“Il Piacere” – di Erica Burdon

Il nostro residence, all’estremità della baia, circa due chilometri fuori Francavilla al mare, era stupendo e ormai era diventato un luogo abituale e ogni volta d’emozione. La nostra casetta non sembrava fare parte di un complesso di costruzioni tutte uguali, tanto erano state nascoste ingegnosamente nella vegetazione. Erano di un bianco abbacinante, in puro “stile mediterraneo”. Avevamo a disposizione una cucina, un bagno con idromassaggio, un vasto locale guardaroba e un’ampia camera da letto vista mare. Il sole scendeva dietro le montagne. Una palla arancione sospesa su un cielo terso. Avevamo viaggiato dal mattino presto. Andrea da Roma. Io da Modena. L’ansia di ritrovarci ancora ci avvolse per tutto il tragitto, facendoci premere l’acceleratore a tavoletta. Avevo conosciuto Andrea Sperelli a Castelli, durante l’inaugurazione di un’importante mostra di ceramiche antiche di quella famosa stirpe d’artisti. L’evento aveva radunato esperti da tutto il mondo. Una nutrita folla di critici e di competenti ammiravano i colori e i soggetti che sprigionavano bellezza e rendevano unica questa Scuola della ceramica… il blu cobalto e il verde di pascolo sapientemente sparsi. Al’inizio del 1900, il padre di mia zia Liliana era stato Maestro d’arte e, nell’Istituto d’Arte di Castelli, aveva insegnato tutti i segreti della ceramica a moltissimi alunni. Stavo ammirando i manici a spirale di un “bevi se puoi” quando Andrea mi disse che era appartenuto alla sua famiglia e che era molto antico. Indicai la zuppiera che era stata di mia nonna. La discussione cominciò a fluire come olio: sulla bellezza, sull’estetica e sul senso della vita… che dovrebbe essere sempre vissuta da protagonisti, come gli eroi di certe opere teatrali. Andrea era un vero edonista. Un dandy trasportato direttamente dal XI secolo. Per tutto il tempo che trascorsi nel teramano, sulle orme dei miei antenati, Andrea mi offrì la sua compagnia e la sua competenza. La sua era stata una famiglia aristocratica. Possedeva ville in Abruzzo e palazzi a Roma. La mia proveniva dalla ricca borghesia latifondista. Quella che aveva acquistato le tenute degli aristocratici indebitati. Anche la tenuta di Montorio al Vomano, acquistata dal nonno, nel giro di una generazione non appartenne più alla mia famiglia. Zio Livio aveva fatto cattivi investimenti. Un giorno si vide costretto a vendere ettari e ettari di uliveti e di seminativo. Il “padroncino”, come lo chiamano i più vecchi teramani, si era ridotto a fare l’impiegato al Genio Civile. Al posto di comandare i contadini, come faceva suo padre… si accontentò di comandare i suoi sottoposti, per uno stipendio fisso al mese. Una sera Andrea mi telefonò. Sarebbe venuto a prendermi a Teramo per portarmi a cena in un ristorantino sul mare. Avremmo mangiato “scrippelle ‘nbuss” e una frittura di pesce speciale. La strada che collega Teramo a Giulianova è un lungo rettilineo. La velocità sostenuta con cui procedevamo ci dava l’impressione di essere su un maxi scivolo e di essere catapultati direttamente nell’Adriatico, saltando sopra le case illuminate della cittadina, in puro stile “Hazard”. Il maître lo salutò per cognome e ci accompagnò nell’angolo più nascosto del locale, con tanto di muretto e pianta per aumentare la privacy. La tavola era stata preparata con una grande tovaglia in stoffa di fiandra, bianchissima e lunga fino al pavimento. Quando arrivò il cameriere Andrea ordinò del vino bianco… poi scorremmo un menù lungo cinquanta centimetri, scritto su carta pergamena.

“Siamo qui. Tu e io. Per sempre amici?”
“Pensavo che invitandoti a cena, avremmo superato questo step.
Più che amica: amante.”

