Valerie June: “The Order Of Time” (2017) – di Maurizio Garatti

C’è un luogo negli Stati Uniti che pare essere da sempre baciato dai capricciosi Dei della Musica; conosciuto dagli storici come il Volunteer State per via della battaglia di New Orleans. Il Tennesee, è di questo che stiamo parlando, è lo stato di Nashville e di tutto ciò che ne consegue; ed è responsabile di gran parte della Storia musicale degli Usa, perlomeno di quella legata alla tanto citata denominazione “Americana”. Capitale di questo Stato è l’altrettanto celebre Memphis, cantata da mille songwriters e luogo di provenienza della bravissima Valerie June che arriva a pubblicare il suo nuovo Album proprio in questi giorni. Nata a Jackson nel 1982 si trasferisce a Memphis nel 2000, proseguendo lungo il tracciato musicale a lei più consono, fatto di Gospel, di Soul e di tutta la tradizione Americana racchiusa tra il Country, il Bluegrasse ed il Folk, giungendo ai giorni nostri con questo stupefacente (ma non troppo visti i presupposti) “The Order of Time”, mediante il quale Valerie porta a compimento una operazione di rara efficacia: mantenere intatta la fresca vitalità delle roots urbanizzandone in qualche modo i suoni e rendendo il prodotto più ruvido e graffiante. Valerie June ha una voce molto espressiva, tipicamente americana, che riunisce in sé il canto di svariate generazioni di singers americani, non necessariamente femminili; la notevole Love You Once Made, per fare un esempio, mi ha ricordato a tratti il modo di cantare di Terry Allen che con il suo celebratissimo “Lubbock (On Everything)” ci aprì le porte di un mondo allora poco noto ma incredibilmente affascinante. La seguente Shakedown è invece molto più graffiante con un incedere tipicamente Urban Rock, mentre If And è un mid tempo che mischia la vena country con quella più ruvida e moderna creata da una chitarra elettrica distorta e perfettamente funzionale.
Su tutto prevale la voce di Valerie che, pur non essendo dotata di una grande varietà di modulazioni, riesce a soggiogare i suoni delle varie canzoni permeando il disco di un’aura molto particolare: il suo tono, a volte cantilenante ammalia e affascina, trasportando l’ascoltatore in una realtà tipicamente americana.
“The Order Of Time” si compone con il dipanarsi di dodici brani, schegge che dipingono un’America in bilico tra la tradizione rurale e la dura lezione urbana con la quale è necessario confrontarsi; e se i bellissimi quattro minuti di Slip Side on Bay, tra le cose più belle dell’album, con una grande sezione di ottoni a trapuntare la splendida melodia, ci portano dritti alle vette della tradizione cantautorale femminile, 
è il canto di Man Done Wrong che riafferma con fiero cipiglio l’appartenenza alla ruvida realtà contemporanea. Giunta alla soglia dei trentacinque anni Valerie June entra di diritto tra le grandi storytellers made in USA, raccogliendo comunque quel testimone che le Signore dell’Americana ancora tengono strettamente in pugno.

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