Uruguay 1930: il calcio “eroico” – di Riccardo Panzone

Il calcio, o meglio il “football” come lo chiamavano i maestri Inglesi all’inizio del secolo, non è una fesseria: gli episodi e gli aneddoti calcistici sono, infatti, intrecciati “a doppio filo” alla storia e, nelle sue espressioni caratterizzanti, all’antropologia tipicizzante dei popoli. Ma lo sport non è solo storia, lo sport è geografia, costume e, nella sue espressioni più alte, una rappresentazione di poesia che, nel caso del calcio, ha appassionato intellettuali e letterati come Umberto Saba e Pier Paolo Pasolini. Se oggi, il football ha la connotazione apoètica del business (a nostro avviso, coi mondiali del 2006, finisce l’era del calcio “eroico” ed inizia quella del calcio contemporaneo), un tempo è stato elemento di leggenda ed eroismo ludico che ha consentito all’uomo di alleggerire gli storici episodi nefasti del “secolo lungo”. Quando Jules Rimet, nel 1928, decise di organizzare un torneo per squadre nazionali di calcio, mai avrebbe immaginato che, quasi un secolo dopo, quello stesso torneo sarebbe diventato l’evento principe, insieme alle olimpiadi, dello sport internazionale. La coppa in palio prese il suo nome (coppa Jules Rimet), almeno fino alla conquista definitiva, nel 1970, del trofeo ad opera del Brasile, con la terza affermazione dei “carioca”. La sede scelta, per la prima edizione del 1930, è l’Uruguay, paese vincitore delle olimpiadi di calcio nel 1924 e nel 1928 che, nello stesso anno (1930), festeggiava il centenario della propria costituzione. La prospettiva di costruire un nuovo stadio monumentale (il Centenario) e la promessa di rimborsare a tutte le squadre partecipanti le spese di viaggio, fecero propendere Rimet e la FIFA per il minuscolo paese sudamericano che divenne il centro del mondo calcistico dal 13 al 30 luglio 1930. Il mondo, in quegli anni, dopo i fasti liberali della “belle epoque”, pagava lo scotto della crisi economica globale (provocata in parte dal crollo di Wall Street del 1929), delle incertezze politiche interne e dell’aggressività di nascenti nuovi nazionalismi. Tendenzialmente non correva buon sangue, in quel 1930, tra i diversi stati nazionali e le tensioni, che circa un decennio dopo avrebbero gettato l’Europa e il mondo nel secondo conflitto globale, provocarono anche defezioni e rifiuti, nell’ambito della prima edizione della coppa del mondo. L’Italia non partecipò a questa prima kermesse, evitando di fornire una precisa motivazione alla federazione Uruguayana; questa defezione immotivata provocò tensioni diplomatiche tra i due paesi, appianate solo dopo la seconda guerra mondiale. Inghilterra e Scozia, invece, snobbarono apertamente l’evento per questioni di principio, rifiutando l’invito: erano loro i creatori del football e si sentivano già, a prescindere, “campioni del mondo”. La traversata Atlantica in nave venne, allora, affrontata solo dalle selezioni di quattro paesi europei: Belgio, Francia, Romania e Jugoslavia. Qui, la cronaca si fonde con la leggenda e il calcio “eroico” ci regala episodi oggi davvero inimmaginabili: i calciatori Romeni, per partecipare alla kermesse mondiale, pretesero e ottennero dal Re Carlo II la garanzia che, al ritorno, avrebbero conservato intatti i loro posti di lavoro; quasi tutte le squadre nazionali, inoltre, viaggiarono sul “Conte Verde”, un piroscafo Italiano, mischiati agli altri passeggeri e allenandosi sul pontile della nave. Alle formazioni europee si unirono, in Uruguay, sei squadre sudamericane (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Perù ) e due dell’America settentrionale (Stati Uniti e Messico). Il primo goal della storia dei mondiali fu realizzato da Lucien Laurent, nel corso dell’incontro Francia – Messico, terminato 4 a 1 per i Transalpini. Di questo avvenimento storico, rimane la testimonianza diretta dello stesso Laurent: “Stavamo affrontando il Messico e nevicava, dato che nell’emisfero meridionale era inverno. Uno dei miei compagni crossò il pallone e io ne seguii con attenzione il movimento, colpendolo al volo di destro. Fummo tutti contenti, ma non esultammo, nessuno comprese che eravamo passati alla storia. Una veloce stretta di mano e proseguimmo l’incontro. Non ci fu neanche dato un compenso: all’epoca eravamo dilettanti a tutti gli effetti”. Sul campo, questa prima edizione del Mundial vide il dominio di due formazioni sudamericane, Argentina e Uruguay che, dopo aver eliminato in semifinale rispettivamente Stati Uniti e Yugoslavia con identico punteggio (6 a 1), si sfidarono il 30 luglio 1930 allo stadio Centenario di Montevideo. Numerosi tifosi Argentini si riversarono in massa a Montevideo per sostenere la formazione “Albiceleste”, in un clima carico di tensione che vide anche il sequestro all’ingresso della partita di petardi, coltelli e revolver. A livello organizzativo, la prima finale di un campionato del mondo, oggi evento planetario, può essere paragonata ad una qualsiasi partita di terza categoria nostrana: all’inizio dell’incontro, entrambi i capitani si presentarono allo stadio con un pallone, litigando sulla scelta della sfera da utilizzare; si decise, in conclusione, di giocare il primo tempo con il pallone Argentino e la ripresa con quello Uruguayano. In campo, si impose la nazionale di casa, sospinta dal calore del tifo locale e da un certo tatticismo, totalmente sconosciuto agli Argentini: la nazionale Argentina, infatti, seppur più forte tecnicamente, si riversa completamente in avanti e viene infilata, di rimessa e contropiede, per quattro volte dagli Uruguayani. All’epoca, lo sport era pienamente espressione di orgoglio o onta nazionale e il risultato di questo primo campionato provocò frizioni diplomatiche tra i due paesi: al governo Uruguayano che, immediatamente, proclama festa nazionale il 30 luglio, risponde il popolo Argentino che, appresa la notizia della sconfitta, prende d’assalto l’ambasciata Uruguayana a Buenos Aires. L’Uruguay, prima nazionale campione del mondo, non parteciperà ai mondiali successivi del 1934 in Italia, rimanendo, ad oggi, l’unica nazionale a non aver difeso il titolo, nell’edizione successiva…
“Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti” (Arrigo Sacchi).

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