, ma che conferma… anche se la canzone rimane la stessa è, ancora e sempre, una gran bella canzone.

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