Vajont: una catastrofe annunciata – di Maurizio Garatti

Sono ormai trascorsi 56 anni dalla tragedia del Vajont. Nonostante questo considerevole lasso di tempo, quella catastrofe è ancora viva e presente nella memoria di tutti noi. Eravamo agli inizi degli anni 60, il boom economico stava iniziando a dare i suoi frutti, e gli italiani scoprivano che vivere poteva anche essere una cosa piacevole. La televisione iniziava ad essere presente in ogni nucleo familiare, diventando una sorta di nuovo focolare attorno al quale riunirsi la sera. Fu proprio il neonato mezzo televisivo a portare nelle nostre case il disastro del Vajont. Per la prima volta fummo spettatori in diretta di un evento di tale portata. le immagini, le voci degli inviati e dei commentatori facevano da sfondo al silenzio attonito che aleggiava intorno a noi. La televisione ci portò direttamente sul luogo della tragedia. Nulla in confronto all’asfissiante pressione mediatica a cui siamo sottoposti oggi, all’incessante sequenza di avvenimenti in diretta che un esercito di canali sottopone ai nostri occhi ormai abituati e distratti. In quegli anni c’era solo un canale televisivo… e milioni di persone seguirono quei tragici e dolorosissimi eventi. Era la sera del 9 ottobre 1963 e nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, a causa del distacco e conseguente crollo di una colossale frana dal soprastante versante del Monte Toc nel sottostante bacino, avvenne la tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago artificiale, e di superamento della diga.
Tutto questo provocò l’inondazione e la distruzione delle comunità abitanti il fondovalle – tra cui Longarone – e la morte di migliaia di persone. La catastrofe fu provocata dall’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre quota 700 metri (slm) – quota teorica di sicurezza per il collaudo dell’opera – che, combinato a una situazione di abbondanti precipitazioni, sfavorevoli condizioni meteo e a pesanti negligenze nella gestione dei potenziali pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante della montagna, riattivò una paleofrana presente sul versante settentrionale del massiccio, situato al confine tra le province di Belluno (Veneto) e, all’epoca dei fatti, Udine (oggi Pordenone). Alle ore 22.39 di quel giorno, circa 260 milioni di m³ di roccia (un volume più che doppio rispetto all’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (108 km/h), nel bacino artificiale sottostante creato dalla diga del Vajont (che conteneva circa 115 milioni di m³ d’acqua al momento del disastro), provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 200 m. in altezza il coronamento della diga e che in parte risalì il versante opposto distruggendo e uccidendo tutto quel che incontrò lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso.
Una parte dei detriti (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò la diga (che rimase sostanzialmente intatta seppur privata della parte sommitale) riversandosi nella valle del Piave e distruggendo il paese di Longarone e i suoi limitrofi. Il primo computo totale assommò 1917 vittime di cui 1450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 di altri comuni. Lungo le sponde del lago del Vajont vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Maè, Villanova, Rivalta. Profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Danni anche nei comuni di Soverzene, Ponte nelle Alpi e nella città di Belluno dove venne distrutta la borgata di Caorera, e allagata quella di Borgo Piave. Alla fine i dati ufficiali parlarono di 1917 vittime ma non fu possibile determinarne con certezza l’esatto numero dei morti. È stato stimato che l’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fosse di intensità eguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima.
Alle ore 5.30 della mattina del 10 ottobre 1963 i primi militari dell’Esercito Italiano arrivarono sul luogo per portare soccorso e recuperare i morti. Tra i militari impiegati vi erano soprattutto Alpini, alcuni dei quali appartenenti all’arma del Genio che scavarono anche a mano per riuscire a trovare i corpi dei dispersi. Dei circa 2000 morti, sono stati recuperati solo 1500 cadaveri, la metà dei quali non è stato possibile riconoscere. Come detto, il numero totale vero delle vittime non fu mai accertato. A rigor di logica in questo computo di morte andrebbero assommati anche i 21 uomini delle maestranze che morirono per la costruzione della diga, oltre quelli rimasti ignoti. Nel disastro morirono anche 487 bambini. La vittima più giovane fu Claudio Martinelli di Erto e Casso (PN) – (nato il 18/09/1963) – con soli 21 giorni di vita; la vittima più anziana fu Amalia Pancot di Conegliano (TV) – nata il 26/01/1870 – di 93 anni.
Ancora oggi, a ricordare questa immane tragedia, si sente un dolore immutato e crescente… perché al di là di tutti i tristi teatrini che la seguirono, resta la consapevolezza che l’arrogante stupidità di uno sparuto gruppo di persone sostanzialmente impunite, causò lutti e desolazione all’estesa comunità coinvolta che non riuscì mai a riprendersi e dimenticare… almeno mitigando il ricordo in assenza di un evidente sopruso. Nel febbraio 2008, durante l’Anno Internazionale del pianeta Terra (International Year of Planet Earth) dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in una sessione dedicata all’importanza della corretta comprensione delle Scienze della Terra, il disastro del Vajont fu citato, assieme ad altri quattro eventi, come un caso esemplare di “disastro evitabile”, causato dal «fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare».

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Un pensiero riguardo “Vajont: una catastrofe annunciata – di Maurizio Garatti

  • Ottobre 27, 2014 in 10:50 pm
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    La memoria è essenziale,
    quella nessuno ce la può portare via

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