Uriah Heep: “Innocent Victim” (1977) – di Maurizio Pupi Bracali

La bella e truculenta copertina ofidica, nella sua minacciosa aggressività, potrebbe far pensare a chissà quali sfracelli e minacce sonore ma in realtà non è proprio cosi. Gli Uriah Heep, tutt’oggi in attività studio-live con una quarantina di album pubblicati e centinaia di concerti alle spalle, arrivano nell’imprescindibile anno per la musica inglese, il 1977, con il loro undicesimo album, Innocent Victim (Bronze Records), sotto la guida della coppia fondatrice Mick Box (chitarra) e Ken Hensley (tastiere e chitarra slide) e dal licenziamento la successiva morte per eccesso di alcolici del carismatico e talentuoso cantante David Byron, anch’egli fondatore della band nel 1970. Dopo i primi ottimi cinque album (facciamo quattro e mezzo, va’…) la vena di potente hard rock con influenze progressive del gruppo va piano piano scemando, deviando inspiegabilmente e pericolosamente verso territori molto più commerciali di stampo AOR, privilegiando una forma canzone breve (i fasti e i venti minuti della suite Salisbury del 1971 sono ormai lontanissimi) radiofonica e americaneggiante.
Seconda prova dopo
Firefly (1977) con il cantante John Lawton, già protagonista di precedenti notevoli esperienze. Innocent Victim, benché accolto da pubblico e critica più favorevolmente degli album immediatamente precedenti, non si discosta dalla deriva commerciale detta e, nonostante la qualità superba della strepitosa coppia ritmica e “da paura” formata da Trevor Bolder (ex David Bowie e Wishbone Ash) al basso e Lee Kerslake (in seguito con Ozzy Osbourne) alla batteria, l’album non decolla come si vorrebbe.
Il pur bravo Lawton non regge comunque il confronto con Byron e i due leader storici sembrano svuotati e senza idee, considerando che l’album si apre con Keep on Ridin’, un gospel/spiritual che poco ha a che vedere con il sound primigenio della band londinese, prosegue con Roller (a firma di Bolder) un rock’roll’ di maniera con qualche influenza soul senza infamia senza lode e con le innocue canzonette radiofoniche Flyin’ High e Free ‘n’ Easy che ben poco hanno da aggiungere, insieme a Free Me, alla deriva AOR voluta dalla band. Ken Hensley tenta anche la carta progressive con la mediocre e poco riuscita Illusion, mentre un altro terzetto di canzoni conclude l’album ancora tra conclamate radiofonicità quali Cheat ‘n’ Lie, dove il basso di Bolder in cuffia al massimo volume è comunque da goduria, altri tentativi progressive (The Dance) ed eccessive pomposità (Choices).
Altre cose strumentalmente poco spiegabili si verificano in quest’album: Hensley che, oltre che maestro dei tasti come ben sappiamo è anche un ottimo chitarrista, abbandona del tutto la fiammeggiante chitarra slide, che ai tempi migliori si divideva gli spasmodici e frenetici assoli con quella di Mick Box. Quest’ultimo, dal canto suo, accantona completamente lo strabiliante effetto wah-wah, sua peculiare caratteristica e non prende, inspiegabilmente, un solo assolo di chitarra degno di questo nome, così come lo stesso Hensley all’organo Hammond che lo ha reso famoso. Un album di transizione, quindi, per non dire sottotono, che si muove tra rockettini leggeri e commerciali, momenti gospel e soul, predisposizione AOR (e per chi ama il genere gli Uriah Heep sforneranno nel 1983 un quasi capolavoro quale First Head), influenze progressive e pomposità oltre misura, dimostrando una notevole mancanza di coerenza e di identità. A meno che l’identità, in questo caso, non sia proprio quella di non averne una.

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