Un sogno lungo un cinema – di Marina Marino

Per tutti era solo “il Greco”. Si favoleggiava fosse un esule, in fuga da un passato su cui si inventava e fantasticava, ma credo mai nessuno gli abbia chiesto neanche il nome. Arrivò a Napoli con la passione e il sogno del cinema, ne aprì uno, forse speranza e riscatto, forse un nuovo inizio, lo fece in via Tasso, a Napoli, lo chiamò Italnapoli. Via Tasso è ed era la lunga e tortuosa strada della buona borghesia, delle ricchezze solide e antiche, appartamenti moderni, palazzine liberty, squarci di cielo e mare ad ogni curva, alcune villette riservatissime disponevano di giardini pensili e piscina.  Un cinema, lì. Credo che “il Greco” avesse solo una dotazione di una decina di pellicole, sì, le “pizze” che faceva srotolare personalmente. So che aveva ottimi gusti, tra queste c’erano “Soldato Blu”, “Il laureato”, “Fragole e Sangue”, “Arancia Meccanica”, “The song remains the same” sì, qualcuno del settore mi ha detto che l’autobiografico non tira, ma io abitavo nei pressi, e su quei sedili di legno, in quella sala gelida dove era meglio non togliersi il cappotto, i film non li vedevo, li bevevo. Nei primissimi anni “il Greco” aveva una compagna della sua terra, una donna florida che alla cassa staccava i biglietti porgendoli con tedio regale, i capelli scurissimi, gli occhi pesantemente truccati, uno sguardo che, per citare Schopenhauer era “un pendolo oscillante tra la noia e il dolore”. Non imparò la lingua, ignoro cosa li legasse, un giorno sparì. “il Greco” non si arrese, lui era speranza, entusiasmo, innovazione, con i suoi film messi a rotazione. Il cinema non decollò mai. Eppure lì in molti hanno visto “Woodstock: tre giorni di pace, amore e musica” e “The Rocky Horror Picture Show”. Lui faceva tutto, puliva i pavimenti, proiettava le pellicole, ora la cassa era il suo piccolo trono. Molti anni dopo avrei visto un mio amico fare lo stesso per salvare il teatro dei suoi genitori, ma questa è una storia diversa. “il Greco” divenne “uomo-sandwich”, era piccolo di statura, i cartelloni sembravano fagocitarlo, camminava curvo per Via Dei Mille e Piazza Amedeo. I più stronzi di noi,  ormai viziatissimi umbertini, lo dileggiavano: a mio onore devo dire che non l’ho mai fatto. Sorsero leggende. Si racconta di una ragazza che non festeggiò i suoi diciotto anni con feste faranoiche, aveva perso da pochi mesi suo fratello, ma sulle mattonelle tra una fila e l’altra di sedie, si sfilò il vestito indiano sotto cui era nuda e fece l’amore con quello che sarebbe diventato suo marito: quel giorno di maggio davano il cartone de “Il Signore degli Anelli”, mai cercato, mai trovato. Quando un sogno, durato anni, inizia a sibilare di disfatta e disperazione? In questo caso forse fu quando “il Greco” fece un ultimo tentativo, quelli che puzzano di malinconica ineluttabilità, o di rocciosa, incrollabile tenacia. Inventò una sorta di multisala: il cinema alle 15.30 si chiamava “Alfa 1 – il cinema dei piccoli” e proiettava cartoni animati, nel tardo pomeriggio diventava “Cristallo” e, cambiando pelle, si mutava in un cinema d’essai, dopo le 23 con il nome di “Orchidea” diventava una sala porno. Dimenticavo: con l’ulteriore nome di “Teatro Tasso” si prestava a saggi scolastici et similia. Visionario, precursore, erratico, pazzo Greco solo. Aggrappato a quell’utopia per tutti quegli anni volati come un giorno, univa all’astuzia levantina i cieli di un sogno di chi non sa dove tornare e non ha un posto in cui si senta a casa. Generazioni di napoletani hanno imparato ad amare il cinema all’Italnapoli, ma la fine è prevedibile come in un brutto film. “il Greco” iniziò a bere, non certo ouzo, cadde da una scala di legno mentre cercava di riparare un soffitto irreparabile come la sua paura. Morì e non so ancora il suo nome. Ora passo spesso davanti a quello che era un sogno fatto cinema, sono codarda, distolgo lo sguardo, so che quella ragazza che festeggiò i suoi diciotto anni, il primo compleanno senza suo fratello, lì non è tornata mai più. Ignoro se l’autobiografico tiri, non mi interessa, la storia di questo piccolo ostinato eroe greco mi premeva dentro e alcune storie nascono anche perché qualcuno ne abbia memoria e le racconti. Mettendoci il cuore, possibilmente.

Mi alzai.
“Vieni Zorba”, gridai, “insegnami a ballare!”
Zorba saltò su, il viso gli si illuminò.
“A ballare, padrone?”, disse, “A ballare? Vieni!”
“Avanti Zorba, la mia vita è cambiata, e vai!”
“Per prima cosa ti insegno lo zeimbèkiko, un ballo selvaggio, da valorosi.
È quello che ballavano i comitagi prima della battaglia.”

Si tolse le scarpe, gettò via le calze color melanzana, rimase con la camicia,
ma si sentiva soffocare. Gettò via anche quella.

“Guarda il mio piede, padrone”, ordinò, “osservalo bene!”
Allungò la gamba, sfiorò leggermente la terra col piede, allungò l’altra,
i passi si intrecciarono selvaggiamente, gioiosamente, la terra risuonò.

Mi mise il braccio sulla spalla.
“Vieni, ragazzo mio, noi due!”
Ci buttammo nel ballo, Zorba mi correggeva, serio, paziente, con tenerezza;
io prendevo coraggio, sentivo che i miei piedi pesanti mettevano le ali.

“Bravo, sei un’aquila!”, gridò Zorba per darmi il ritmo. “Bravo ragazzo mio!
Al diavolo le carte e i calamai! Al diavolo i beni e gli interessi.
Ora che balli anche tu e impari la mia lingua, ne avremo di cose da raccontarci!”

Strascicò i piedi nudi sulla ghiaia, battè le mani.
“Padrone”, gridò, “ho molte cose da dirti, non ho mai amato nessuno come te.
Ho molte cose da dirti ma la mia lingua non ci riesce… Allora te le dico ballando. Scostati un po’, sennò ti pesto! Vai! Hop! Hop!”.

Fece un salto, le sue gambe e le mani diventarono ali.
Si lanciava eretto sopra il suolo, e vedendolo sullo sfondo del cielo e del mare mi sembrava un vecchio arcangelo ribelle.
Perché quella danza di Zorba era tutta una sfida, un’ostinazione, una rivolta.

Avresti detto che gridasse: “Che cosa puoi farmi, Onnipotente?
Non puoi farmi nulla, soltanto uccidermi.
Uccidimi, me ne frego, mi sono tolto la soddisfazione,
ho detto quello che volevo dire;
ho avuto il tempo per ballare, non ho più bisogno di te!”

da “Zorba il Greco” di Nikos Kazantzakis

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.