“Una visita” – di Maurizio Fierro

New York, 13 febbraio 1924 – La luce della luna filtrava attraverso gli scuri delle finestre spandendosi a macchie nella stanza. Seduto sulla sua vecchia poltrona di stoffa lisa, Howard consultava il vecchio libro con l’attenzione di una civetta che dal ramo scruta il mondo attraverso le tenebre. Accanto a lui, un lume di una candela lo aiutava a decifrare pagine dalla grafia incomprensibile. “Howie, come puoi leggere, in queste condizioni? Fa’ almeno che ti porti altre candele!”, disse Sonia“Mmm, va bene”, mugugnò Howard senza distogliere lo sguardo dall’antico testo egizio scovato in qualche scaffale della biblioteca di Brooklyn. La laconicità di Howard non sorprese Sonia. Ormai aveva imparato a convivere con i monosillabi che contrappuntavano i suoi prolungati silenzi. Diviso fra il mondo interiore e quello esteriore, da tempo Howard aveva scelto a quale dei due rivolgere le sue attenzioni. Tornata con le candele, Sonia diede un’occhiata al libro che stava consultando il compagno, e la sua attenzione fu attratta da alcuni misteriosi simboli. Le si insinuò il pensiero di chiedere spiegazioni, poi rinunciò, convincendosi che una sua domanda inopportuna avrebbe potuto indispettire Howard. Lei si tormentava chiedendosi cosa gli impedisse di parlarle di quello che aveva letto o scritto durante la giornata. Più volte aveva fatto delle domande, gli aveva chiesto di quegli strani nomi che era riuscita a decifrare dai suoi appunti. Le sarebbe piaciuto sapere di Dagon, o di Nyarlathotep… ma aveva sempre ricevuto risposte evasive, quasi che il solo evocare quei mondi avvolti da un’eterna penombra avesse avuto il potere di illuminarli… e la penombra, era il regno d’elezione dell’uomo dal volto emaciato e pallido che sedeva di fronte a lei. “Howie, ora va meglio, non credi?”, disse Sonia dopo aver aggiunto un paio di candele all’unica accesa sul tavolo. Howard si limitò ad annuire, continuando a consultare il pesante volume che sembrava contenere rivelazioni da cui potevano dipendere i destini dell’umanità. Quando si erano conosciuti, Sonia era rimasta affascinata dai tratti signorili di quell’uomo così distinto. Alto e magro, con le spalle leggermente ricurve, Howard le ricordava uno di quei nobili privati del lignaggio che conferiva lustro alla loro esistenza. Erano andati ad abitare nel piccolo appartamento di Red Hook, a Brooklyn, e fra pochi mesi si sarebbero sposati. Sonia coltivava la speranza che la riservatezza di quell’uomo, la sua timidezza, l’acuta sensibilità, avrebbero potuto trarre giovamento da una relazione stabile. Ma ora i primi dubbi cominciavano a insinuarsi nella sua mente… e le ristrettezze economiche in cui erano costretti a vivere, non miglioravano la situazione. Evadere. Per Howard era importante evadere; scappare nei mondi fantastici che popolavano la sua fantasia, lontano da tutto e da tutti. Suo malgrado, Sonia stava constatando che, nello schema generale delle cose di quell’uomo, la condizione naturale era la solitudine. Fu mentre Sonia rifletteva su tutto ciò, che si sentì bussare alla porta. Per la prima volta in quella serata Howard sollevò gli occhi dal vecchio libro, rivolgendo alla moglie uno sguardo interrogativo. Chi può essere, a quest’ora? si chiese Sonia. Poi si diresse alla porta per rivolgere la stessa domanda all’ospite inatteso. “Weisz, sono Ehrich Weisz!”, si sentì tuonare oltre la porta. “Potrei parlare con il signor Howard, lo scrittore? Mi manda Edwin Baird, Direttore di “Weird Tales”. A quelle parole Sonia si volse verso il marito che nel frattempo l’aveva raggiunta nel tinello. “Apri”, disse Howard, mentre sulle sue labbra aleggiò un pallido sorriso. Sonia obbedì e, sull’uscio apparve un uomo di bassa statura, di mezza età, con le guance arrossate dal freddo e i capelli castani che coprivano quasi del tutto la parte sinistra del volto. “Mi scuso per la