“Una lettera d’Amore” – di Floriana Tosca

“Amore mio, lo so che non devo chiamarti così. Non più per lo meno. Ma tu lo sei stato. Tanto. E a lungo. Per cui anche se io non lo sono più per te, tu resti tale nella mia mente e nel mio cuore. Le lacrime versate hanno insegnato al mio dolore ad evaporare e a scolpire nella memoria i ricordi. La pena, che resta come un sottofondo costante, mi ha insegnato il valore terapeutico del ricordare. La memoria ormai non è più causa di rimpianto ma di nostalgia. Ho imparato a conservarli gelosamente dentro di me i ricordi e a capire che, sebbene non più condivisi, sono miei, solo miei. Essi rappresentano la mia fonte di consolazione, la constatazione del bene che ho avuto, la prova dell’amore ricevuto. Tanto. Dal primo pensiero del mattino alla musica ritrovata come augurio di buona giornata sul cuscino, ai tuoi baci che mi dicevano contro ogni logica di non andare via. Al tuo braccio che mi sosteneva, alla tua preoccupazione per me quando viaggiavo nella notte. Erano scoperte di un’attenzione nuova nei miei confronti, che ero da sempre abituata dalla solitudine a bastarmi da sola. Avere chi si preoccupava per me è stato un balsamo di benessere per uno spirito che si è accorto troppo tardi di quanta solitudine c’era dentro il mio cuore. Perciò Amore mio. Solo mio. Ho avuto il dono celeste di questo amore. Che come tutte le cose a questo mondo è nato e poi finito… ma non voglio ricordarne il dolore della sua fine, voglio portare dentro di me per sempre tutto il bene ed il bello che mi ha dato. Spero solo di averti ricambiato questa passione nella stessa misura. Eri, sei e sarai sempre sbagliato per me, finanche nocivo, ma sei stato un sole luminoso che ha brillato nel mio cuore e, seppure in un angolo nascosto dove solo io lo so trovare, lo sei ancora.  Lo sarai sempre.”
La lettera svolazzò sul marciapiede trascinata dal vento. Sembrava un airone bianco e leggero che si alzava alto e pulito sopra allo squallore della strada. Se qualcuno avesse seguito il suo volo insensato l’avrebbe vista sollevarsi e poi precipitare sul volto di una donna che procedeva sul marciapiede. Una mano la schivò con un cenno rapido ed un nuovo refolo la trascinò dall’altra parte della via, verso una panchina scrostata che guardava sconsolata il verde spelacchiato di un prato. Spinta da un ultimo soffio e da una capriola la lettera, ormai spiegazzata si posò sul bordo del sedile a riposare. Il sole la scaldava e i raggi sembravano quasi consolare tutto il dolore che conteneva. Il foglio restò lì a scaldarsi a lungo. L’ultimo tepore scompariva insieme alla luce ed al crepuscolo il bianco della carta iniziò a confondersi nella notte. Con il buio tutti i rumori della città si spensero pian piano, sembrava che si fossero nascosti nelle loro tane in attesa dell’arrivo del nuovo sole. Anche le parole scritte sul foglio sembrarono addormentarsi nell’inerzia umida dell’oscurità. Neanche una stella in cielo a leggere di quell’amore. Nel silenzio, rotto dai fari veloci di qualche auto in transito, un gatto silenzioso saltò sulla panchina e si accoccolò proprio sulla carta sperando di isolare il freddo gelido del metallo. Fece un mezzo giro su sé stesso e si acciambellò sui ricordi preziosi. Tutto era scuro in quel microcosmo verde perduto nel vuoto della periferia… il gatto sognò i baci in punta di piedi, il calore degli abbracci e mentre la sua mente sopita riviveva quei ricordi, si agitava, ronfava dolcemente mentre i suoi lunghi baffi neri vibravano all’improvviso. Carta e animale erano un tutt’uno mentre le emozioni passavano dall’una all’altro. Nello stesso momento la donna si accarezzava distratta i capelli mentre guardava le immagini della tivvù. Un gesto che la mano ripeteva meccanicamente, senza aver rimorso di aver respinto poco prima con un movimento brusco le parole d’amore dal viso. Lei però, proprio mentre le dita si avvicinavano nuovamente al volto, percepì il profumo che le ricopriva. Chiuse gli occhi e i suoi sensi furono pervasi da una sensazione di benessere: sentiva l’odore dell’erba appena tagliata, il tepore dolce della cioccolata calda, la doccia che scioglie la stanchezza… Aprì gli occhi interdetta per fissarsi la mano: che cosa aveva toccato? Ripassò in fretta tutti i suoi movimenti e non si ricordò del foglio bianco strascinato dal vento. Richiuse gli occhi, si accoccolò sulla poltrona e tornò a perdersi tra i profumi che coloravano la punta delle sue dita sino ad addormentarsi con il sorriso sulle labbra. La panchina stava immobile nel buio e sentiva il peso del foglio bianco e del gatto sopra di sé, lo ascoltava ronfare piano e percepiva il tepore che dal quel punto del sedile si spandeva su tutta la sua superficie. Era bello, il ferro rugginoso si ammorbidiva lentamente a quel calore. Ricordava il sole di maggio, i bambini che si arrampicavano sulla sua superficie con fatica per sedersi trionfanti dopo lo sforzo, sentiva gli abbracci teneri ed inesperti dei ragazzi che si regalavano amore e la trasformavano in un’isola lontana dal tutto il resto del mondo. Produsse felice quel suono misterioso che solo il metallo freddo e inerte sa fare qualche volta di notte, al buio, nel silenzio totale e senza un perché. Che bella nottata. Gli abbracci finiscono, i letti degli amanti si raffreddano con la luce del mattino, le persone prendono strade diverse e lontane ma l’amore resta. In un modo o nell’altro non si perde, non finisce, non si cancella. Lui resta. Resta sempre. Fino alla fine del mondo.

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