Una questione di memoria – di Isabella Dilavello

Ti ricordi di me? Dici che ti ricordi. Le giornate della memoria si susseguono, la Grande Storia passa attraverso date da celebrare. Ma cosa esattamente? Può la celebrazione di un solo momento preciso – un eccidio, un rastrellamento, un naufragio – racchiudere e far comprendere la Storia e le sue ferite fino al punto di decifrare e cambiare la direzione politica e umana del presente? Si consegna la responsabilità di tutto a un giorno da segnare in rosso sul calendario, si alleggerisce la coscienza sociale, la si solleva dall’impegno costante dell’operazione del non dimenticare, attraverso esaltazioni comunitarie. Ma la  memoria, quella vera, quella delle vite e dei morti, quella di cose che mutano i paesaggi e i sentimenti, il corpo stesso degli uomini, quella di cose che trasformano, dove finisce? Correndo dietro a queste domande, ci sono rotolata dentro anche al Festival della Letteratura di Mantova (lo so, è ormai passato da poco più di un mese, ma ancora risuona in me l’eco), perché alla fine è alla letteratura e solo a lei che affidiamo la memoria. Almeno è quanto pare affermi Sergej Lebedev  mentre racconta del suo “Il confine dell’oblio” (2018), consapevole che quasi nessuno sa davvero cos’erano i gulag e ciò che si sa è grazie ai racconti, ai romanzi. E nella sua narrazione densa della Siberia delle foreste, dei lunghi fiumi, delle paludi, terra dell’infanzia e di ricordi sparsi ritrovati a caso e per caso, è evidente invece la ricerca di documenti che testimonino la vita di chi è morto, la loro verità, come cancellata da uno Stato che ha preferito l’oblio e se ne è truccata. La sensazione provata dall’autore in questa ricerca, è quasi l’impossibilità di sapere, conoscere davvero l’accaduto, ma la letteratura prende così il ruolo di far uscire dall’ombra questi corpi, queste vittime, la loro esistenza. Inevitabile non chiedersi quanto e cosa resta di noi, di quel che siamo e facciamo e pensiamo e muoviamo. Di noi come esseri umani, di noi come attori. Almeno io, che attrice e autrice teatrale sono, mi chiedo anche questo. Cos’è, dunque, che resta, di tangibile, a eternare ciò che accade su un palcoscenico? È possibile fermare nella memoria un accadimento che per sua natura è legato a un momento, a un vissuto condiviso tra chi racconta e chi si fa raccoglitore in ascolto? La parola a teatro non è solo testo, è materia viva e variabile nella restituzione, è continuo movimento. E allora chi ne può ricordare il passaggio? Ma almeno c’è il testo, si direbbe. Sì. Quelli che vengono stampati, pubblicati, diffusi. Il copione che si fa libro. E che non è solo un qualcosa che passa nelle mani degli attori, dei registi. È, a tutti gli effetti, Letteratura. Di questo abbiamo parlato con Elvira Frosini e Daniele Timpano, anche loro incontrati a Mantova: attori, autori, performers, formano una coppia scenica (e non solo) che fa del teatro luogo stratificato e evocativo. Raccontano con ironia e scrupolosa ricerca piccole storie che vanno a comporre la Storia, la nostra, del nostro paese e le sue ferite, le sue contraddizioni, attraverso  l’evocazione dei morti, corpi morti iconici e corpi morti qualunque. La loro scrittura sembra quasi essere l‘esecutore testamentario di un passato o anche di un presente che viviamo, ma che già dal momento in cui ne parliamo è andato perso, morto. Memoria, quindi. Anche di un lavoro teatrale che altrimenti andrebbe perso, se affidato solo alla scena e non trascritto, pubblicato. Alla fine, a pensarci bene, la Memoria è la parola che si fa corpo, che risuona continuamente in questo corpo che si muove: la memoria di un taglio è nel dolore che si ripete, la memoria di un nome è nell’azione di colui che quel nome porta:  allora è per questo che alla letteratura, al teatro che diventa letteratura, affidiamo la Storia e le storie dei fatti quotidiani, la potenza dei piccoli particolari, il ciò che accade come manuale di sopravvivenza. Mentre facciamo i conti con la sostenibilità di ciò che viene detto dalla carne.

Sergej Lebdev: “Il confine dell’oblio” (Keller 2018 – trad. Rosa Mauro). 
Elvira Frosini/Daniele Timpano: “Acqua di colonia” (Cue Press 2016).    
Daniele Timpano: “Storia cadaverica d’Italia” (Titivillus 2012).

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