Un rocker italiano in Texas: intervista con Emanuele Pistucchia – di Claudio Trezzani

Le vie della rete e dei social sono davvero infinite, si scoprono e conoscono artisti lontani nello spazio di un click. Difficile, difficilissimo per chi vive lontano dal Texas e dai suoi locali, scoprire i nuovi artisti che il country, il rock e il blues sfornano a ritmo vertiginoso e quasi sempre di qualità elevatissima, ringraziamo quindi le nuove tecnologie che ci permettono anche un contatto diretto con artisti indipendenti, sempre contenti di poter espandere il loro bacino d’utenza in mercati che non pensavano aperti a queste sonorità. In questo modo abbiamo scoperto Creed Fisher, artista di culto ormai in Texas, esponente di quel filone di country rock chiamato outlaw country, con già all’attivo parecchi dischi di qualità e che in questi mesi ha aggredito il mercato discografico con due dischi di assoluto valore, “Outlaw Influence Volume 1” e “The Wild Ones“, e in attesa di far uscire a fine giugno il nuovo “Hellraiser“. Bellissimo scoprire, proprio attraverso l’interazione social, che uno dei chitarristi di questo artista fenomenale è proprio un connazionale, trasferitosi nella patria della musica live e country per realizzare il suo sogno americano.
Eccoci qui tramite i famigerati social a conoscere Emanuele Pistucchia, chitarrista nostrano, direttamente da Austin, Texas. Innanzitutto grazie dell’opportunità di conoscere meglio un artista italiano che ha tentato il grande passo verso gli States e ce l’ha fatta. Emanuele parlaci prima di tutto un po’ di te, da dove vieni e le tue esperienze prima di trasferirti in Texas.
Ciao e grazie per l’opportunità. Vengo da Viceno un piccolo e meraviglioso paesino in provincia di Terni immerso nelle colline umbre al confine tra l’alto Lazio e la Maremma Toscana. Il mio rapporto con la musica è iniziato verso la fine degli anni ottanta: i miei mi fecero iniziare con qualche lezione da un musicista che suonava nella banda del paese ma non sono durate molto onestamente, non volevo suonare la tromba, però l’amore per la musica ha cominciato a fare capolino. Ho proseguito poi con un paio di insegnanti di fisarmonica, tutti “suonatori” locali ovviamente, pianoforte per un annetto e poi intorno al 1992, grazie a un amico, scoprii “Appetite For Destruction” dei Guns ’N Roses, fulminato, come molti giovani aspiranti musicisti dell’epoca da Slash e dalla sua Gibson e fu subito amore per la chitarra. Il tutto iniziò quando avevo dodici anni: sono stato fortunato perché quasi tutti i miei amici, di qualche anno più grandi di me, avevano la passione per la musica e stavano iniziando anche loro a suonare uno strumento, in poco tempo mettemmo in piedi la nostra prima band. Suonavamo ogni giorno, nelle cantine, nei locali in disuso della Chiesa in inverno con la neve fuori e senza riscaldamento. Non avevo ancora gli anni per guidare il motorino che decidemmo di registrare un EP con i pezzi originali che avevamo scritto, quindi la prima volta in studio, un’eccitazione indescrivibile. Verso la fine degli anni 90 ho frequentato per tre anni un’accademia musicale molto famosa con sede a Firenze. Proseguii suonando quasi sempre in cover-band, addirittura ho fatto parte per un paio di stagioni di un gruppo di liscio e gli ultimi anni in Italia, prima di trasferirmi, ho suonato molto in progetti acustici in duo ed in trio.
Com’è stato l’impatto con Austin? È davvero la capitale della musica dal vivo come si racconta?
Ero già stato come turista negli Stati Uniti, mi sono trasferito dopo aver ottenuto un ingaggio come chitarrista di Blake Wharton, un ragazzo texano che avevo conosciuto in un precedente viaggio negli USA e che all’epoca stava mettendo in piedi una band di rock alternativo con dei pezzi pronti da registrare e buoni sponsor alle spalle per sostenere il progetto, quindi non è stato proprio un salto nel vuoto. Dopo una settimana dal mio arrivo ero già sul palco con Blake in un importante festival rock a Denton (Texas), poi abbiamo iniziato subito le session a Nashville per il suo primo album per poi iniziare il tour di quel disco. Siamo partiti dalla west coast: California, Arizona, Nevada. Poi con il disco appena uscito, che stava andando molto bene in Centro America, siamo partiti in tour da quelle parti: Costa Rica, Nicaragua e Panama per poi tornare negli States e proseguire il tour nel mid-west. I primi due anni ad Austin l’ho vissuta veramente poco, quindi forse l’impatto è stato ancora più duro, non mi conosceva nessuno in città e io non conoscevo nessuno per entrare nel giro dei musicisti e iniziare a suonare nei locali blues. Come puoi immaginare c’è molta concorrenza da queste parti, arrivano musicisti da tutto il paese e anche dall’estero come me. Andavo alle jam-session per incontrare musicisti, poi piano piano sono iniziate ad arrivare le prime telefonate, i primi ingaggi. Nel frattempo un caro amico, in quel periodo batterista per Sebastian Bach (Skid Row) e insegnante di batteria da molti anni, fece il mio nome al suo boss della scuola di musica School of Rock, che incontrai e mi offrì di iniziare a lavorare per lui come insegnante. Ci sono molte città negli States dove il business della musica live è dominante, non so se Austin sia veramente la capitale mondiale della musica live come si dice, ma di sicuro moltissime famiglie qui vivono grazie a questo business, musicisti, locali, studi di registrazione, promoter, fotografi, bartender, negozi di musica, roadies, produttori di strumenti… tutto gira intorno a questo mondo. Comunque mi sono capitate settimane dove ho suonato tutti i giorni anche due volte al giorno, non sono molte le città che hanno questa intensa vita musicale“.
