Una storia dell’Oblio – di Bartolo Federico

Il pomeriggio Riccardo lo aveva passato davanti alla finestra, guardando dal vetro polveroso la strada silenziosa.
La grande crisi economica aveva sepolto una fiumana di gente sotto il suo mantello di dolore, e la città pullulava di venditori ambulanti, e persone che si arrabattavano alla meno peggio per tirare avanti. Si sedette sul letto prendendosi la testa tra le mani, un gesto che faceva anche sua madre. Invecchiando assomigliamo sempre più ai nostri genitori, pensò. Quando la stanza fu avvolta dal buio, si fece una doccia veloce, e fumando si rivestì. Dopo prese la giacca di pelle appoggiata sul letto, le chiavi di casa, e uscì chiudendo con il chiavistello la porta. Fuori l’aria era fresca. Sotto l’insegna verde del chiosco scambiò un cenno di saluto con Gertrude, una sua vecchia amica d’infanzia. All’angolo della strada Tommaso stava suonando blues. Si fermavano tutti ad ascoltarlo, persino Orazio il salumiere, muoveva la testa a tempo. La sua musica sapeva calamitare l’attenzione, e creare quel pathos necessario per comunicare. Alle volte per essere sovversivi basta una chitarra acustica e una voce scorticata dalla vita che canta con passione storie vere. Mentre camminava la città gli sembrò lugubre, decine di locali chiusi, strade sporche e senza illuminazione, così qualche spettro del passato si fece avanti e un senso di angoscia lo afferrò. Socchiuse gli occhi e gli tornò in mente Jello Biafra dei Dead Kennedys e la sua Kill The Poor, canzone che urlava provocatoriamente che bisogna uccidere i poveri. Perché sono sempre i poveri che ti danno una mano d’aiuto, anche se non possono ti accolgono in casa loro, dividono con te qualunque cosa possiedano. Sono gli occhi buoni del mondo, dunque quelli da annientare. Quando era ragazzo i più anziani parlavano, e i più giovani ascoltavano. Avevano sempre qualche storia incredibile da raccontarti. Qualche suggerimento da darti. Adesso non parliamo più con nessuno, al limite ci scambiamo messaggi con i computer, o tramite i cellulari. Ci si invia faccine idiote che non vogliono dire un cazzo; ma questo è considerato il tempo della comunicazione.
Forse bisognerebbe ricucire quella crepa che si allarga sempre più. Suo nonno nel corso della vita aveva visto cambiamenti epocali e, pur non avendo mai imparato a leggere e scrivere, non si era mai confuso davanti a niente. Era rimasto una persona semplice e di buon senso che sapeva sempre cosa dirgli quando cadeva nell’oscurità. Tutte cose che sembrano perse, finite dentro lo sciacquone del cesso. 
Gli Oblivians anche loro nella metà degli anni novanta andavano controtendenza, suonando un rock annerito, pieno zeppo di peccatori, cantato come se fossero dei banditori che urlavano in un microfono rotto. Con quel suono all’apparenza sbilenco che sembrava muoversi con bastone e occhiali scuri, carico di nebbia e di quell’inquietudine depravata, di cui è pieno il blues di Lightnin ‘Hopkins’, ti lanciavano sullo schermo rosso, bombe incendiare. Canzoni che sapevano prendere percorsi imprevedibili, sgusciare di lato, e sprofondarti come un trapano elettrico.
I loro dischi possiedono l’attitudine selvaggia e scomposta, di gente come Stooges, Sonics, e The Gories, per questo non li sentirete mai passare per radio. Un combo di musicisti che ha fatto un contratto con il demonio Greg Cartwright, Eric Friedl e Jack Yarber, sono della stessa pasta bastarda di Tav Falco, e dei Cramps. 
