Uriah Heep: “Living The Dream” (2018) – di Ignazio Gulotta

A quasi mezzo secolo dalla loro nascita gli Uriah Heep continuano a calcare le scene, certo non hanno più il seguito riscosso negli anni 70, quando erano fra gli alfieri della prorompente ondata hard rock che in quegli anni raccoglieva intorno a sé milioni di fan. Della band originaria è rimasto il solo chitarrista Mick Box, l’unico sempre presente nei ventisei album in studio e nei numerosi live pubblicati. Va comunque detto che sia il cantante Bernie Shaw che il tastierista Phil Lanzon sono ormai presenza stabile in formazione da più di trenta anni, garantendo così la continuità in due ruoli fondamentali nella musica della band, mentre la sezione ritmica ha visto un discreto alternarsi di interpreti e oggi troviamo Dave Rimmer al basso e Russell Gilbrook alla batteria. Mezzo secolo di militanza musicale che continua e, forse il titolo allude proprio a questo: vivere un sogno fatto di rock che dura nel tempo, perché gli Uriah Heep rimangono fedeli a se stessi, a quella miscela esplosiva di hard rock che non disdegna collusioni col progressive, in particolare per certa magniloquenza sinfonica. Quindi non aspettiamoci nulla di nuovo da questo “Living The Dream”, che risulta un onesto e ben fatto disco col ben noto marchio Uriah Heep impresso in modo indelebile in ogni nota che esce dalle nostre casse acustiche, risultando peraltro una delle prove più convincenti fra quelle uscite negli ultimi anni dalle mani di Mick Box e soci… ed in effetti il disco non manca di classe, nobilitato soprattutto dall’abilità e dalla fantasia della chitarra di Box e delle tastiere di Lanzon, ma anche la voce di Shaw, potente e capace di giostrare efficacemente fra momenti energici e momenti lirici e melodici, non mostra cedimenti e risulta pienamente convincente. I nostalgici troveranno pane per i loro denti, in particolare in It’s All Been Said, e il titolo potrebbe suonare già come un manifesto programmatico, autentico trionfo di chitarre e tastiere in un appassionante crescendo dal quale emerge l’eccellente stile chitarristico di Box, misuratissimo ed essenziale nell’uso del distorsore, e che emerge con un notevolissimo assolo anche in Take Away My Soul. Si fa apprezzare anche l’opener Graced From Heaven, incalzante hard rock dai riff potenti e con una sezione ritmica muscolare in evidenza e la title track per i suoi momenti lirici decisamente forti e ben calibrati… ma sono forse gli otto minuti di Rocks In The Road il momento più riuscito: l’hard rock-prog degi Uriah Heep raggiunge ottimi risultati con continui cambi di ritmo e atmosfera e con i musicisti in eccellente stato di grazia. In definitiva l’album incontrerà il favore dei fan della band e dell’hard rock e si potranno perdonare la magniloquenza di brani come Knocking At My Door o Waters Flowin’, debitori dell’AOR, uno stile che al nostro orecchio suona davvero fuori tempo massimo, ma in questo caso ha probabilmente pesato la produzione di Jay Ruston che ha lavorato fra gli altri con gli Europe.


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