Quindi immagino sia decisamente più facile, da musicista rock, la vita negli States che in Italia?
Molto facile risponderti di sì, in quanto sono le opportunità ad essere maggiori rispetto all’Italia, qui l’industria della musica è in continuo fermento, ogni giorno esce sulla scena un nuovo artista in cerca di successo e di conseguenza è maggiore la richiesta di musicisti per i tour, le session in studio e i video. Credo siano gli sponsor a fare veramente la differenza, c’e più gente, sia privati che aziende pronte a investire in nuovi progetti, incentivati anche da una burocrazia che sicuramente è più snella di quella italiana. C’è anche da dire che gli Stati Uniti sono un territorio enormemente più grande dell’Italia con una fascia demografica di ascoltatori di musica molto più ampia che va dai giovanissimi fini agli ottantenni. Un’altra grande differenza per la musica live sono i numerosissimi festival che iniziano nel pomeriggio con molte band a rotazione, questi eventi iniziano presto e non finiscono mai a notte fonda, e quindi non tagliano fuori la fascia di pubblico che lavora la mattina presto e i meno giovani“.
Con quali artisti hai collaborato e con chi suoni in questo momento?
Da quasi cinque anni sono il chitarrista di Creed Fisher, un songwriter di outlaw country molto conosciuto in tutti gli Stati Uniti e dopo gli ultimi due album appena usciti stanno arrivando buoni feedback anche dall’Europa. La scena country e southern rock è rimasta un po’ come cinquant’anni anni fa, big e musicisti di culto si conoscono, collaborano, si supportano tantissimo l’uno con l’altro, sia chi è indipendente sia chi ha contratti importanti con una major. In questo modo è facile trovarsi su un palco o in studio con qualche nome che ha fatto la storia del genere o che magari adesso è in vetta alla country chart. Con Creed ho suonato in alcuni dei festival più grandi degli States: sono tre anni che siamo una delle band che si esibisce al Motorcycle Music Festival di Sturgis in South Dakota, il primo anno nel pomeriggio prima di Ozzy Osbourne, poi l’anno dopo sempre di pomeriggio prima di Steppenwolf e Snoop Dog e poi nel 2019 siamo stati la band opener ufficiale di Toby Keith che ci ha fatto suonare davanti a ottantamila persone. Incredibile esperienza! Una delle collaborazioni in studio più belle che ho avuto grazie a Creed è stata durante la registrazione di “Life Of A Working Man” (uscito nel 2018), dove io registravo le parti di chitarra elettrica e alla chitarra acustica, violino e pedal steel c’era Milo Deering, un idolo per tutti da queste parti, un musicista pazzesco, da molti anni sia in studio che live con gli Eagles. Siamo diventati molto amici e quando può mi passa qualche lavoro nel suo studio. Anche lavorando con Blake Wharton tra Los Angeles e Nashville ho avuto la fortuna di entrare a far parte di un progetto con Bobby Caps (38 Special) alle tastiere e alla batteria Greg Upchurch (Chris Cornell, 3 Doors Down). Con loro il progetto è sempre attivo e a fine luglio saremo tutti a Nashville in studio per registrare un nuovo EP che credo vedrà la luce nel 2021“.
Collabori come ci hai raccontato con un country outlaw texano molto famoso, Creed Fisher. Com’è la vostra collaborazione? Come funziona il processo di composizione e registrazione dei brani?
Creed, quando arriva in studio con un pezzo nuovo, ha sempre le idee molto chiare, nel 99% dei casi la struttura del brano è pronta e rimane quella, mi lascia totalmente carta bianca per quello che riguarda gli arrangiamenti delle chitarre, spesso mi confronto anche con il produttore. Per “The Wild Ones”, uscito quest’anno, è stato diverso invece, aveva quattro testi pronti solo da sistemare e mi ha chiesto di arrangiare la struttura dei brani insieme, è stato divertente, è pur sempre il mio boss ma in questi anni di avventure in giro tra gli Stati Uniti e Canada siamo diventati molto amici. Comunque la decisione finale ovviamente è sempre la sua perché poi sul palco sarà lui a dover cantare quello che ho registrato io. Una cosa su cui non transige è che i pezzi live devono essere suonati esattamente come il disco, a parte qualche medley che decidiamo prima di ogni tour“.