Lo sentii posare dolcemente le dita sulla carne della mia coscia, poi, mentre mi fissava negli occhi, fece scivolare la mano su per la calza, dritto al clou del punto femminile, protetto inutilmente dal sottile collant. Raccolse il nylon nel pugno e diede un violento strattone da farmi trasalire. Continuai a fissarlo, sorridendogli divertita. Trovato lo strappo che aveva provocato, con tutta la delicatezza di cui era capace, puntò deciso due dita contro le mie grandi labbra“Oh” mormorai. Senza accorgermene, mi spinsi leggermente in dietro, afferrai la tovaglia, in modo tale da occultare la sua mano. Poi spinsi in avanti il bacino, aprendo di più il varco fra le mie ginocchia. Mi voltai verso di lui, assaporando il piacere. Mi sentivo come un animale selvaggio. Sentivo di amare la vita più che mai e la vita è anche tutto questo. Poi ci ritrovammo nell’alcova, a Francavilla. Andrea girava per le stanze e il mio corpo era tutto un fermento… per la vicinanza a un uomo sprizzante sessualità da tutti i pori. Dopo, dal tetto a terrazza guardavo il panorama mozzafiato. Conifere si aggrappavano alla collina in misteriosi esercizi di equilibrio, per non precipitare, dopo metri di strapiombo, miserevolmente in mare. Dalla spiaggia giungevano le voci di madri sempre più stremate dopo una lunga giornata di caldo, sole e sale, tentando di chiamare i figli per il ritorno a casa. I bambini continuavano a giocare nell’acqua o a correre urlando sulla sabbia. Le barche erano ancora al largo, anche se l’acqua iniziava a perdere il suo colore azzurro e lasciava il posto a uno spesso grigio petrolio. Andrea mi avvisò che era ora di raggiungere la sala ristorante. Consumammo quell’altro piacere sulla veranda. Sul finire della cena, in qualche sala interna del ristorante, un’orchestra attaccò a suonare. Musica e risate arrivavano fino a noi, attraverso le vetrate aperte. Il ritmo e i temi musicali erano ossessivi, impastati di suoni caraibici ripetitivi e frenetici. Malgrado la candela sul tavolo desse gli ultimi bagliori, Andrea si accorse che ero arrossita improvvisamente. Per il fresco vino bianco? Per il caldo? O per una forte emozione? Non riuscii a sostenere il suo sguardo ferino. Dopo attimi di silenzio che parvero durare un’eternità, mi chiese se avevo portato il costume perché era l’ora giusta per fare un bagno. L’acqua era tiepida, ma avremmo dovuto camminare per un bel po’ prima di trovare un punto dove non si toccasse. Sospirò e mi tese la mano. Un viottolo scendeva alla spiaggia, tagliando attraverso cespugli e erba alta, ogni tanto un punto luce sistemato su pali di legno, indicava fiocamente la strada. L’ultimo tratto era il più scosceso e ci venne in aiuto una rampa di scalini. Percepivamo la presenza di gente sulla spiaggia, ma sentivamo solo le loro voci. La musica del ristorante arrivava fino a lì, anche se molto affievolita. Nuotammo, ci baciammo e rimanemmo seduti a riva con l’acqua che ci sciabordava attorno, per non so quanto tempo. Cinquantenni che si comportavano come se miracolosamente avessero avuto trent’anni di meno. Sulla battigia pezzi di conchiglia facevano male ai piedi appassiti dall’acqua, ma poco oltre la sabbia era fine e morbida. Andrea mi attirò a sé. La luna era alta in cielo e luminosissima. Mi diede un lungo bacio. Mi appoggiò il viso sul suo petto. Si mosse al ritmo dell’orchestra, mentre le piccole onde si abbassavano e si alzavano attorno a noi.
“Facciamo come le onde?” disse
“Ah, davvero? E come fanno?”
“Ballano l’avanti – indietro”
“Oh cazzo!”
“Certo, non le vedi?”
Mi sfilò la parte inferiore del bikini. Si strappò di dosso il costume. Quello che si parò alla mia vista, d’istinto mi spronò a impossessarmi del suo bastone. Mi issai, aggrappandomi alle sue forti spalle, con delicatezza controllata mi aprii nell’acqua scura, sistemandomi bene su di lui. Mi balenò in quell’istante l’immagine di un’orchidea che si dischiudeE così ci ritrovammo, Andrea e io, a ballare “l’avanti- indietro”, con la luna a illuminarci e un manto di stelle a farci da cupola. Dentro. Fuori. Perché si plachino i dolori. Quando la vita ci sorride e fa incrociare le nostre esistenze complicate, balliamo ancora… in quel luogo abituale e ogni volta d’emozione. 