In quel di Memphis una vera è propria leggenda. Nella loro musica vive un mondo passato che incontra un mondo a venire; è qui che la notte è completamente a suo agio, in questi suoni abrasivi e voci in preda al panico. Come se guardassimo dentro un buco profondo e scorgessimo nelle viscere della terra qualcuno suonare. Quello che si sente è un rumore di ossa frantumate, in un tempo irregolare. Treni che deragliano e cani che abbaiano rauchi. Sottoterra quel trio di canaglie, masturbano i loro strumenti davanti a grosse tette di roccia. Un tonfo grezzo, un colpo di tosse e la musica è polverizzata nel borbottio di una tastiera, in un sax che spazia in maniera molto free, nei territori remoti del rock’n’roll. Qualcosa che solo l’oscurità può comprendere ma anche lei alla fine è disturbata da quel frastuono, mentre prova a respirare. Drrring! Finché rimane la puntina sul disco di vinile nero, sarete all’inferno, con una luce speciale negli occhi. I White Stripes e anche gli Strokes, si sono fatti un nome, una carriera, ricopiando questo sound velenoso. Voi fareste cosa buona e giusta, a recuperare tutti i loro tesori. Riccardo si fermò e si piegò in avanti appoggiando i gomiti sul muretto. Si tolse tabacco, cartine e filtro dal giubbino di pelle, arrotolò una sigaretta e l’accese. Mentre fumava osservò la sua ombra disegnata sul marciapiede. Strizzò gli occhi perché la luce del neon gli dava fastidio. Quando il mondo ti cade addosso non hai tempo per l’amore e per tutte quelle cose che ti fanno raddrizzare i sensi. Si teneva aggrappato ad una fune con una mano sola, ed era pronto a precipitare nel buio per sempre. Aveva gli occhi arrossati e graffi che non si vedevano. Ma certe cose facevano davvero fatica ad andarsene.
Il mondo è lo spettatore, non il protagonista di quello che accade e non è mai il mondo che cambia, ma sono gli uomini. Le cose a cui teniamo di più chissà perché, ci vengono sempre sottratte. Mentre altre di cui faremmo volentieri a meno, restano attaccate dentro di noi, con una capacità di resistenza che lascia sbalorditi; ma certe persone non tornano più.  Prima o poi anche lui se ne sarebbe fatta una ragione. Si può sempre chiudere gli occhi e parlarci ma un giorno anche questo cesserà e tutto sarà un ombra. “Songs The Lord Taught Us” dei Cramps, fu registrato nel 1980 negli studi della Sun Records. Musica sporca e pervertita, che non poteva non piacere ad uno come Alex Chilton che produsse il disco. I mitici tre accordi del rock’n’roll, furono riproposti nella loro forma più nefanda e indecente. In quei giorni che il mondo osannava i Police (mai nome più brutto per una band di rock) una schiera di disadattati trovò in Lux Interior e nella sexy Poison Ivy le loro star. Quella fu la colonna sonora per tutti i pervertiti, criminali e drogati del mondo, mentre se ne andavano tutti insieme alla casa del diavolo. Per creare il caos totale. La lezione in questo disco di Link Wray e Robert Gordon è forte, ragazzi selvaggi del rock’n’roll, dimenticati ormai da tutti. Con i Cramps si tornò a fare l’amore nel sottoscala, nei retrobottega, a fumare e divertirsi fuori da quel letamaio della cultura rock ufficiale che come sempre inebetita sbraitava che quella loro era; Una proposta schifosamente balorda, di gente che non sapeva suonare. Erano le solite stronzate di quei cattocomunisti, con il culo a caldo.
Gli facevano paura quei banditi pazzoidi, con quella nuova cerimonia tossica e quel suono selvaggio, che veniva dal cuore. I Cramps rappresentarono un monito contro la repressione culturale di certa sinistra e quel rigore estremo di chi ci vuole tutti uguali intellettualmente. Una forma di difesa sociale, una rivincita dei poveri, degli anarchici, contro quella casta che tende sempre a sovrastare tutto e tutti.
Glielo diceva sempre suo nonno Alberto che quelli che non sanno devono basarsi su quello che è accaduto prima.Tutto ciò che non è venuto dall’anima, verrà immancabilmente smascherato. Mentre la città si faceva sempre più buia, un taxi si fermò all’incrocio e qualcuno scese. Dalla strada gli arrivarono rumori di clacson, e una pioggerellina leggera iniziò a cadere. Riccardo guardò al di là dei suoi capelli neri, e si appoggiò alla sua spalla, come per non precipitare. Non ti mentirò mai gli disse con un filo di voce. Lei gli strinse la faccia tra le mani, e lo baciò. Poi si avviarono lentamente lungo la via.

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