I Vagabondi – di Bartolo Federico

E’ cominciata così la notte. Svolazzando si è infilata negli anfratti dell’anima, poi lentamente se n’è andata dentro il mio cuore, dalla parte più buia. Incantati siamo rimasti tra di noi. Baciamoci mi ha detto. Abbiamo fatto risuonare dei blues e anche delle vecchie canzoni country che parlavano di autostrade, macchine, e di quei fuggiaschi che affollano le strade secondarie. Ho tenuto duro. Non volevo mica commuovermi mentre sentivo le sue dita intorno al collo. Mi sono tolto il cappello e prima di svoltare l’angolo mi sono fermato a guardarla. La pioggia è caduta e poi sempre meno. Anche la musica si è fermata. Siamo fatti così noi altri. Ci sono cose che aspettano che quella luce gli attraversi le viscere, per vedere come sei messo dentro il tuo cuore. Il nostro destino è scritto da qualche parte, nel libro della vita. Il mondo che sognavo da ragazzo era profumato di musica, e la strada insieme a quei “beati” che vedevano i ragni nel cielo e parlavano ad alta voce alla luna divenne il mio rifugio. La mia esistenza con le loro parole assunse un aspetto fantastico, o almeno credevo fosse così, inseguendo quell’incrocio dei sogni che mi avrebbe fatto suonare la vita. Ma ero solo un ingenuo, alla guida della mia solitudine.
Non può esserci arte senza contaminazione. Non può esserci arte senza una vena di pazzia. Due anni prima di morire Neal Cassady il vagabondo pieno di eccitazione protagonista di On The Road il romanzo di Jack Kerouac, era alla guida del furgone dei Grateful Dead. Un gruppo di scarburati anticonformisti, anima di quel suono psichedelico che andava di moda a cavallo tra gli anni sessanta e i settanta. Il loro leader, il barbuto e paffuto Jerry Garcia è stato un sovvertitore delle regole, uno che ha creato un modo di vivere; un eremita che sapeva rendere magica la musica. Un idolo per folle di sbandati, tutti quanti pigiati dentro un unico sogno di libertà. Gente dal cuore tenero che se ne andava nel deserto ad allargare l’area della conoscenza, facendo un uso massiccio di acido lisergico. Bravissimi a non darsi pace nell’ebrezza del loro stesso sconforto. Nel chiuso della mia stanza avevo scoperto che inseguendo la vita di questi cani sciolti mi rendeva la mia un po’ più speciale. Nel 1973 insieme a The Band e agli Allman Brothers, i Dead suonarono nell’autodromo di Watkins Glen davanti a seicentomila persone, in uno dei più affollati concerti rock di tutti i tempi. Quei ragazzi erano stracarichi di utopie, generosi e pronti a mettersi in gioco, pur di sperimentare nuove strade. Musicisti che non hanno posto freni alla fantasia e alla follia di vivere. Svelti a prendere qualsiasi deviazione, anche se poi si finiva dritti all’inferno. Si lasciano tante cose per la strada. Piccoli frammenti, indicazioni, qualsiasi cosa, affinché un giorno si possa ricordare di essere passati da quei luoghi. Ho guardato il mio diploma di geometra riverso in un angolo della stanza, un pezzo di carta che non ho mai usato, perché non era quello che volevo fare.
O almeno così pensavo. Mi sento come una nota stonata, uno che non ha ancora trovato il suo posto; e questo mi addolora. Forse perché arrivato al confine, mi è mancato il coraggio di andare fino in fondo alle cose che desideravo. 
È una ferita che sanguina e fa molto male. L’amore non vince sempre. Non vince su tutto. Si sta avvicinando la stagione della pioggia, e mi sto preparando a quegli scrosci d’acqua che verranno. Oggi è una di quelle giornate vuote e pigre, così ho deciso di starmene per i fatti miei. Mi sono messo una bottiglia vicino e ho preso a spaginare qualche libro ascoltando della musica. Fu con l’album “Workingman’s Dead” del 1970 che i Grateful Dead virarono verso il country rock. Chitarre acustiche, slide e suoni perfetti sostituirono l’elettricità che fino al precedente “Live/Dead” la faceva da protagonista. Jerry Garcia aveva incamerato un sacco di stili musicali, per questo riusciva a rendere affascinanti le sue composizioni. Inoltre era un grande appassionato di quelle canzoni folk che vale sempre la pena cantare. Musica e parole tramandate oralmente da un popolo d’immigrati, in continua evoluzione.
Canzoni stropicciate e arrangiate da chi le ha prese in custodia, e che ha inevitabilmente arricchito con qualcosa di nuovo e personale. Cose bastarde e tristi, ma mai pallose, che raccontano di uomini che hanno lottato per restare vivi, in un mondo ostile e duro. Musica da considerarsi patrimonio dell’umanità, per tutto quello che rappresentano quei vecchi pezzi folk, vaudeville, blues, gospel, e comiche, riportate nel ventesimo secolo. Amava così tanto la musica country Jerry Garcia che dopo aver pubblicato “Workingman” e “American Beauty”, diede vita con Phil Lesh e Mickey Hart ai New Riders Of The Purple Sage. Il loro primo disco, l’omonimo del 1971, e il seguente “Powerglide” del 1972, li ricordo assai bene perché sono stati i primi dischi di country rock che ho ascoltato in vita mia. Dischi dove ci ho lasciato il cuore, le illusioni, la giovinezza, e anche un filo di disperazione. La California di Jack Kerouac sembrava davvero a portata di mano correndo dietro a quelle canzoni. Ma la musica non può ricreare il passato, lo può solo ricordare. Noi uomini ci prendiamo cose in prestito per poi, inevitabilmente , cedergli il passo.
