Undici anni… oppure poco fa – di Ginevra Ianni

Undici anni oppure poco fa. Nel 2009 un terremoto cattivo ha dissolto la vita degli aquilani. Alcuni li ha uccisi, altri li ha cancellati. Cancellato la loro identità, gli specchi, i vestiti, la casa, il mondo circoscritto delle loro vite. Paura, lacrime e stridore di denti. Questo è il riassunto che in poche parole fotografa quel disastro. Oltre ad una paura costante alla bocca dello stomaco. Ma un antico detto vernacolare recita “jamo nnanzi”, tiriamo avanti, resistiamo. E così tende come nuove case, polvere gru e mattoni, e così ponteggi, scavi e la città piena di operai da tutta Italia, il cantiere più grande d’Italia dicevano. Pietra dopo pietra, strada dopo strada, la Città ha faticosamente cominciato a riedificare sé stessa come una fenice e tutti sono scesi per ogni singola viuzza riaperta cercando quello che si era perso la notte del sei aprile 2009. Tutti, uno o in gruppo, hanno partecipato alla inaugurazione di una piazza, di un nuovo negozio, di un lampione, cercando di ritrovare quel che si era perso undici anni prima in trentadue secondi. E qui subentra un’altra scoperta: tutto ciò che è stato rifatto, anche meglio, tutto quello appena finito non è e non può essere come prima, è nuovo. Non è uguale, è simile. Ma diverso. È come un nipote che nascendo prende il nome del nonno appena scomparso, è lui ma non è più lui, è bellissimo ma certamente altro. Ok, si accetta anche questa importante lezione: ricostruire non significa costruire di nuovo ma creare una nuova realtà.
Nuova di zecca. E chissà che non sia meglio. Con gli anni sono aumentate le luci delle finestre accese la sera ed i quartieri vuoti cominciano a popolarsi. Ci vuole tempo, tanto, prima che torni a parlarsi di città viva. Ma jamo nnanzi. E arriva il coronavirus. Arriva l’isolamento. Per evitare il diffondersi del morbo bisogna stare dentro. Di nuovo le case si fanno contenitori di vita e di nuove storie. Perché le case ricostruite il terremoto, o almeno quello brutto, quello cattivo veramente, non lo sanno per fortuna e reggono forte ancorate alle nuove fondamenta. Jemo nnanzi, ancora. Ma arriva il nove aprile 2020 e si sente il bisogno di ricordare, di uscire, di entrare in chiesa per pregare i morti, di accendere candele davanti le tombe. Ma neanche questa volta si può. Dopo undici anni non si può. E non è diverso stavolta, è proprio lo stesso. Neanche quest’anno nessuna candela per loro, o almeno non in chiesa o al cimitero. Quest’anno i morti non avranno la fiaccolata notturna con le loro gigantografie portate in processione come santi, niente e nessuno che attraversi la Città con il loro ricordo in bocca e nel cuore, niente folla che si stringe addosso un po’ per il dolore un po’ per il freddo (a l’Aquila aprile è ancora inverno la notte). Forse solo i rintocchi della campana alle tre e trentadue. Solo il suono della campana nella piazza vuota, trecentonove tocchi, come i morti. Forse.

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