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7 pensieri riguardo ““Il Piacere” – di Erica Burdon

  • Giugno 29, 2015 in 11:34 pm
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    Un cantuccio di taverna
    Di là del legno di tramezzo.
    Nel locale deserto noi due, soli
    Lo rischiarava appena la lampada a petrolio.
    E, stranito dal sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.
    Nessun occhio su noi. Ma sì riarsi
    Già ci aveva la brama,
    che divenimmo ignari di cautele.
    A mezzo si dischiusero le vesti,
    scarse (luglio flagrava).
    O fruire di carni
    fra semiaperte vesti, celere
    denudare di carni… il tuo fantasma
    ventisei anni ha valicato. E giunge,
    ora, per rimanere, in questi versi.

    Costantino Kavafis

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    • Giugno 30, 2015 in 5:41 am
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      Un bel contrasto tra il d’annunziano dominio e lo scambio egualitario di questi versi…

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  • Luglio 3, 2015 in 12:50 pm
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    Grazie Anamika. Bella scelta. Avevo acquistato nell’economica Mondadori le poesie di Kavafis (1974 o giù di lì). Mi piacevano molto. Come facevo spesso quando ero giovane, prestavo libri, dischi e quant’altro e poi non mi venivano restituiti. Grazie, quindi. Senza saperlo mi hai fatto doppiamente piacere. E’ bella l’immagine di questa poesia; il poeta descrive e dimostra quanto possa essere indelebile un ricordo carico di passione e amore.

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  • Settembre 11, 2016 in 8:55 pm
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    Probabilmente piacera’ agli addetti o ai piacioni del genere. Personalmente questo racconto mi fa veramente schifo. Scendere cosi’ nell’intimo e in modo volgare rivela una personalita malata.

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  • Settembre 11, 2016 in 9:23 pm
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    Finalmente un po’ di movimento. Sì perché dopo tanti elogi, finalmente una tanto agognata critica. In fondo non vanno bene solo i complimenti. In realtà quando scrivo certe cose vorrei scandalizzare e squotere la gente. Grazie di cuore per avermi dimostrato che posso farcela.

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    • Settembre 11, 2016 in 9:41 pm
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      Nella risposta ci sono volutamente errori di sintassi, grammatica e punteggiatura, perché ci tengo precisare che non ho velleità di scrittrice. Ma qui mi trovo bene, fra questo cari amici. Mi danno l’opportunità unica di quello che faccio sono da bambina: scrivere. In aggiunta ho la possibilità che qualcuno mi legga. Io non ho una vita bella, ma ho molte passioni che coltivo e mi rendono felice comunque.

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      • Settembre 11, 2016 in 10:01 pm
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        Tutti o tanti non hanno una vita bella. O perche’ si hanno problemi di salute, o di lavoro, o famigliari. A da capire cosa si vuole affinche la vita venga considerata bella. Ma scrivere cosi’ in dettaglio certe cose lo lascerei fare a chi di hard ne fa un mestiere. M considero che meglio fare che scriverlo 🙂 . cara scrittrice si scelga un uomo che le faccia cio’ che ha scritto o scriva favole per bambini.

        Risposta

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