“Ora va a dormire mio stanco vagabondo. Lascia che le città scorrano lentamente. Ascolta il canto d’acciaio delle rotaie. Questa è la tua ninnananna. Sì lo so che i tuoi vestiti sono logori e laceri. E i tuoi capelli stanno diventando grigi. Ma rialza la testa e sorridi ai guai.” (Hobo’s Lullabay – Goebel Reeves)
Scruto i miei fallimenti e la fatica che ho fatto per tirare avanti, e mi sento stanco. Sono in un vicolo cieco.
Il panico mi sta soverchiando in questo isolamento in cui mi sono imbucato. Stamattina mi sono svegliato assai confuso. Ho bevuto del caffè, e mi sono seduto a guardare un punto indefinito della stanza.
Ho incrociato le gambe. Eppure le molteplici cadute mi hanno trasformato in una persona più audace, capace di rialzarsi in punta di piedi e toccare il soffitto. Nonostante questo mi sento afflitto. Le cose che uno fa passano e svaniscono. Lasciandoti con l’amaro in bocca. Quell’amaro che aveva il folk-singer Phil Ochs quando morì suicida l’otto aprile del 1976, dimenticato da tutti e in preda a una di quelle crisi che gli avevano violentato la vita. I sogni alle volte t’incasinano, ti turbano così tanto da spingerti nella bruma. Poi subentra lo sconforto, il tormento, e così ci si lascia andare alla perenne ricerca di quel qualcosa che non si troverà mai. Ti succhia tutte le forze dalla mente la depressione, aprendo ferite e un vuoto che non si potrà mai rimarginare. Phil Ochs ha studiato giornalismo all’università dell’Ohio e ha scoperto la musica folk e Woody Guthrie tramite il suo compagno di corso Jim Glover, figlio di un operaio marxista con il quale ha formato il duo The Singing Socialist. Ha soli 24 anni è una valigia piena di sogni e d’inquietudini, quando nel 1964 pubblica con il supporto della Elektra “All News That’s Fit To Sing”, un disco prettamente politico che parla con lingua affilata, ma anche ironica, del lavoro degli operai, della guerra, di fatti di cronaca, delle persecuzioni e della violazione dei diritti civili, da parte dell’FBI. Canzoni topical, militanti e urticanti, che riparano in qualche modo ai torti che gli uomini subiscono da altri uomini. Canzoni del popolo e per il popolo che a sentirle oggi suonano ancora semplici e naturali, forti e sentite. Power Of Glory è una di quelle ballate degne di essere ricordate e accomunate a This Land Is Your Land di Guthrie. Una voce autentica quella di Phil Ochs, un cantautore relegato nel limbo perché mai servizievole con il potere. Quando l’anno seguente venne fuori il suo secondo disco, “I Ain’t Marching Anymore”, con l’omonima canzone dedicata alla guerra in Vietnam, fu bandito e censurato per tre anni dalle trasmissioni televisive e radiofoniche. Sono sempre i vecchi a mandarci alla guerra. Sono sempre i giovani a cadere. Ora guardate tutto quel che abbiamo vinto con la sciabola e il cannone. Ditemi se ne valeva la pena”Dopo il festival di Newport del 1965 il folk cominciò a sgretolare la sua forza. Quelle canzoni che parlano dei gradini più bassi della società, prodotte da gente povera di strada, furono inghiottite e usate come uno strumento promozionale dalla borghesia radical chic americana per i suoi fini politici. La cosa peggiore che gli poteva capitare. Come Phil Ochs la libertà ha un profumo particolare, aleggia nell’aria e ti fa sentire leggero come una piuma; ma alle volte si rannicchia e come un bambino, si mette a tremare spaventata per la paura. L’amore non vince sempre. Non vince su tutto. 
Non riderò delle menzogne, quando sarò morto. Non potrò chiedere perché, come e quando, quando sarò morto. Non potrò vivere fieramente tanto da morirne, quando sarò morto. E allora mi sa che dovrò farlo finché sono vivo”. (When I’m Gone -Phil Ochs)

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2 pensieri riguardo “I Vagabondi – di Bartolo Federico

  • Dicembre 4, 2016 in 7:27 pm
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    Che bello questo articolo! Perché la musica è avvolta dalle sensazioni di chi scrive. C’è stato un periodo in cui a casa bazzicavano ragazzi americani e posso dire che bisognerebbe dimenticare i governi che regolamentano un popolo e fermarsi alle persone. Quelle che ho frequentato erano semplici, entusiaste, ingenue e con tanta voglia di scoprire una terra, quella nostra, ricca di storia che loro non hanno. E io qualche volta ho sognato la loro America. Un grandissimo contenitore con spazi e possibilità infinite come le vedute dei paesaggi . Avrei voluto essere californiana (scontato?) e cambiare spesso situazioni, lavori (perché la’ non sei costretto a morire poco per volta alla stessa scrivania per tutta la vita) divertimenti e amicizie. Penso spesso a quei posti che conosco in cartolina, libri e film e sogno ad occhi aperti e la colonna sonora è “Lay Lady Lay”

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