“Uomini in bilico” – di Bartolo Federico

Ho dovuto sempre lavorare in vita mia per combinare qualcosa di buono, per diventare qualcuno. Sin da quando intrapresi l’attività di commerciante all’ingrosso di pesce surgelato ho avuto vita difficile. Se nasci povero i tuoi mezzi sono limitati e deve spingere e tirare cazzotti e, alle volte, essere anche crudele se vuoi restare a galla. Perché c’è sempre qualcuno che prova a metterti i bastoni tra le ruote. Maledizione! Una volta che veniamo al mondo nessuno di noi sa qual’è la strada che gli è stata riservata. Avanziamo nel chiarore della luna pensando di scegliere il nostro destino. Che ingenui siamo! Ci beiamo delle nostre conquiste o delle nostre eventuali fortune, navigando senza accorgercene da una pena all’altra, dritti verso la fine… e ci sono persino quelli che si infilano dentro strade strette strette, illudendosi di trovare sentieri non ancora battuti. Ben presto anche questo si rivelerà un esercizio superfluo. Camminando di sbieco ci si accorge di trovarsi in mezzo a tante ombre piccole e grandi che si trascinano nel buio. Allora per non finire a non sperare più in nulla ci rifugiamo nei sogni e, sognando, ci accomodiamo dentro l’esistenza, insieme a quella gustosa frenesia che ci sorregge per non cadere irrimediabilmente giù. 
“Ehi grandissima testa di minchia, lo vuoi alzare quel cazzo di volume, di quella fottuta radio. Non lo senti che il Re del rock’n’roll sta cantando. 
Spider Murphy suonava il sassofono tenore, Little Joe soffiava nel trombone. Il batterista dell’Illinois faceva crash, boom, bang, l’intera sezione ritmica era The Purple Gang. “Forza! Balliamo il rock, tutti insieme, balliamo il rock. L’intera prigione stava ballando il Jailhouse rock.”
Elvis Aaron Presley
nacque a Tupelo, Mississippi, da una famiglia poverissima l’8 gennaio del 1935. Il fratello gemello mori non appena venne alla luce ed è per questo che sua madre, nel limite del possibile, trattò sempre Elvis con grande riguardo.
“In una malferma capanna di legno col tetto di lamiera dove l’acqua penetra gocciolando sta una giovane madre intirizzita sul pavimento di cemento con una bottiglia e una scatola e una culla di paglia. Tupelo. O Tupelo. Con un fagotto e una scatola e una culla di paglia.” (Tupelo – Nick Cave). La musica in casa Presley era una costante, complice anche il padre, un cantante occasionale di musica gospel. Per questo fu naturale ricevere in regalo dalla madre una chitarra acustica ad appena sette anni. La stessa lo incitò a cantarle canzoni tristi che la facessero piangere. Lo iscrisse a gare per giovani talenti, senza però ottenere troppo successo. Elvis crebbe ascoltando la radio ed assorbendo tutti i generi musicali di quell’epoca, dalle canzoni d’amore di stampo hollywoodiano, al country di Nashville, fino al gospel… ma quello che gli toccava profondamente l’anima era il blues. Quella musica lo faceva sentire meno solo. Lui, infatti, si sentiva talmente solo da avere un vuoto tutto intorno. Elvis amava la musica nera, si vestiva e se ne andava in giro con una Cadillac rosa, proprio come avrebbe fatto un qualsiasi negro. Che Dio abbia in gloria Elvis. Quando ero ragazzino mio nonno mi faceva tirare di boxe perché aveva paura che potessi diventare ricchione. Mi faceva schiattare di fatica in quella palestra. Io però glielo dicevo: “nonno a me le femmine mi piaccionooo!” Ma lui niente, non mi ascoltava, dovevo stare lì a tirare cazzotti in quel cazzo di sacco duro come una pietra. Alla fine le nocche delle mani mi facevano talmente male che non potevo neanche tenere le posate per mangiare. Poi però arrivò il giorno in cui lo ringraziai per tutto quel sudore che mi aveva fatto gettare. Come se fosse sbucato dal nulla quel tizio si presentava ogni giorno all’orario di apertura del magazzino e se ne stava fuori passeggiando sul marciapiede fino alla chiusura. Stava lì tutto il giorno senza fare nulla. Un bel giorno entrò senza neanche chiedere il permesso, apri il banco frigo e si prese una cassetta di merluzzi. Fu allora che mi avvicinai e gli chiesi se avesse bisogno di lavorare, ci serviva sempre qualcuno specie per il turno di notte. Lui mi guardò diritto negli occhi e con fare schifato mi gettò in faccia una boccata di fumo e se ne andò via portandosi la cassetta di pesce. Pensai che forse ne aveva bisogno per la sua famiglia e lo lasciai andare. Il giorno dopo però ritornò proprio mentre stavo chiuso nel gabbiotto a fare i conti della giornata. Spalancò la porta e mi disse spavaldo che se volevo stare tranquillo dovevo pagare una certa somma. Lo guardai con attenzione per un attimo. Il primo gancio sinistro che lo investii in pieno viso non lo vide neppure partire. Il naso gli scoppiò come fosse un palloncino pieno d’acqua, il sangue schizzò da tutte le parti e gli mancò il fiato. Si piegò sulle ginocchia per il dolore e sputò un paio di denti. La mia furia fu incontenibile, lo massacrai quasi di botte e se non fosse intervenuto Ciccio “lo squalo”, un lavorante, non so come sarebbe andata a finire. Da allora non venne più nessuno a reclamare qualcosa. All’indomani dell’accaduto appesi un cartello fuori la porta del deposito:” la vostra invidia è la mia fortuna”. Che Dio abbia in gloria nonno GiacominoElvis cominciò a lavorare come camionista quando la famiglia si trasferì a Memphis e questo fu prima che incidesse nello studio di Sam Phillips le due celeberrime canzoni dedicate a sua madre. My Happines, un  vecchio standard degli Ink Spoots, una canzone dolce e malinconica e That’s When Your Heartache Begin, un brano un po’ più sensuale. Sam Phillips comprese da subito che quel ragazzo aveva una marcia in più e che quella voce era unica, tanto che decise di farlo affiancare da due musicisti straordinari come Scotty More e Billy Black  per vedere cosa si riusciva a tirar fuori. Il tempo passava ma i risultati che ne scaturivano non erano per nulla soddisfacenti. Elvis aveva assorbito troppi generi musicali e non si riusciva a trovare una direzione precisa. Modulava il canto ogni giorno in maniera diversa. Alle volte cantava come fosse un bluesman di strada, altre come un cantante country, altre ancora come un crooner. L’idea di base era quella di fondere tutti quegli stili che Elvis aveva incamerato e farli maturare in qualcosa di nuovo ma, con tutto l’impegno profuso, non si riusciva a cavare nulla di buono. Alla fine Sam decise di gettare la spugna. Fu in quel preciso momento che il destino bussò alla porta. Elvis lo convinse a provare un pezzo che gli piaceva particolarmente, un brano che il bluesman Arthur “Big Boy” Cudrup aveva inciso dieci anni prima. La canzone si chiamava That’s All Right Mama.

”Beh, mamma me l’aveva detto, E me l’aveva detto anche papà: Figliolo, quella ragazza con cui te la stai spassando Non va bene per te.”
Me ne stavo seduto nel gabbiotto a bere whiskey, mentre una folla di pensieri mi assaltava
. Stavo lì a farmi domande del tipo chi fossi, che facevo, da dove venivo. Mi sentivo davvero strano, non ci ero abituato, io, a quei pensieri. Avevo sempre lavorato dalla mattina alla sera e quelle cose erano per i finocchi, cosi avrebbe detto mio nonno Giacomino, ne sono certo. Ma non riuscivo a staccare il cervello dai quei pensieri maligni che mi ossessionavano. Mia moglie se ne era andata con i bambini, dopo che mi aveva beccato a scopare per l’ennesima volta nel nostro letto matrimoniale. “Vuoi farmi cornuta” diceva, “ma almeno fallo fuori da casa nostra. Almeno questo”. Mi aveva supplicato ma io ero come posseduto dal demonio, non capivo il male che le facevo e, a pensarci, mi comportavo davvero come uno stronzo fottuto. Le cose alla fine vanno come vogliono. So che da quando lei se ne andata non mi sono sentito più con la coscienza tranquilla e da allora non riesco più a dormire, nel silenzio della verità. 
“Ebbene, accadde in una notte di chiaro di luna, Le stelle splendevano luminose, Il desiderio era volato via alto. L’amore aveva detto, addio.” 
(Blue Moon Of Kentucky).
Sul retro di That’s All Right Mama, fu incisa la canzone Blue Moon Of Kentucky, un brano di Bill Monroe. Quando il disco fu messo in circolazione i commenti che suscitò furono terribili. Le radio specializzate si rifiutavano di trasmettere il disco. Le emittenti di colore dicevano che quel ragazzo cantava con un background troppo country, le radio dei bianchi dicevano che non era puro country… ma nessuno aveva fatto bene i conti con la sua fame di successo. Sul palcoscenico Elvis era una potenza, una forza della natura. Trascinante nella sua gestualità, provocante nel suo abbigliamento. Sul palco, mentre cantava, faceva di tutto. Si inginocchiava, allargava le braccia come il Cristo buttandosi a terra fissando un punto indefinito e tanto altro (tutte cose che fece anni dopo anche Bruce Springsteen). Fin quando arrivò il giorno in cui agitò il bacino e fu allora che la gente impazzi di piacere. Quel movimento lui lo aveva imparato dai neri. Loro lo facevano da sempre scatenandosi nelle chiese battiste mentre cantavano i gospel… ma lui lo rese davvero unico. Sotto il palco le ragazze urlavano di piacere il loro entusiasmo, mentre i ragazzi si perdevano in quei sogni di rock’n’roll. Oggi la gente è disposta a tutto pur di ottenere un posto di lavoro, magari anche mediocre. Poi però succede che gli impiegati vogliono essere presidenti e i commessi capi reparto e cosi via… e tutto se ne va a rotoli. Ai miei tempi dovevi stare alle regole e portare rispetto al tuo capo. Oggi l’ultimo arrivato vuole subito comandare. Ma nel mio magazzino ancora vigono quelle vecchie regole: vai avanti solo se te lo meriti, se no, pur vecchio per come sono, ti prendo a calci nel culo fino alla porta. Questa è la regola, qui. La pioggia sferzante mi colpi in pieno. Mi infilai nell’auto e scivolai lungo la strada deserta. Mi sentivo ostile con il mondo ed ero arrabbiato con me stesso per non aver visto le cose come andavano, per non essermi fermato prima a ragionare. Prima che restassi solo come un cane bastardo. I miei figli con ragione non ne volevano sapere più di me e non li potevo biasimare, avrei fatto lo stesso anch’io se mio padre si fosse comportato come avevo fatto io con loro… ma ero anche troppo orgoglioso per chiedere scusa. Avevo lasciato molto tempo prima la mia casa, ed abitavo in un vecchio motel. Non m’importava più di niente, neanche di morire ma a Maria avevo scritto un sacco di lettere d’amore che non avevo mai spedito. Erano tutte raccolte dentro un piccolo bauletto di legno che era appartenuto a mia madre. “Chissà,  forse un giorno le leggerà” pensai
“Ho impresso ogni riga nella mia mente ed ho baciato il tuo nome e poi cara, le rileggo ancora dall’inizio. Lettere d’amore direttamente dal tuo cuore.” (Love Letters).
“Questo gentile ragazzo americano con la sua innocenza sta corrompendo i nostri figli li sta incoraggiando alla delinquenza, sta facendo delle nostre figlie delle puttane, sta trasformando la gioventù in una schiera di selvaggi e di bruti che ci sputano in faccia. E’un peccato, una vergogna! E’ indecente ed è del tutto antiamericano.”… ma quel ragazzo stava conquistando l’America, con il suo faccione ovale, le labbra piene e carnose e quello sguardo che ti trafiggeva il cuore. Elvis stava diventando qualcosa che travalicava il semplice mito del rock. Quel ragazzo proveniente dalla polverosa Tupelo, viaggiava diretto verso la celebrità, conquistando ogni giorno quel pubblico di insoddisfatti, di cui il rock’n’roll si nutre, che ha bisogno di scaricare le proprie nevrosi, il proprio malessere, con quei ritmi selvaggi… ma Elvis raccoglieva anche intorno a sé cuori infranti e solitari, gente semplice proprio come lui.
“Da quando la mia bambina mi ha lasciato. Ho trovato un nuovo posto dove stare. E’ giù alla fine di una strada solitaria. All’ Hotel dei Cuori Infranti.” (Heartbreak Hotel).
Solo Elvis con la sua carica di pura umanità poteva fare il miracolo di farti sentire meno solo e solo uno come lui appariva credibile agli occhi di un qualsiasi ragazzo, perché incarnava in tutto e per tutto il grande sogno americano. Quello di riuscire a farcela  da soli. Nessuno però si accorse del suo grande disagio, della sua sofferenza, di come il mondo lo stava schiacciando. Quel ragazzo chiuso nella villa di Graceland voleva solo cantare, e si era ritrovato ad essere tirato per la giacca da chiunque e chiunque voleva chissà perché qualcosa da lui. Anche adesso che non c’è più… è davvero un prezzo  troppo alto da pagare. 
“Ecco dove troverai il tuo destino. Nei miei sogni le luci risplendono luminose e bellissime. Sono vicine ed allo stesso tempo tanto lontane. Sarò sempre un cowboy solitario. Sto solo cercando di raggiungere una stella.”
(Lonesome Cowboy).
La stanza del motel era in ordine. Tutti in quel posto mi trattavano con gentilezza, anche perché avevo il denaro per pagare, e quando paghi ti leccano il culo… è inutile che uno s’incazza, cosi vanno le cose in questo mondo, prendere o lasciare. Mi sentivo triste. Adesso potevo vedere le cose com’erano una volta e mi ricordai di tutto, proprio di tutto. Mi aggirai per la stanza bevendo e pensando, e il mio cuore si riempii di ombre. Rividi la stanzetta di quando vivevo a casa dei miei genitori, la tendina di cotone bianca e blu appesa alla finestra, il tappeto finto persiano, e lo scaffale dei dischi fatto con le cassette della frutta. Il letto con la trapuntina rossa e le foto di Elvis attaccate alla parete. Una chitarra acustica fatta a pezzi in un momento di rabbia. L’immagine di un ragazzino cresciuto in fretta nel ghetto.

Un povero piccolo bambino è nato nel ghetto e sua madre piange perché se c’è una cosa di cui non ha bisogno è un’altra bocca affamata da nutrire.(In The Ghetto).
Perché non si può vivere come la si pensa, ma bisogna fare esattamente il contrario? Perché non si può vivere tutti insieme ed essere ciascuno quel che è? Guardai fuori dalla finestra senza vedere niente, restando in piedi fino al mattino. Tutto era andato in malora ma quando c’era Maria… non c’era niente di più bello. Bevvi una lunga sorsata di whiskey. Tirai la tenda della finestra e mi sedetti sulla poltrona ad aspettare che finalmente mi venisse a prendere. Tra non molto tutto sarebbe finito. Le cose dovevano andare diversamente, avremmo dovuto viaggiare, vedere il mondo, fare qualcosa d’altro che lavorare mangiare e dormire. Avrei dovuto amarla con rispetto, tenerla stretta tra le mie braccia, proteggerla… ma allora pensavo di darle tutto quello che voleva. Tutto quello che lei voleva era solo una carezza, un bacio tra i capelli. Nient’altro. Le ultime esibizioni di Elvis furono una serie di concerti tenutesi a Las Vegas  nel giugno del 1977. Esiste  un filmato in cui il Re canta seduto al pianoforte Unchained Melody, è sudato, stanco ma sorride alla vita, sorride a chiunque lo tocchi, come solo lui sapeva fare. Canta con passione anche se il suo fisico è tormentato dai farmaci, ma il suo grande e generoso cuore dà tutto quello che ha per rendere felice il suo pubblico, anche quando intona per l’ultima volta Are you lonesome tognight e dimentica le parole e improvvisa gran parte del testo, è unico ed inimitabile. I suoi detrattori, che sono tanti e fanno parte di quella nota schiera di scribacchini che si credono intelligenti, faranno nel tempo carne da macello di questi concerti e di questo Elvis. Dimenticando troppo in fretta che senza di lui il rock non sarebbe cosi come lo conosciamo e mancando di riconoscere che tutti, compresi loro stessi, pagano un debito di riconoscenza a questo ragazzo americano. Che Dio lo abbia in gloria, Elvis.
Ora il palcoscenico è vuoto e mi trovo qui. Con il vuoto tutto intorno. E se non vorrai tornare da me. Allora fai calare il sipario.”
(Are You LonesomeTonight).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *