Unimother 27: “Presente Incoerente” (2021) – di Ignazio Gulotta

Giunge con “Presente Incoerente” (2021) all’ottavo episodio il progetto del musicista abruzzese Piero Ranalli che ha scritto le musiche, prodotto, registrato e mixato, e suona basso, chitarre e sintetizzatori con il contributo del misterioso sodale Mr. Fist alla batteria. L’album è totalmente strumentale e continua l’esplorazione e le sperimentazioni che Ranalli ormai da quindici anni dedica alla musica heavy-psych nella quale l’ispirazione kraut è quella prevalente, come si evince dall’attenzione e dall’interesse per la ricerca di soluzioni ritmiche eccentriche e originali. Nell’album “AcidoXodica” del 2018 aveva anche sperimentato, con ottimi risultati, l’abbandono della batteria a favore delle percussioni, con un approccio più minimalista. Qui invece la batteria ha un ruolo molto importante – è assente solo nella traccia finale – e si privilegiano generalmente i suoni sordi dei tamburi che donano ai brani un incedere pesante e geometrico, perfettamente integrato con gli assolo delle chitarre di Ranalli, vero fulcro centrale del disco. Rispetto ai dischi precedenti il suono di “Presente Incoerente” è più duro, più Can che Ash Ra Tempel o Tangerine Dream, se vogliamo restare nell’ambito kraut, la dimensione trascendentale meditativa, quella della splendida Smell of the Holy di “Chrysalis” (2019), qui vien fuori soprattutto nel brano che chiude l’album.
Evidentemente il disco risente del clima vissuto in questo ultimo sciagurato anno, è stato registrato fra ottobre 2020 e gennaio 2021, periodo nel quale oltretutto Ranalli ha perso la madre a cui l’ha dedicato. Come scrive il musicista abruzzese: «“Presente Incoerente” è il riflesso di una informazione sempre accessibile, frutto di un Assente Coerente la cui forza, saggezza, generosità non ha eguali ma soprattutto non conosce opinioni, giudizi, personalizzazioni. La sola corrente in grado di spingerci verso quei territori tanto preziosi ed essenziali» E allora avventuriamoci verso i territori sonori costruiti sapientemente da Unimother 27. Sii inizia subito col piede giusto con l’accavallarsi di droni di chitarra fra l’acido e lo spaziale: Sognando la Vuota Pienezza del Tutto ci introduce in una dimensione carica di tensione dominato da una forza entropica, che in qualche modo si stempera nella successiva L’Eterno Duello tra Pieno e Vuoto e qui sale la nostra ammirazione per la chitarra di Ranalli le cui sinuose linee soliste ci guidano in un viaggio psichedelico in una dimensione trasognata e fuori dal tempo. Abraxas… il Dio Difficile da Conoscere, fra i mugolii della “maltrattatachitarra e le impennate spaziali del synth, è il brano più vicino allo space rock.
Il talento hendrixiano di Ranalli (del musicista di Seattle ha la capacità di far parlare, cantare lo strumento, di cogliere attraverso le corde emozioni profonde) viene fuori in L’Anacoreta tra Phallos e Mater Coelestis, e nell’incipit di Eros e l’Albero della Vita, brano avvolto da un suggestivo senso di malinconia nel susseguirsi dei diversi assolo su una base ritmica ipnotica e un basso oscuro. In L’Anacoreta e la Maledizione del suo Sapere l’artista sembra ripiegarsi ancor più in se stesso, nella ricerca di un senso all’esistenza che invece appare impazzita, incoerente appunto. La musica si rincorre, apparentemente in una fuga insensata, i tamburi scandiscono un ritmo che sa di pesantezza, forse il brano più cupo, in cui le dolorose vicende autobiografiche più si manifestano: non è un caso il titolo schopenaueriano del brano.
La Solitaria Settima Luce vibra della tensione fra le atmosfere spaziali dei sytnh e una chitarra fuzz dal suono molto carnale, molto fisico. Chiude il disco Systema Munditotius, brano straordinario e ipnotico come un raga con la chitarra che disegna cerchi lisergici che rapiscono la mente e la trasbordano in un immaginario misterioso e affascinante. Davvero un’altra ottima prova di Piero Ranalli, un disco che non dovrebbe mancare agli amanti della psichedelia, dello space rock, del kraut di Tangerine Dream, Can, Neu, dei grandi chitarristi alla Hendrix, dei Pink Floyd più lisergici, ma anche di epigoni del kraut come i cileni Follakzoyd o gli scandinavi Øresund Space Collectiv.

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