“Uzeda live Tour 2019” allo Scugnizzo liberato – di Girolamo Tarwater

A Catania ci sono stato, di passaggio, la prima volta oltre 30 anni fa. Con un pulmino abbiamo fatto praticamente tutta l’Italia in un paio di settimane estive: Bergamo-Roma-Reggio Calabria, e poi una sortita siciliana: Messina-Catania-Siracusa. Ci fermammo la prima notte a Roma, una borgata (allora era ancora così) sulla Prenestina appena fuori dal raccordo. Tra capannoni e case in perenne costruzione, un disastro urbanistico, in cui però era ancora possibile cogliere dei resti di bello (ad esempio i tramonti sulle campagne che ora non ci sono più) e di umano (la gente che era riuscita a farsi una vita partendo letteralmente dalle stalle – la zona si chiamava “ovile”immigrati, soprattutto dalle Marche, appena fuori la Capitale in cerca di fortuna, con ancora un senso della fatica e del valore delle cose, realtà che colpevolmente non hanno saputo trasmettere alle generazioni successive: “non vogliamo che i nostri figli e nipoti soffrano quello che abbiamo sofferto noi”, impedendo loro così, di fatto, di capirne il valore. Era tutto un mondo nuovo e selvaggio per chi, come me, veniva dalla provincia lombardo-veneta e, più si scendeva per lo stivale, più la visione si faceva chiara. Un mare, un cielo, una natura sfolgorante, di fronte a una realtà sociale e urbanistica (case lasciate a metà, strade scassate, segnaletica assente) da terzo mondo.
Di Catania ricordo il caos, il traffico e il disordine a livelli che mi sembravano qualcosa di pittoresco, molto pittoresco. Stessa sensazione, pressappoco, qualche anno dopo nella prima visita a Napoli. Era -anche lì – tutto un mondo nuovo che, pur lasciandomi intimorito, trovavo affascinante, forse anche perché non avevo nessuna chiave di lettura che me lo spiegasse. Le cose erano proprio come sembravano? Dopo quasi vent’anni di permanenza a Napoli (e quasi una decina a Roma, quella Roma) devo dire che non smetto di stupirmi. Come dice Pino Daniele “‘a sape tutto ‘o munno, ma nun sanno ‘a verità”. Tutto questo per dire la mia su qualcosa che, pur sentendolo mia, mia di fatto non è. Napoli-Catania non è una partita di calcio che si giocava in quegli anni. È qualcosa che è successo il 31 ottobre scorso a Napoli. Per quei casi bizzarri in meno di una settimana su Catania ci sono tornato varie volte e tutte – in qualche modo – hanno a che fare con l’arte, con una visione che passa attraverso questo filtro speciale. La prima è stata un riferimento trovato in una nota che avevo scritto a proposito di un film documentario sul quartiere dei trans di Catania, San Berillo; un film che non ero riuscito a vedere ma che mi aveva molto incuriosito per il taglio particolare, che affrontava il tema della religiosità in modo decisamente poco ortodosso e molto interessante.
In quel periodo trovai pure una bellissima foto di Lisetta Carmi, storica trans di Genova, così bella (la foto, ma pure lei, con il suo vestito e la gestualità impeccabilmente peccaminosa, così dignitosa e sofferta insieme), che me la sono attaccata sull’armadio della camera e continua a farmi compagnia. Non sto divagando, mi sto solo, lentamente, avvicinando al centro, raccogliendo e facendo tesoro delle pietrine che ho trovato sotto i miei piedi. Fatto sta che proprio in quei giorni in cui sono inciampato in questa nota, un amico musicista (di cui sono praticamente diventato il recensore “ufficiale” nientedimeno che per Bow Up) mi dice che tra un po’ farà un salto a Catania – influenza permettendo – per un concerto e, proprio in quei giorni qui a Napoli ci sono stati due concerti di musicisti che da Catania vengono, Cesare Basile e gli Uzeda (due mondi musicali così diversi, così vicini). Il luogo, non casuale, è lo Scugnizzo liberato, dove pure il mio amico, Luca Tanzini, è stato, per una mostra di fumetti e per suonare. Catania-Napoli, due vulcani, un abbraccio (per dirla con Giovanna Cacciola, voce degli Uzeda, alla fine del suo concerto) tra due Sud.
Scugnizzo liberato, un ex-convento, ex-carcere minorile, ex-monumento in disuso, uno spazio di attivismo per liberare energie e servizi in e a favore di un territorio lasciato spesso a se stesso. Qui il 26 ottobre ha fatto il suo concerto Cesare Basile. Un bel concerto. La sua musica, con i Caminanti, combina due aspetti che sembrano contraddittori. Da una parte c’è una dimensione mitica, fuori dal tempo, che sa di Magna Grecia, di templi che resistono al tempo (sono segnati da esso ma anche lo segnano), una dimensione che rimanda a una struttura antropologica di fondo, con un certo grado di astrazione, qualcosa che si trova ovunque pur non essendo facilmente tematizzabile, anche se la si riconosce subito; dall’altra c’è un senso della storia, della sua concretezza, che si fa quasi cronaca, fotografia, piena di contraddizioni e urti, qualcosa di cui si sporca le mani e la voce. Queste due anime sono chiaramente evidenziate dalla strumentazione, da una parte la sezione ritmica tradizionale (“etnica”) , dall’altra l’elettronica, che insieme uniscono antico e moderno. Lo stesso dicasi per la lingua, un catanese di cui mi sono sfuggite quasi tutte le parole (anche per l’acustica non proprio ottimale, ahimè), una lingua a cui Basile non è arrivato (come – ad esempio – il genovese per De Andrè); lui ci è partito, gli nasce dal sangue, dal cervello, dalla pancia. Vorrei, però, soffermarmi sull’altro concerto, quello – ancora più bello – degli Uzeda. Bello perché pieno, straripante di energia bella, positiva. Mi permetto un’altra digressione. Le etichette (ad esempio noise, punk e via dicendo) sono spesso utili per collocare storicamente e contestualizzare certi musicisti e certi dischi, per dare dei punti di riferimento analitici che però – se presi per definizioni dogmatiche (e spesso accade) – rischiano di diventare delle gabbie. Certo, molti artisti e relativo pubblico (o viceversa) cercano (senza ammetterlo) proprio questo, per circoscrivere un (legittimo) spazio di sicurezza e di identità. Ci siamo cresciuti con questi steccati. Ora, proprio noise (come musica) e punk (come attitudine) sono riferimenti che vengono quasi naturalmente per gli Uzeda.
Rumore e rabbia, energia e velocità ce n’erano parecchie il 31 ottobre allo Scugnizzo liberato per il loro concerto. Ripensando all’impatto emotivo e fisico (orecchie tappate per più di qualche ora) mi è tornata alla mente una vecchia, vecchissima puntata di un programma di Claudio Sorge (non ricordo se era Planet Rock o St
ereodrome, e siamo pressappoco lo stesso periodo del viaggio a cui accennavo all’inizio) in cui presentava in modo micidiale e avvincente tutta la musica che riteneva più rumorosa o violenta. Una carrellata mozzafiato che spaziava dai Napalm Death ai Naket City. Una vera rivelazione, per me, allora, una mappa di mondi inesplorati in cui avventurarsi. Uno dei tratti di quella puntata (praticamente una lezione) era che il buon dee-jay aveva elaborato un percorso come uno scavo verso il fondo, verso musiche sempre più scure e devastanti, ma poi, quando il metallo era diventato fin troppo pesante e incandescente, l’ultima parola fu data a un pezzo dei  Fear Factory in cui la violenza e la rabbia erano come assunte e trasfigurate in energia non più negativa ma positiva, quasi un percorso catarsico di redenzione. Non siamo, insomma, dalle parte dei Rage against the machine. Ecco, la rabbia degli Uzeda ha a che fare con questo tipo di rabbia, di energia. Mi ricorda -tanto per fare un altro esempio – i Sepultura di Roots bloody roots, in cui la rabbia non è più solo vettore e catalizzatore di negatività, come un repellente, ma propulsore. Come se la pars construens avesse finalmente il sopravvento sulla pars destruens. Una energia positiva che per gli Uzeda si traduce in capacità di suonare e in generosità, tanta generosità, nel mettersi a disposizione del pubblico fino in fondo. In questo si sono dimostrati più maturi e consapevoli proprio del giovane pubblico che pensava solo a divertirsi. Alla fine uno sgomento Agostino Tilotta ha rivolto un’occhiata perplessa al pubblico che chiedeva “ancora di più”: “ma come, abbiamo dato tutto, che possiamo dare di più, che volete di più?” e, proprio dalla fine si può partire per capire che tipo di concerto è stato, con Steam,rain and other stuff.
Giovanna Cacciola, che per tutto il tempo ha cantato, urlato, a volte martellato monosillabi come una mitragliatrice, ora tesa al microfono, battendo e pestando il ritmo ora col piede ora con tutto il corpo, lasciandosi andare a una danza ora nervosa ora sciolta, con tutto il corpo sempre connesso, lei con la mano aperta, con le dita ora tese ora a graffiare l’aria, mai col pugno, sempre dischiusa anche quando si raccoglie, sprizzante gioia (sì, gioia), energia, un dono convinto, consapevole ed esuberante, ora – alla fine – alza l’asta del microfono in alto, quasi venisse giù dal cielo e non fosse più solo piantato a terra come per il resto del concerto, e la bocca e la gola anche loro tese al cielo, come le mani e le braccia, stese, protese in un urlo di vita, ad abbracciare e dare vita, come una preghiera, e la musica così fisica, terrestre, così violenta a tratti e rabbiosa a voler vivere la vita, a combatterla, appare ora, per un attimo, appesa al cielo, come un anelito, gratia elevans, uno spiraglio conficcato nella carne, nella gola, prima di ghermire ancora una volta, l’ultima, il microfono e portarlo in giro per il palco in una danza pulsante, sincopata, trascinante. L’ultima parola (o almeno una delle ultime) di un altro pezzo (What I meant when I called your name) è “loser”. Potrebbe pure avere un senso. La consapevolezza e la radicalità di certe scelte si pagano e hanno uno scotto sociale. Ma non è questo il caso. Non sono certamente gli Uzeda i perdenti. Guardando il pubblico – devo dire – mi ha preso un senso di sfasamento.
Doveva essere il concerto una celebrazione antagonista di Halloween (e lo è stata), ma qualcosa non mi quadrava. Per loro sul palco – con qualche decennio in più di buona parte del pubblico giovane (o che si fingeva giovane) – niente maschere, non morti e non mostri, solo loro con un look asciutto. Da parte mia, non mi faccio di canne e non mi ubriaco, nemmeno pogo (la povera Giovanna ha pure provato – inutilmente – a prendere le difese di chi stava attaccato alle transenne col rischio di farsi letteralmente schiacciare; io me la sono cavata con un solo calcione allo stinco) e praticamente (concerti esclusi) non frequento centri sociali. Insomma, per certi versi, non c’entravo niente con quel mondo. E invece sì. Invece vale la pena. Ne vale per la sostanza. Una botta di energia ma anche, musicalmente, una sapienza nel giostrare più che nell’alternare (mostrandone quindi la complementarietà, la coappartenenza, l’incidenza dell’uno sull’altro) i riff sincopati, nervosi, spezzati e quelli trascinanti e travolgenti come una valanga, come una marea energetica; momenti di stasi, di ritmi ipnotici e veri e propri terremoti (e ce ne sono state di scosse!) preparati da ciò che sembra stasi, immobile e invece è energia che si prepara a scoppiare ed esplodere. La martellante ritmica di basso e batteria, essenziali ma decisi, determinati e determinanti da una parte e dall’altra chitarra e voce a dare un senso narrativo, uno sviluppo tra fasi riflessive (sì, ci sono state pure quelle), rabbiose, giocose, a volte travolgenti a volte travolte.
Giovanna e Agostino sono dei veri front-man – lei woman evidentemente – con una fisicità messa in scena senza risparmio. Più bruciano energia e più ne danno. Loro sì che sanno resistere, liberando energia viva. Allora il rumore (tanto, tantissimo) diventa gioia, divertimento ma non distrazione, carico di una riflessione seria e articolata. Mente, corpo e musica connessi. Già ho detto di Giovanna. Per certi versi ancora più incisiva la presenza scenica di Agostino, tutto nervi, scatti, abbandoni, sistole e diastole, muscoli e tendini spesso tesissimi, ma anche capaci di lasciarsi andare, ora curvo quasi a terra sulla chitarra, ora col capo rivolto indietro, occhi ora chiusi, ora aperti e spiritati, ora persi nella musica ora in dialogo con la band, ora (spesso) gioiosi se non orgasmici, elettrici e le mani lestissime, sempre, dita impazzite ma sempre sotto controllo. Questo il concerto. Devastante non perché ha distrutto come un uragano ma perché ha aperto e suscitato sommovimenti che hanno toccato non solo il fisico ma anche il cuore e la mente. Da qui quella scia di ricordi e connessioni a ricordare che la musica, come la vita, non è una scatola chiusa. È come uno scugnizzo liberato e, anche se per questa liberazione c’è dietro tanta fatica, ne vale la pena. Ne vale la vita.

Foto Pietro Previti © tutti i diritti riservati 
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