Uriel: “Arzachel” (1969) – di Alessandro Gasparini

Mi piace tornare sui miei passi. Mi considero un decisionista che si assume le proprie responsabilità, ma al contempo non ho problemi a riconoscere gli errori ed apportare le giuste correzioni. Nel mio peregrinare tra gruppi “inesistentimi sono imbattuto spesso in band che, in assoluto silenzio, hanno inciso solchi dopo i quali la musica non sarebbe più potuta tornare indietro. Eppure, ci sono anche le storie di chi andando a ritroso nel proprio percorso musicale ha fatto scelte decisamente azzeccate. Tra queste, val la pena menzionare quella degli Uriel, o Arzachel che dirsi voglia.
Questo racconto breve ha inizio nella Londra del 1967, quando i due amici Dave Stewart (piano e organo) e Steve Hillage (chitarra e voce) dopo aver fatto la conoscenza di Mont Campbell (basso e voce) e reclutato il batterista Clive Brooks tramite annuncio su Melody Maker, formarono il complesso denominato Uriel. Inizialmente si cimentarono, come molti all’epoca, in cover dei Cream e di Jimi Hendrix, per poi elaborare un loro proprio repertorio. Tale progetto ebbe però breve vita, terminando infatti nel successivo 1969 con il ben servito da parte di Hillage intenzionato a focalizzarsi sugli studi universitari. I restanti membri continuarono a portare avanti la baracca dandole il nuovo nome Egg, riscuotendo subito riscontri positivi e iscrivendosi a pieno titolo nella nascente corrente del Rock Progressivo. A metà dello stesso 1969, quando ancora non era stato publicato il primo omonimo album “Egg (Deram 1970), i tre vennero contattati dalla sconosciuta Zackariya Enterprises.
La proposta fu la registrazione di una session prettamente psichedelica in un solo pomeriggio a fronte di un rispettoso compenso. I dubbi da parte dei Nostri non mancarono, ma alla fine si optò per un virtuoso compromesso, ovvero richiamare Hillage e registrare sotto pseudonimo. Nacque dunque l’idea degli Arzachel, dal nome di uno dei crateri lunari, che grazie alla Evolution diede alle stampe nel giugno del 1969 il disco che prende il loro stesso nome. È curioso che la missione undercover non si limitasse solo al nome del gruppo ma anche ai membri, poiché che gli Egg erano sotto contratto con la Decca. Tuttavia l’escamotage per sormontare gli ostacoli burocratici portò alla nascita di un bizzarro quartetto: Hillage prese il nome di Simon Sasparella, Campbell divenne un misterioso percussionista keniota chiamato Njerogi Gategaka, Brooks si trasformò in Basil Dowling mentre Stewart fu Sam Lee-Uff. Un ritorno al passato, seppur temporaneo, che nonostante l’improvvisazione, l’atmosfera clandestina e il timing stringente imposto dalla produzione, fece sì che i quattro ventenni dessero alla luce una perla della tarda psichedelia Made in UK.
Il disco presenta una struttura tipica per gli album dell’epoca. A fronte dei brani allucinati e sognanti ma pur sempre in formato canzone della facciata iniziale, il lato B è una stele mastodontica con due session rispettivamente di dieci e quattordici minuti. La partenza ha sonorità oscure e oniriche, con le due voci che danno il benvenuto all’ascoltatore in Garden Of Earthly Delights, mentre l’organo hammond introduce la nenia lisergica e marziale di Azathoth. Per chi apprezza il genere, un inizio così è miele prezioso da gustare lentamente prima di assaggiare due celebri standard reinterpretati in chiave acida. Queen of St. Gang riprende la Funky Fanfare di Keith Mansfield, la quale suonerà familiare a chi, come il sottoscritto, si è avvicinato al cinema Grindhouse grazie alle pillole di cultura sparse quà e là da Quentin Tarantino. Leg è invece una trasposizione di Rollin’ and Tumblin’ di Hambone Willie Newbern, resa celebre dalla versione di Muddy Waters. Qui si può apprezzare finalmente la chitarra di Hillage in gran risalto, assieme alla voce da crooner e all’organo che porta alla chiusura del primo lato con dissonanze poco rassicuranti.
Il lato B si apre (e chiude) con le invocazioni di
Clear Innocent Fun, blues al vetriolo nel quale si riscontrano tutte le influenze del periodo; dall’impeccabile tecnica dei Cream allo psych-blues dei Savoy Brown, dall’energia trascinante dei Fleetwood Mac di Peter Green ai viaggi pionieristici dei primi Soft Machine. Dieci minuti di pura goduria che si farebbero ascoltare all’infinito. L’onore e l’onere di fare da closing act spetta alla lunghissima Metempsychosis, una cavalcata interamente strumentale dove il magma incandescente di tutti gli strumenti, ormai liberi di volare nello spazio, sembra non avere né inizio né fine. Meritano una menzione speciale i due alfieri della sezione ritmica, capaci di traghettare chi ascolta tra ossessioni tribali e inseguimenti interstellari. Otto ore di registrazione per quello che sarà descritto dai protagonisti come un gioco, una sfida o semplice divertimento.
Un divertimento talmente influente che peserà sia nei percorsi dei musicisti che ne hanno fatto parte che nella musica che verrà di li a poco.
Grazie a questo caratteristico approccio al rock psichedelico sono entrati di diritto nell’ambito dello space-rock. Hillage avrebbe poi militato nei Khan e nei Gong, mentre Stewart, Campbell e Brook si sarebbe tuffati di nuovo nel progetto Egg partecipando attivamente alla cosiddetta scena di Canterbury. I Nostri compariranno in seguito in band fondamentali degli anni 70 britannici quali Hatefield and The North, Groundhogs e National Health.

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