Van Morrison: “The Prophet Speak” (2018)- di Maurizio Garatti

Viviamo circondati da profeti di varie razze e colori, alcuni in buona fede, la maggior parte sicuramente no… ma quando si parla di Sir George Ivan Morrison, le cose cambiano: when the prophet speak”… quantomeno si lascia tutto e si ascolta. Giunto all’interessante età di settantatre anni, Van torna in studio pochi mesi dopo il precedente “You’re Driving me Crazy”, uscito lo scorso aprile e ci offre il suo quarantesimo lavoro: come a dar vita alle irrefrenabili pulsioni che da sempre si muovono nella sua anima, l’inossidabile Irlandese torna a colpire con ineguagliabile precisione, proseguendo sul sentiero intrapreso ormai da qualche anno e regalandoci sprazzi di assoluta classe uniti a un sapiente uso di quel “mestiere” che è ormai il suo marchio di fabbrica. Van ha pubblicato ben quattro album nel breve volgere di quindici mesi, lasciando poco spazio all’immaginazione: “Roll with the Punches” è uscito nel settembre 2017, “Versatile” nel dicembre dello stesso anno, poi il sopracitato “You’re Driving me Crazy” ed ora questo “The Prophet Speak”, a ribadire l’urgenza di Morrison nel condividere la sua estasi creativa. Ovviamente anche in questo caso le cover presenti giocano un ruolo fondamentale, ma resta innegabile il fatto che la filosofia musicale del “Leone di Belfast” amalgama perfettamente i brani autoctoni a quelli provenienti da altri lidi. Le otto cover presenti, unite ai sei brani originali, sono una accurata selezione di musica ad alto tasso emotivo e, se i padri risultano essere Sam Cooke, Solomon Burke, John Lee Hooker, JD Harris, Willie Dixon, Muddy Waters, Eddie “Cleanhead” Vinson e Gene Barge, è evidente che il personalissimo approccio di Van fa risultare il tutto un amalgama perfetto. Ad un primo ascolto possiamo tranquillamente dire di essere al cospetto dell’ennesima tempesta perfetta di “Van the Man”. Così perfetta da suscitare alcune perplessità. Se “The Prophet Speak” fosse arrivato prima, saremmo tutti genuflessi a gridare per l’ennesimo miracolo creativo di Morrison, seppur ampiamente previsto, ma il semplice fatto che il precedente e notevole album sia di solo sei mesi fa, lascia tutti un po’ straniti. Van è fatto così. Entra in sala di registrazione con il fenomenale Joey DeFrancesco e con la sua Band, si lascia coinvolgere in sonorità così calde e armoniose da mettere i brividi, e ci conduce in terre lussureggianti e fertili, dalle quali è difficile uscire. “You’re Driving me Crazy” era nato così, e il connubio era risultato talmente efficace da convincere l’irlandese a ripetere immediatamente l’operazione. Il risultato è l’ennesimo album stilisticamente perfetto, che scalda ed emoziona, ma che pare destinato a finire subito nello scaffale assieme a tutte le altre cose sue… e questo in definitiva è un peccato. Perché la voce calda di Van unita all’organo di Joey, al sax tenore di Troy Roberts, alla chitarra di Dan Wilson e alla batteria di Michael Ode, meriterebbero ben altra sorte. Già l’iniziale Gonna Send You Back To Where I Got You From è fascinosa e da manuale, con le note dei fiati e l’organo a rubare la scena alla voce dell’Irlandese. La sempre splendida Dimples di John Lee Hooker è un sintetico manuale di classe e feeling, con la Band che gira a mille per supportare l’entusiasmo del leader, mentre la bella Laughin’ and Clowin’ di Sam Cooke è riletta in modo così stupefacente da richiedere numerosi repeat” prima di farsi da parte. Per quel che riguarda i brani originali, è sufficiente citare la conclamata bellezza di Ain’t Gonna Moan No More per dire tutto ciò che è necessario. Altro brano sul quale proprio è impossibile sorvolare è Gotta Get You Off My Mind di Solomon Burke, che pare brillare di luce propria. In fondo però è proprio qui che si cela il Van Morrison attuale: la miscela di Jazz, Gospel, Blues, Soul, unita alla profonda radice irlandese, è il perfetto viatico per entrare nel suo sound. Occorre avere orecchie perfettamente rodate per afferrare ogni singolo particolare di questo eclettico ensemble, ma anche chi ne fosse completamente sprovvisto verrà sicuramente catturato dalla torrida cascata di note che fuoriesce dal disco. La copertina scelta per l’occasione è di quelle che non si scordano: l’Irlandese con Archie Andrews (il manichino del ventriloquo di “Educating Archie”) seduto sulle sue ginocchia. E’ una immagine che si presta a mille interpretazioni, e possiamo solo provare a individuarne alcune, senza dimenticare che Van aveva scritto e pubblicato nel 2012 un brano che si intitolava proprio Educating Archie, ( il disco è “Born to Sing: No Plan B”) nel quale si lamentava delle élites globali, del capitalismo e dei media. Il cuore batte… sempre vorticosamente.

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