Uriah Heep: “Very ‘Eavy… Very ‘Umble” (1970) – di Nicholas Patrono

“Se questo gruppo avrà successo, temo che dovrò suicidarmi. Si capisce dalla prima nota: non vorrete sentire altro”. Queste le parole di Melissa Mills con cui inizia la recensione di “Very ‘Eavy… Very ‘Umble” (1970) per la rivista Rolling Stone. Parole forti, quelle di Melissa Mills, che potrebbero ottenere l’effetto contrario alle intenzioni del recensore, ossia incuriosire il pubblico, quando la giornalista intendeva consigliare di starvi molto lontani. Disco datato 1970, uscito il 13 giugno in Inghilterra e ad agosto negli Stati Uniti, opera d’esordio dei britannici Uriah Heep, “Very ‘Eavy… Very ‘Umble” merita più di un ascolto per curiosità. Il disco esce per l’etichetta Vertigo Records, fondata solo l’anno precedente ed estremamente attiva in quegli anni; trampolino di lancio per band come Colosseum, Black Sabbath e molti altri, tra cui gli Uriah Heep stessi. Disco particolare, l’esordio degli Uriah Heep: un Hard Rock più spinto di molte band dello stesso periodo, “sporcato” di influenze Progressive, Blues e Folk, punto in comune con parecchi altri artisti degli anni 60, 70 e 80. È la chitarra acida di Gypsy ad assumersi il ruolo d’apertura del disco, accompagnata da basso e batteria. Il pezzo procede incalzando l’ascoltatore, caratterizzato dalla voce energica di David Byron e da cori dal sapore quasi operistico. Sferzata da tastiere al limite del dissonante, Gypsy scorre via come un fulmine a ciel sereno: uno stile più scanzonato e spinto rispetto a molti contemporanei, per certi versi imparentato con i Led Zeppelin dei periodi più Heavy o con i Black Sabbath e, a modo, suo diverso da tutto il resto. Gli strumenti impazziscono, Gypsy si conclude e parte il secondo brano, Walking in Your Shadow. Introdotto da una batteria molto semplice e diretta, sulla quale si arrampicano gli altri strumenti, con un riff di chitarra caratteristico e ripetuto a sufficienza perché si pianti, saldo, nella testa dell’ascoltatore. Pezzo molto più “dritto”del precedente, Walking in Your Shadow è brano che possiede tutti gli elementi dell’Hard Rock classico, compreso un interessante assolo di Michael “Mick” Box. Si passa alla più breve e più tranquilla, Come Away Melinda, sorretta da chitarra acustica e basso. Una dolce canzone pacifista, scritta da Fred Hellerman, cantante del gruppo folk The Weavers e dal paroliere Frank Minkoff. Registrata per la prima volta nel 1963 dal cantante e attivista americano Harry Belafonte, eseguita poco dopo dai The Weavers nei loro concerti, la canzone viene suonata e registrata dagli Uriah Heep mantenendone il significato e l’atmosfera originali: un pacifismo che permea anche dalle note, non solo dalle parole. Si prosegue con Lucy Blues, il cui titolo suggerisce quale genere musicale la band decida di esplorare. Pezzo interessante, di scuola Blues, sorretto in buona parte dalle tastiere di Ken Hensley, accompagnato da un bellissimo lavoro al basso da parte di Paul Newton.
David Byron spazia vocalmente, e si concede anche qualche falsetto. Aperta dalle tastiere, la successiva Dreammare ritrova l’atmosfera più Hard Rock dei primi due brani. Brusco cambio d’atmosfera rispetto a Lucy Blues, qui a spadroneggiare è la chitarra di Box, con le sue numerose parti soliste, supportate dal resto della band. Nulla che non sia già stato esplorato nei primi pezzi, fino al finale, in cui David Byron ripete “La la la la la” più e più volte, prima da solo, poi accompagnato dagli altri, con seconde voci e seconde chitarre che si sfogano sullo sfondo. Un diminuendo di volume spegne il pezzo e, tutto si riaccende con le terzine di Real Turned On. Un brano di sano Hard Rock classico godibilissimo, senz’altro tra i brani più divertenti da ascoltare di tutto il lotto. Ci si avvia alla conclusione con I’ll Keep On Trying. L’introduzione presenta toni che rimandano all’operistica, destinati ad essere presto soppiantati da una sezione strumentale più ritmata e meno classica. I cori sentiti in apertura sono ripresi nel corso del pezzo. Brano spezzato da un intermezzo strumentale di organo e basso che non aggiunge troppe novità al sound degli Uriah Heep, più che consolidatosi nel corso dei sette brani finora ascoltati. Si conclude con Wake Up (Set Your Sights), unico brano a sfiorare la lunghezza del pezzo d’apertura, Gypsy, sui 6 minuti e mezzo circa. Wake Up (Set Your Sights) prosegue e si evolve su toni allegri e ritmati, senza grossi scossoni nei suoi primi 3 minuti. A metà, l’atmosfera cambia di colpo, il tutto diviene più soft e atmosferico, con chitarre acustiche, tastiere in sottofondo e voce sfumata. Probabilmente il brano più vicino a quelle influenze Progressive a cui si accennava: pezzo meno diretto, e perciò più interessante, di tutto il disco, da ascoltare più volte per apprezzarne ogni lato ed evoluzione. “Stand up for your rights and justice will prevail” (combattete per i vostri diritti e la giustizia trionferà), recita David Byron… e il disco finisce. Una conclusione sfumata, con un messaggio positivo, un invito a non arrendersi mai. Lo specchio di un’epoca, i primi anni 70, figlia delle grandi lotte degli anni 60 e, allo stesso tempo, un messaggio sempre attuale, mai sbagliato. Disco da non perdere, che merita di essere considerato dagli appassionati dell’Hard Rock più vintage.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.