visita inattesa, signori”, disse l’ospite accennando un inchino. “Voglia gradire i miei omaggi, signora”. Poi, rivolto al padrone di casa aggiunse: “Lei è lo scrittore, suppongo”“Sì”, rispose Howard e quasi indietreggiò, sorpreso dalla gioviale irruenza di quell’uomo. “Se è stato Baird a darle il mio indirizzo”, proseguì il padrone di casa “mi può seguire di là”. Poi, dopo aver scambiato con Sonia un segnale che doveva appartenere a una sorta di codice familiare, Howard si allontanò con l’ospite. Rimasta sola nel tinello, Sonia strinse le labbra e si sentì invadere da una tristezza amara. Poi scrollò il capo e decise di andare a coricarsi. Arrivati in cucina i due uomini si scrutarono, e ognuno di loro cercò di immaginare chi fosse l’altro da qualche indizio che potesse svelare un’identità nascosta. Poi, dopo aver chiuso la porta, Howard ed Ehrich si sedettero al tavolo.“La aspettavo, signor Weisz”, disse Howard. “Il signor Baird mi aveva annunciato una sua visita”Rispose Ehrich“Sì, voglio però essere subito franco, con lei, signore”, avrei preferito l’aiuto di Seabury Quinn, oppure di Clark Ashton Smith, ma sembra che in questo periodo i loro impegni non riescano a conciliarsi con i miei, purtroppo”. A quelle parole il congenito pallore del padrone di casa si accentuò. D’accordo arrotondare le entrate fungendo da ghostwriter per coloro che non disponessero di tempo o talento sufficiente, pensò Howard, ma essere considerato inferiore a Quinn e Ashton Smith, beh, questo era davvero troppo!. “Lei vorrebbe un racconto, giusto?”, sibilò Howard tenendo lo sguardo fisso sul tavolo. “Le dicevo dei miei impegni”, fece l’altro, che nel frattempo si era tolto il cappotto riponendolo su una sedia. “Vede, in questo periodo non dispongo di molto tempo libero. Forse Edwin Baird le avrà parlato delle mie ricerche. Le avrà accennato di Margery, suppongo. Ecco, ultimamente tutti i miei sforzi sono concentrati nello smascherare, come dire, ogni sorta di falsi speculatori di illusioni”. Quelle parole ebbero il potere di accendere una piccola luce negli occhi del padrone di casa, che sollevò lo sguardo verso il suo ospite osservandolo con attenzione. L’improvviso segno di interesse di Howard non fu colto da Weisz, che proseguì nel suo monologo con la disinvoltura di un commesso viaggiatore impegnato a mostrare le ultime meraviglie in materia di economia domestica a un gruppo di massaie ritrovatosi per l’occasione. “Vede”, continuò Weisz, “proprio non li sopporto, signore. Intendo, gli improvvisati indagatori dell’occulto. Ecco, mi sembra che si stiano moltiplicando ogni giorno di più. Deve sapere che negli ultimi dieci anni il sottoscritto ha sviluppato una certa intolleranza verso questi individui. Medium, spiritisti da strapazzo, teosofi dell’ultima ora: non immagina, caro signore, quanti ciarlatani alla ricerca di facile pubblicità ho avuto il piacere di smascherare. E mi creda, sono più che convinto che la famosa signora Crandon (*) non si distingua molto, da costoro”Howard corrugò le sopracciglia, e l’espressione imperturbabile del suo volto subì un lieve cedimento. Anche lui, sommo indagatore dell’ignoto, non sopportava chi, dall’ignoto, potesse trarre indebiti profitti, e il pathos che coglieva nelle parole del suo ospite lo incuriosì. “Il signor Baird le avrà parlato della mia passione per l’Egitto, immagino”, proseguì Ehrich Weisz, “ecco, mi piacerebbe farne parte; be’, in un racconto, si capisce, eh, eh”. In quel momento lo sguardo dell’ospite si posò sul vecchio tomo posto sul tavolo. Weisz fece per prenderlo ma venne anticipato da Howard che, con un rapido gesto, ghermì il libro stringendolo al petto come uno scudo. “Quindi, se ho ben compreso, lei vorrebbe essere il protagonista del racconto, dico bene?”, chiese Howard continuando a stringere il libro. “Certo, è quello che vorrei”, rispose l’ospite, “e questo è il motivo della mia visita”.
