Unimother 27: “Acidoxodica” (2018) di Fabrizio Medori

Un nuovo capitolo per l’avventura Unimother 27 che, questa volta, prende ispirazione da un sogno in cui tutto è simmetrico, in un mondo speculare dal quale si può fuggire soltanto con il ritorno ad uno stato di veglia. Il confine tra il sogno e l’incubo è sottilissimo ed il primo brano, Ossesso si apre con atmosfere e suoni che ricordano i King Crimson di “Lark’s Tongue”… guidati da una chitarra distorta straziante, per poi tornare ad uno stato di quiete apparente, con suoni che accennano ad uno stile psichedelico di origine tedesca e per tornare ad un suono nuovamente teso e opprimente fino al brusco epilogo. La chitarra distorta è la protagonista principale anche di Opporti a me non è mai troppo, all’interno di una struttura più semplice e allo stesso tempo più originale, in cui la costruzione armonica ricorda certi esperimenti di contaminazione tra il pop e l’elettronica a cavallo tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, complici anche le percussioni. Il terzo brano, Allunare era nulla, inizia con un synth al quale si sovrappone subito l’elettrica e, dopo un’introduzione space-rock, l’atmosfera cambia con un ritmo più movimentato, meno statico e più coinvolgente, sul quale il basso disegna linee sempre differenti e la chitarra e il synth assumono sfumature vagamente ora sudamericane ora mediorientali, prima di concludere il brano con un suono sintetico. A valle tra masse essa martellava è il quarto capitolo di questo romanzo sonoro, curato interamente da Piero Ranalli, che si occupa di tutti gli strumenti ad eccezione delle ritmiche, suonate da Mr. Fist. Il brano ha una discreta connotazione pinkfloydiana, con continui rimandi alla fase più “spaziale” del supergruppo inglese. Il ritmo ipnotico trasporta l’ascoltatore in un nuovo sogno allucinato, cullato dal basso e schiaffeggiato dalla chitarra. Il synth ci introduce, con un efficace sviluppo, alle atmosfere notturne della breve E’ corta e atroce, nella quale pur restando simili gli ingredienti, il risultato è ancora differente, con un intelligente incastro tra basso e percussioni sul quale si adagia la tastiera per far svettare le chitarre. Su un’inaspettata ritmica “exotica” la chitarra, nel penultimo Arte tetra, cambia timbro per addolcirsi e perdere la sua carica aggressiva, svelando una predisposizione per uno stile improvvisativo più maturo. Anche lo sviluppo armonico risulta più interessante, con maggiore fantasia e coraggio, in quello che è sicuramente il momento più riuscito del disco. Eterni attici di città in rete prende ispirazione, nella sezione ritmica, dal miglior pop d’avanguardia dei primi anni 80, rivelando influenze che vanno dai Tuxedomoon ai Cabaret Voltaire, dai Joy Division ai King Crimson (di nuovo!) dell’epoca del loro ritorno sulle scene. Ranalli si diverte a prenderci per mano e a trascinarci in un viaggio in una terra di confine, dove il contrasto tra il sublime e l’ossessione è un favoloso punto dal quale osservare i suoi paesaggi sonori. Da osservare con attenzione anche l’elaborato art work di Bianca Carestia, indispensabile guida grafica per orientarsi nel mondo di Unimother 27.

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