Ustad Saami: “God Is Not a Terrorist” (2019) – di Ignazio Gulotta

Dovremmo essere molto grati allo straordinario lavoro del produttore statunitense Ian Brennan, è grazie a lui che negli ultimi anni sono uscite alcune fondamentali raccolte che hanno salvato dall’oblio e fatto conoscere al mondo esperienze musicali che altrimenti sarebbero rimaste sconosciute, dai musicisti cambogiani ostracizzati dai khmer rossi a quelli vietnamiti durante il conflitto, dagli albini emarginati della Tanzania ai detenuti della prigione di Zomba in Malawi. Adesso Brennan si è recato in Pakistan per incontrare un musicista 75enne, ultimo esponente di una millenaria tradizione musicale risalente al periodo preislamico e si caratterizza per esprimersi in più lingue, farsi, hindi, sanscrito, arabo, vedica, urdu, e per utilizzare una scala microtonale che, partendo da un’unica nota, si estende fino a ben 49 note. Questo stile, apparentato certo col più noto qawwali reso famoso anche in Occidente dal carismatico e straordinario Nusrat Fateh Ali Khan, si chiama surti e in patria è osteggiato dai fondamentalisti proprio per le sue origini preislamiche. Lo stesso Ustad Saami è stato più volte minacciato e, mentre il qawwali sta diventando sempre più popolare e commerciale, trasformandosi in musica adatta alle feste e alle cerimonie, la sua musica sta lentamente e inesorabilmente scomparendo. Basti soltanto sapere che questo “God Is Not a Terrorist” (2019), uscito a gennaio nella collana Hidden Musics della Glitterbeat, è praticamente il suo album di debutto per rendersi conto non soltanto delle difficoltà che Saami incontra in patria, ma anche del grande valore che questo disco possiede, forse ultima testimonianza di un musicista e di una musica che promana un’aura di altissima spiritualità e proietta l’ascoltatore. «cantare è ascoltare» dichiara lo stesso Saami, in una dimensione fuori dal tempo e contemporaneamente dentro i lontani e misteriosi recessi dell’animo umano. Il canto ispirato di Ustad Saami è un raffinato lavoro di cesello su ogni singola nota, in un’esplorazione continua delle possibilità espressive della voce umana. Una voce che ipnotizza e induce all’estasi mistica, si libra verso altezze inimmaginabili, in un superamento del dualismo corpo/anima come nei dieci minuti della sublime e divina, aggettivo più che appropriato, Twilight. altre volte il disco sprofonda nel lato più oscuro, come accade nella meravigliosa traccia finale Longing, diciannove minuti nei quali Saami predilige i toni bassi, modulati dolorosamente per mostrarci l’altra faccia, quella più torbida, della vita umana. Anche questo è un aspetto che lo differenzia dal più famoso canto qawwali. Per il resto, anche qui lo strumento musicale centrale è l’harmonium, ma a volte sono presenti anche tambura e tabla, queste particolarmente presenti in War Song, il brano che più si avvicina allo stile di Nusrat Fateh Ali Khan. Fra droni ora malinconici e lamentosi, ora estatici e sognanti, la musica di Ustad Saami è una straordinaria e coinvolgente esperienza sensoriale e spirituale che dalle radici arcaiche e profonde ci trasporta in un’esperienza mistica che ci eleva dalle bassezze della vita quotidiana a qualcosa che ha veramente del divino, un ascolto che sa di catarsi.

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