“Bene, allora”, disse il padrone di casa. “Non si pentirà di aver chiesto il mio aiuto, vedrà. Mi creda, ne possono accadere di cose, sotto le piramidi”. L’ospite, soddisfatto, chiuse il cerchio: “Non ho motivo di dubitarne, anzi, ne sono convinto, e pendo dalle sue labbra, pardon, dalla sua penna, signore”. Nelle successive due ore confabularono in modo fitto, soprattutto per merito di Weisz. L’ospite ebbe modo di informare Howard sul lavoro che gli aveva procurato gran fama, raccontandogli alcune delle imprese che lo avevano visto protagonista nelle più importanti città del mondo. Mentre Howard prendeva appunti, il fervore del suo ospite non ebbe requie. Quel piccolo individuo sprigionava un’energia prodigiosa che sembrava trarre alimento da qualche fonte misteriosa e inaccessibile ai suoi simili, e più volte Howard aveva dovuto fermare quel inesauribile flusso di parole. Infine, adducendo il riacutizzarsi di uno stato febbrile che gli aveva procurato tormenti nell’ultimo mese, il padrone di casa diede a intendere al suo ospite di essere stanco, e che era giunto il momento dei congedi. “Siamo d’accordo, allora”, disse Howard “tra non molto le invierò il racconto per la cifra pattuita e, se sarà di suo gradimento, lo potrà consegnare direttamente al signor Baird per la pubblicazione”.
“Molto bene, signore, davvero molto bene”, rispose Ehrich Weisz, “e se tutto risulterà come penso, sarà mia premura versarle i cento dollari sul conto che mi ha indicato”. A quel punto i due uomini si avviarono all’ingresso. Weisz si raccomandò di portare i saluti alla signora, Howard ringraziò e aspettò che l’ospite fosse sceso dalle scale prima di richiudere la porta dietro di sé. Poi, stremato, si avviò verso la camera da letto. Dopo quella sera di febbraio del 1924, Howard Phillips Lovecraft Ehrich Weisz, meglio conosciuto come Harry Houdini, non avranno più occasione di incontrarsi. Alcuni mesi dopo, su Weird Tales verrà pubblicato un racconto dal titolo “Sotto le Piramidi”. Recherà la firma Houdini. Solo molti anni dopo, nel 1939, la ristampa del racconto uscirà con la firma del suo vero autore: Howard Phillips Lovecraft
Lovecraft e Houdini, lo scrittore e il mago. Uomini contro, costantemente in lotta con il mondo reale e le sue leggi. Entrambi fatalmente attratti dal concetto di evasione: fisica per Houdini, metafisica per Lovecraft. Incrociarono i loro cammini in una fredda sera newyorkese, perché così aveva deciso il destino; quel fato che avevano sempre guardato negli occhi con aria di sfida e con un particolare lampo nello sguardo.    
(*) Mina Crandon, per tutti “Margery”, era la più grande medium di New York, risposta americana all’italiana Eusapia Palladino, famosissima in tutta Europa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *