“Uno sparo e un sorriso” – di Gabriele Peritore

Uno sparo! Bang! Ogni volta che percuoto la bacchetta sulla pelle del tamburo risento quello sparo. Il botto secco e intenso nell’aria, lo scoppio che stordisce. Riprovo la stessa sensazione di intontimento e rivedo, sì rivedo, il sorriso di lei che muore tra le mie braccia. L’intontimento, l’incredulità, il dolore. Nel battere sul tamburo, come in una detonazione, rivivo tutto di quel giorno. Il giorno in cui ho perso lei. Era la sera in cui decidemmo di andare al concerto di una band che si stava affermando proprio in quel periodo grazie all’energia e alla tecnica del batterista. Lei mi aveva appena regalato una batteria. Non una batteria completa, i pezzi base, una gran cassa, un rullante, due tom tom, i piatti charleston e un ride. Li aveva presi di seconda mano su internet una volta incassato lo stipendio perché io potessi iniziare a suonare. Era il regalo più bello del mondo per me. Per me che volevo fare il musicista. Il batterista. Lei ha sacrificato alcuni stipendi perché potessi suonare su una batteria vera e non su percussioni improvvisate o inventate come ho sempre fatto. Il regalo più bello della mia vita. Faceva freddo quel giorno. Avevamo indossato cappottoni pesanti e sciarpe e cappelli. I nostri respiri si trasformavano in vapore all’uscita dalla bocca a contatto con l’aria esterna. Tremavamo dal freddo. Ci abbracciavamo il più possibile per scambiarci calore. Tremavamo per i brividi ma eravamo felici, lì in coda, in attesa del concerto. Già pregustavamo il vino che avremmo bevuto, la musica che avremmo sentito, le tecniche che avrei potuto imparare. Quando faceva freddo le si spaccavano le labbra ma non aveva voglia di togliere i guanti per mettere il burro cacao, così chiese a me di passarglielo sulle labbra. Cercai di fare il miglior lavoro possibile ma nonostante tutto la mia poca abilità nel passare il burro cacao la fece sorridere. Eravamo in tanti lì fuori in attesa del concerto. Poi all’improvviso lo sparo, un uomo che inneggia ad Allah, la folla che si disperde, lei che si fa più pesante tra le mie braccia. Poi altri spari, che non sento. Non riesco a capire quello che sta succedendo. Vedo gli altri fuggire impazziti ma noi non possiamo, siamo bloccati. Lei è sempre più pesante tra le mie braccia. Non riesco più a tenerla, la adagio sulle mie ginocchia e cerco di chiedere cosa succede. Lei mi sorride, non risponde. Mi sorride, non respira. Mi sorride, il cuore non batte più. Mi sorride, non è più viva. Mi sorride. Un proiettile le ha trapassato il polmone da dietro, si è fermato sul cuore. Mi ha fatto da scudo. Avrebbe potuto prendere me quel proiettile. Avrei preferito che prendesse me. Rimaniamo lì da soli in un angolo della piazza del mercato dove di solito c’è fermento e brulichio continuo di gente che brama sprazzi di vita. Adesso invece soltanto, desolazione, il lastricato che riflette la luce dei lampioni, i banconi chiusi, gli alberi spogli, tristezza. L’incapacità di capire cosa è appena successo. L’intontimento, l’incredulità, il dolore, l’impotenza. Un “attentato terroristico di matrice islamica” dicono gli agenti di polizia appena arrivati. Un attentato terroristico dicono i giornalisti. Un attentato terroristico dicono tutti. Lei è morta dicono i medici. Io ho visto soltanto un folle che si è messo a sparare tra la folla e poi si è disperso con il disperdersi di essa. Ed io sono rimasto lì con lei tra le mie braccia mentre mi sorrideva. Quell’esplosione è rimasta dentro di me, ammutolendo le mie percezioni. L’incapacità di comprendere quello che è successo. Non saprei come chiamarlo adesso. Attentato. Follia. Ingiustizia. Destino crudele. Un vuoto. Sicuramente un vuoto doloroso e incolmabile. Nessuna lacrima a lenire il dolore. L’incapacità di riconoscere la vita. Da quel momento tutto ha assunto un altro senso. Non ha avuto più nessun senso. Nessuna passione. Nessuna musica. Soltanto uno sparo e poi il nulla. Ho sentito quello sparo nella mia testa per moltissimo tempo… e andava a finire sempre allo stesso modo. Con il suo sorriso. Guardavo la batteria che mi aveva regalato e la odiavo. Eppure era la cosa che più mi ricordava lei. Nessuna passione. Nessuna musica più. Nessuna salvezza. Continuavo a sentire quello sparo nella mia testa. Poi un giorno per assordare lo scoppiare del mio cervello mi sono seduto alla batteria e ho percosso con la bacchetta la pelle del tamburo, con tutta la forza che avevo. Un’esplosione! All’esterno. Finalmente un’esplosione all’esterno di me, che apriva i canali del mio cuore, i canali delle mie lacrime. E ho continuato a battere, ho continuato a battere, ho continuato ancora. Per tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Ogni battito sulla gran cassa il battito del mio cuore. Tum tum tum prende ritmo, tum tum tum prende vita. Tum tum tum prende rabbia. Un battito dopo l’altro. Il ritmo prende quota. È il ritmo della mia rabbia. E batto, ribatto. Uno squarcio di tempesta a ciel sereno. Follia, maledetta follia degli uomini che si abbatte sempre sugli uomini stessi. E io schianto, percuoto. Una valanga rotolante di massi inarrestabili. Quante vittime ancora, quante vittime innocenti servono a questo dio. E io scasso, fracasso. Un boato sismico che scuote le fondamenta. Quale famelico dio può avere tutta questa sete di sangue e continuare a uccidere. E io scasso, sconquasso. Un’onda d’urto per l’abbattimento del muro del suono. Quale famelico dio se non il dio denaro, di chi ha interessi economici, di chi ha interesse che tutto rimanga così. E io frango, rifrango. Girano le armi, girano i soldi, girano le vite… e io sfascio, distruggo. A chi fa comodo, a chi fa comodo tutto questo… Le mie domande non hanno risposte. Solo disperazione. Le mie domande non hanno risposte ma lentamente il mio spirito si rasserena, il ritmo si fa simile a quello del cuore, come una pioggia notturna in primavera. E il cuore che sento è il cuore di lei. Era il suono che le piaceva di più. Quello della pioggia notturna in primavera. Così rara, così intima. Io beccheggio sul rullante, sui piatti, come se le bacchette fossero i miei polpastrelli e potessi praticare un massaggio cardiaco nel petto di lei. Perché il suo cuore batta ancora insieme alla mia batteria. Perché il suo cuore viva. Perché il suo sorriso sia un sorriso di una persona in vita. Sì, così la sento. Viva. Non è possibile tutto questo, no. So che non è possibile, lo so, ma ogni volta che mi siedo alla batteria e percuoto la bacchetta sulla pelle del tamburo sento quello sparo e rivedo il suo sorriso

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