Uther Pendragon: “San Francisco Earthquake” (2015) – di Lino Gragari

Quando si parla della Bay Area, in termini di musica, ci si addentra in un mondo fatto di nomi importanti, di musica e di album che hanno fatto la storia del Rock, diventando pietre miliari sulle quali sono poi sorti i muri della musica che tutti amiamo. Impossibile elencare in poche righe queste grandi realtà, più semplice invece addentrarsi tra le pagine nascoste di questo affascinante libro e scoprire Band che sono transitate in quel periodo lasciando poche tracce del loro passaggio, scomparendo tra i flutti di una marea che ancora oggi stupisce per qualità e quantità: in questo mare di nomi e note, ci sono anfratti nei quali è possibile scorgere perle di inaspettata bellezza. E’ questo il caso di un gruppo nato nel 1966 che ha continuato a proporre le proprie idee musicali fino al 1978, senza tuttavia arrivare mai a pubblicare un album. Gli Uther Pendragon, questo il nome della Band, si formano appunto nel 1966 e, seppur passando disinvoltamente attraverso una miriade di nomi diversi, la loro musica è quanto di meglio si possa ascoltare per connotare uno stile e un sound decisamente inconfondibili. “Blue Fever”, “Time”, “Hodological Mandala”, “Kodiac”, “Justus” sono i nomi che i musicisti scelsero per le loro varie esibizioni, senza mai tuttavia discostarsi di molto da quella musica sostanzialmente acida e psichedelica che rappresentava perfettamente la realtà musicale della San Francisco di quel periodo: Mark Lightcap (chitarra ritmica, voce), Bruce Marelich (chitarra solista, voce) e Martin Espinosa ( basso, voce) sono adolescenti quando iniziano a suonare, ma la loro tecnica e il loro stile sono già perfettamente definiti, così, con l’arrivo di Mike Beers in pianta stabile come batterista, ecco finalmente gli Uther Pendragon. Un nome altisonante, che denota la voglia di essere diversi che accomuna i quattro giovani americani e in sostanza anche tutti i loro coetanei, pronti a lasciarsi alle spalle il falso perbenismo americano per abbracciare con enfasi il nuovo verbo psichedelico. Il nome di per sé racconta già una storia interessante, sulla quale è doveroso approfondire un po’… Uther Pendragon è un personaggio chiave della letteratura e della storia inglese, a cui si fa risalire la paternità di quel Re Artù che sta alla base di tutte le storie cavalleresche. Secondo la tradizione, Uther ha un rapporto sessuale con Igraine, moglie del Duca di Cornovaglia, di cui si è invaghito. Grazie ad un incantesimo di Merlino, egli assume le sembianze del rivale, e possiede Igraine mentre il suo esercito combatte contro quello del Duca. In quella stesso battaglia il Duca viene ucciso, mentre il figlio generato da quell’incontro viene cresciuto da Merlino, dando vita alla Saga di Re Artù e di Excalibur, la mitica Spada nella Roccia. Alla luce di tutto questo, appare evidente quanto distante sia la San Francisco dei mid sixtie dall’Inghilterra di quegli anni, e quanto sia stata azzeccata la mossa dei quattro musicisti: Il Drago viene scelto per rappresentare la visione estremamente lisergica e psichedelica del mondo al quale i giovani ambiscono. Possiamo tranquillamente asserire che, assieme ai primi Quicksilver Messenger Service, gli Uther Pendragon sono la punta di diamante del movimento acido, in grado da soli di sovvertire molte regole. Di loro si vagheggiava da anni: brandelli di informazioni, spezzoni di registrazioni pirata che passavano di mano in mano, ma nulla di concreto. Fino a quando, nel 2015,  la benemerita Guerssen Records se ne esce, tra lo stupore generale, con un maestoso Box di 3 LP, “San Francisco Earthquake”, contenente tutto il materiale inciso dalla band: tutto ciò che è stato recuperato viene meticolosamente ripulito e reso in modo impeccabile, dandoci modo di entrare in un regno incantato, corredato da un sontuoso inserto di 8 pagine ricco di note e informazioni. Il tutto è disponiile anche come doppio CD, ma il fascino del Box è davvero cosa di altri tempi. Si inizia subito in modo roboante, con gli oltre 6 minuti di You are human now, brano che espone subito la qualità del lavoro effettuato dall’Etichetta spagnola: suono splendito, pulito e incisivo. Una cascata di note torride che letteralmente riempiono l’aria. Gli Uther Pendragon sono davvero un’ira di Dio, e il pezzo lascia senza fiato: le chitarre suonano strepitosanente, e la sezione ritmica stordisce in modo coerente. Bruce Marelich dimostra di essere uno dei migliori chitarristi di quel momento, e gli strali della sua chitarra trascinano vorticosamente. I dieci minuti di 10 Miles to freedom sono così avvolgenti e lussuriosi da farci toccare con mano la febbrile estasi creativa che permeava un po’ tutto il movimento psichedelico: un ritmo a tratti ipnotico sul quale si sviluppa una trama che pare ammiccare alla spiritualità indiana, pur restando ampiamente entro il furore lisergico. Basterebbe questo a farci genuflettere per cantare lodi di ringraziamento agli autori di questa riedizione, ma si va decisamente oltre. Pescando a caso tra le innumerevoli perle offerte, 24 brani in totale, ecco la delicata Realm of 7 planes, sorta di ballata con tratti folk che regala brividi di pura poesia, con le chitarre che si alternano dolci e acide a sottolineare un tema semplice e melodico. Per non parlare poi di Meanie Geanie – Old Man, altri 10 minuti di torrido e puro furore psichedelico, già più vicino agli anni settanta. Senza addentrarci oltre in questo stupefacente Box, ci piace terminare proprio con il brano che chiude la raccolta: i sei minuti di Music Box sono perfetti per iconizzare il suono di una Band che come poche ha saputo connotare un importante periodo storico culturale. Senza aver mai pubblicato alcunché… scusate se è poco. Siamo nella West Coast più frenetica e selvaggia, in compagnia di Jefferson Airplane, Mount Rushmore, Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service e possiamo scorgere in questi brani molti temi e idee che daranno luogo negli anni a venire alle correnti rock degli anni settanta, spingendosi tranquillamente sino al proto punk, culla degli ottanta.

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