“Un povero Amore” – di Ginevra Ianni

Stava lì ogni giorno alla stessa ora. In ogni quartiere delle grandi città si creano, dopo un po’ di tempo, dei microcosmi, dei piccoli paesi in cui si impara a conoscersi gli uni con gli altri, a sapere gli orari e i posti in cui incontrare sempre visi familiari, foss’anche solo di vista. C’è la mamma che trascina per mano i bambini a scuola caracollando sotto il peso di zaini pesanti, attraversa la piazza di gran fretta per impedire ai suoi pargoli di fermarsi incantati davanti l’edicola. Il mattino si riempie delle loro voci. C’è l’impiegato della farmacia che fuma l’ultima sigaretta sulla soglia del negozio prima di abbassare la saracinesca. Appoggiato allo stipite della porta inspira ed espira piano il fumo, baciato dal tramonto. Ci sono le ragazze del grande magazzino che a ora di pranzo affollano il bar per il caffè prima di rientrare al lavoro, un allegro frinire di cicale in mezzo al traffico dell’ora di punta. E poi c’è lui, il barbone del quartiere. Grosso, barbuto, ingolfato da un numero imprecisato di maglie e giacche, pantaloni sformati e lisi, grosse scarpe aperte in punta come linguacce. Non dà fastidio a nessuno, attraversa il quartiere e la vita dei suoi abitanti in silenzio, talora tirando un vecchio carrello del supermercato pieno di tutti i suoi averi, un mucchio voluminoso di niente. Lo si vede passare spesso, su tutte le vie e piazze, le persone lo salutano come un conoscente o un vicino con cui ci si rispetta senza darsi confidenza e lui alza la mano con un rapido cenno. E’educato, nessuno sa chi è e dove vada nel suo instancabile girovagare o forse nessuno se lo chiede. Ma ogni giorno, alla stessa ora, lui si porta all’incrocio di due grandi viali che corrono in direzioni opposte, arterie di grande traffico e si pianta lì per almeno due ore. Immobile, senza chiedere elemosina, senza sedere. Fisso, guarda intorno a se e poi se ne va, inghiottito nel suo universo parallelo. Sotto il solleone, schiaffeggiato dal vento d’autunno o sotto la neve, a quell’ora lui sta sempre li. Fermo. La finestra del mio ufficio si affaccia proprio su quell’incrocio e da tempo ho notato la presenza di quell’uomo che ogni giorno si pianta lì dalle dieci alle dodici del mattino e poi scompare. La sua puntuale presenza ha finito per diventare un appuntamento fisso, alcune volte mi prefiggo dei compiti da svolgere prima che arrivi o da finire prima che sia andato via. Il mio orologio lavorativo inconsapevole. Questa mattina nevica. Ma non è neve leggera che si posa gentile imbiancando il paesaggio, un vento fortissimo sposta i fiocchi in masse gelate che turbinano sopra le cose e poi li accumula da una parte o dall’altra, l’aria è ghiacciata e i pochi passanti camminano rapidi e chini sferzati da vento e gelo. Ore dieci. Arriva lui e si ferma sempre lì all’incrocio. In mezzo a quello sconquasso è l’unica cosa immobile: vento, neve, auto, passanti, tutti scorrono trascinati dal vento di tempesta e gelo ma lui no. Le folate lo colpiscono, sollevano i lembi della giacca e persino la barba. Non è la giornata giusta per fermarsi due ore lì, ma lui non lo sa o non gli importa. Lo guardo attraverso i vetri con le gambe appoggiate ai termosifoni caldi: dieci minuti al massimo poi se ne andrà, penso, non può resistere a lungo e con questo pensiero mi allontano dalla visuale. Mezz’ora dopo è ancora lì. Un’ora dopo è metà imbiancato dalla neve che il vento gli sputa addosso. Altri quindici minuti, la via è deserta, imbiancata e lui sta lì. Non resisto e imbaccuccato come un pupazzo scendo in strada anche io, attraverso la via e lo raggiungo. Lui mi vede ma non fa cenno di allontanarsi per evitarmi, aspetta. ”Cosa fa qui con questo freddo? Si gela oggi e prenderà un malanno se non si mette al riparo!”. Mi fissa e tace, non so se mi ha capito. Per la prima volta mi chiedo con sorpresa che non so nemmeno se sia italiano o no, chissà da dove arriva. Ci riprovo “comprende la mia lingua? Deve andar via in un posto caldo o si ammalerà. Non ha qualcuno che può aiutarla, dei parenti, una moglie?” Lui sembra finalmente avermi capito perché volge lo sguardo lungo il marciapiede e con la mano livida di freddo mi indica qualcosa. Una sagoma curva sotto la bufera, piccola, sembra un bambino o una donna bassa, tutta intabarrata in una sciarpona marrone si avvicina, ci sorpassa ignorandoci e scompare dentro un portone di un palazzo vicino. Lui l’ha seguita con lo sguardo in tutto il suo percorso finché non è svanita, poi si gira verso di me e mi fissa prima di parlare. “Lei è mia moglie”. Lo guardo allibito e gelato, non sento già più piedi e mani e penso che tutto quel freddo mi abbia confuso. “la vidi in una sera d’estate passarmi davanti proprio su questa via, era bellissima, perfetta, leggera e incantevole come una nuvola ma impossibile per me anche solo parlarle. Ne fui colpito, malgrado tutto lo sapevo che lei era la donna che la sorte mi aveva dato in dono. Lei era mia. Dovevo averla in un modo o nell’altro e cosi nella mia mente l’ho corteggiata e poi sposata in primavera. La vestii dell’abito da sposa più bello e le donai una ghirlanda di mughetti per i suoi capelli. Lei è la mia sposa, lei si prende cura di me ogni giorno nella casa che nella mia testa ho costruito per noi. La osservo da allora, da anni, ogni giorno in questo stesso posto e lei viene sempre da me. Sempre. Io la aspetto qui, al nostro incontro d’amore quotidiano e ogni volta lei mi raggiunge e mi sfiora. Conosco ogni nota del suo profumo. L’ho vista cambiare nei lineamenti, nelle forme, nei vestiti e dal suo incedere per via capisco se è contenta o è stanca, dal suo sguardo intuisco se ha pensieri che la preoccupano o se quel giorno è contenta. Ma credo sia naturale: Non può che essere così dopo tanti anni di matrimonio”. Smette di parlare, mi gira la testa in mezzo ai turbini di ghiaccio. Penso mi si sia gelato anche il cervello e che ho immaginato tutto, lui, la sua voce, quella storia assurda. Le due ore sono trascorse, lui si gira e si allontana un po’affannato senza neanche un cenno di saluto. Io resto lì imbambolato all’incrocio, sferzato dal vento, immobile. Sembro lui ora, mi sento improvvisamente povero dopo tutto questa esplosione di sentimento, un mendicante, ma senza l’amore della mia vita.

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