Come hai vissuto questa emergenza mondiale? Immagino che il lockdown abbia impattato fortemente il music business texano che è fortemente basato sulla musica live e indipendente.
Sì assolutamente. Non solo in Texas, pensa anche città come Memphis, Nashville, New Orleans, dove tutto gira intorno alla musica live, è stato un disastro. Ero in tour in Florida quando è iniziato il lockdown, sono dovuto tornare in Texas e mi sono ritrovato in una città fantasma, è stato surreale. Personalmente sono stato fortunato a lavorare per School Of Rock. Sono un team incredibile, in due giorni, dopo l’inizio del lockdown già avevano fatto un contratto con Zoom (il programma per videoconferenze) e sfornato un’app specifica con tutti i metodi e libri che utilizziamo nella scuola caricati in rete, per non far perdere nemmeno una lezione a tutti i quarantamila studenti che abbiamo sparsi in tutte le sedi del mondo. Praticamente con tutti gli studenti costretti a casa e con un servizio di lezioni online perfetto sotto ogni aspetto sono arrivati nuovi iscritti e le mie ore di lezioni sono aumentate durante questo periodo. Ho anche registrato molte parti di chitarra da casa, per progetti di terzi. Diciamo che per me è stato divertente e molto produttivo questo lockdown, niente riposo forzato ma tanto lavoro, per le ferie ci sarà tempo ma l’impatto per chi non aveva attività alternative, soprattutto all’inizio è stato durissimo“.
Preferisci insegnare a giovani talenti o suonare nei dischi di altri artisti?
Guarda amo tantissimo fare entrambe le cose, sono sensazioni e lavori diversi. Posso dirti che vedere i ragazzi di School Of Rock sul palco, magari anche per la prima volta, dopo aver lavorato tanto durante le lezioni e in sala prove mi emoziona moltissimo“.
Progetti futuri da studio o live? Hai mai pensato ad un tuo disco solista?
Per i live come puoi immaginare è ancora tutto molto incerto, ad agosto dovrei essere in Missouri e Illinois, staremo a vedere come evolverà la situazione legata al covid. In studio, come ti dicevo, sarò a Nashville verso fine luglio con Blake e poi ovviamente dovrei anche iniziare a lavorare ai pezzi per Creed per il nuovo disco, credo che registreremo tra San Antonio e Dallas. Per il disco solista, certo che ci penso e appena ci penso mi rendo conto che non ho tempo per pensarci! Scherzi a parte, ho una mia band qui ad Austin che si chiama Red On Yellow, è un progetto di rock-blues alternativo, dove quasi tutti i brani sono scritti da me. In pratica molte delle mie idee sono finite in questa band, siamo attivi da due anni e le cose stanno andando benissimo, abbiamo suonato nei festival blues più importanti del Mississippi e ad ottobre, se sarà confermato, suoneremo al Mighty Roots Music Festival di Stovall, che è il paese natale di Muddy Waters. Non vedo l’ora, è un mio sogno da sempre suonare in quel festival“.
Quali sono stati gli artisti fondamentali per te, quelli che ti hanno spinto a questa professione?
Potrei farti molti nomi, ma non sono mai stato un fan devoto di nessuno. Mi piace tutto quello che mi emoziona, grandi nomi ma anche musicisti di piccoli bar, entrambi sono stati fondamentali per me e in qualche modo mi hanno ispirato, mi hanno fatto venire voglia di suonare, di esprimermi e migliorarmi“.
Ti manca vivere lontano dal tuo paese? Cosa ti manca di più?
Certo che mi manca, mi manca tantissimo. Mi mancano gli amici, la mia famiglia e quel senso di leggerezza che provo solo quando metto piede in Italia, anche perché adesso quando ci torno so di essere in vacanza“.
Ringraziamo Emanuele per la bellissima e lunga chiacchierata con un artista che sventola la bandiera italiana con orgoglio nel paese dove la musica è religione. Una chitarra italiana in Texas a cui auguriamo con tutto il cuore tanta fortuna per i prossimi progetti e che speriamo magari un giorno di incontrare in tour nel nostro paese, oppure come gli ho promesso, in un viaggio texano, magari in uno dei tanti live club che ad Austin sono più numerosi dei negozi di alimentari. Se volete conoscere meglio la sua chitarra ascoltatevi l’ultimo disco di Creed FisherThe Wild Ones” e immaginatevi un ragazzo italiano che ha realizzato i suoi sogni, suonando negli stessi locali e studi dei più grandi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: