Un insegnante di 2500 anni fa: Colloquio con Marco Presutti sulla scuola italiana – di Benito Mascitti

Maggio 2010 – Ciao Marco. Vediamo di presentarti adeguatamente ai lettori: nasci a L’Aquila e vivi prevalentemente a Pescara. Ti sei laureato in lettere classiche sotto Massimo Vetta e con lui hai conosciuto i “segreti” della commedia greca, l’archaia. Dopo una pausa per il servizio civile presso una mensa per persone bisognose, ottieni il titolo di Dottore di Ricerca, occupandoti dello scontro politico e delle sue testimonianze teatrali nell’Atene della seconda metà del quinto secolo. Insegni Lettere presso il Liceo Ginnasio “Saffo” di Roseto degli Abruzzi. Dal 2003 al 2007 sei stato Portavoce del Sindaco di Pescara… ma questa poi è politica e dovrai essere tu a parlarne se vorrai.
Allora veniamo a noi… parliamo di questa “martoriata” Scuola Italiana. Tu sei un insegnante e se non ci sbagliamo potresti essere annoverato, nella tua categoria, alla voce “Prof. John Keating… ovvero “cogli l’attimo”. Come vive questa Scuola un insegnante guidato dalla passione, cosa pensi delle nuove teorie sull’insegnamento moderno e dello scontro in atto tra queste e altri modelli, come quello paideutico degli ateniesi di 2500 anni fa?
“John Keating è uno scoglio insidioso per la navicella barcollante di un povero docente. L’invito a scoprire e a gustare tra le pieghe del sapere è il centro della nostra missione di vita, ma d’altra parte bisogna evitare il rischio di porsi come idolo per i propri allievi. Oggi questo è un rischio limitato, anche perché non di frequente si accende la simpatia tra i due lati della cattedra, ma comunque pericoloso. Non è il carisma personale che deve conquistare cuore e mente dell’alunno, ma la charis, ovvero il piacere, la bellezza, che risplende nell’atto di conoscere. Con questo ti dico che nel frequentare da docente la Scuola avverto gioia e repulsione, entusiasmo e sconforto. Non per schizofrenia. Per il contrasto sempre più lacerante tra il mestiere di insegnare come mi sforzo di viverlo e di rinnovarlo e il modello del formatore burocratico su cui si fonda l’organizzazione scolastica italiana. Su questo piano è impossibile il confronto con il modello paideutico greco, poiché quello era fondato sulla libertà ed aveva come riferimento la realtà. Questo è fondato sulla norma amministrativa e ha come riferimento solo se stesso. Un riferimento deprimente a giudicare da quello che produce sul piano della formazione delle nuove generazioni.”
“Martoriata” quindi… La Scuola appare a molti un’istituzione senza la necessaria autorevolezza, una cosa molto diversa da quella di un tempo. S’avverte una deriva fatta di lassismo, burocrazia e impotenza. Al di là dei tecnicismi di gestione, che tutti i ministri sperimentano per mandare avanti la baracca, la Scuola Italiana sembra ormai lontanissima dall’impostazione che Giovanni Gentile confezionò in tempi ormai remoti e che oggi si riconsidera anche in chiave Gramsciana… «Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza (…) La partecipazione di più larghe masse alla scuola media porta con sé la tendenza a rallentare la disciplina dello studio, a domandare facilitazioni, occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato – Antonio Gramsci ».
Al di là degli oggettivi limiti della Scuola, appare evidente che studenti, genitori, insegnanti e dirigenti sono condizionati fortemente dalla pratica di vita “esterna” all’istituzione scolastica; la rete ormai detta modalità, comportamenti, tendenze di pratica sociale e soprattutto allontana dalla letteratura, dalla poesia, dal leggere e scrivere su carta come chiave d’accesso all’evoluzione dell’essere umano. Non sarà che, al di là dei metodi, la Scuola risente soprattutto del progressivo degrado di questa società ormai virtuale?
“A me non pare che ci siano stati mai tempi favorevoli per la letteratura come pratica diffusa in società. Certo oggi vi è una difficoltà in più. La conoscenza si forma più attraverso le immagini in movimento e i suoni che mediante la lettura silenziosa e solitaria di pagine scritte. Le immagini scorrono veloci, mentre le parole scritte esigono di essere assimilate con lentezza, dandosi il tempo di fermarsi e qualche volta di tornare indietro, quando non si riesce a capire quello che si legge. I nostri ragazzi fanno fatica a concedersi questo tempo per comprendere quello che sfugge tra le righe. Questo non vuol dire però che si debba assecondare questa difficoltà, eliminando la complicazione, la profondità, la pluralità di significati e di risposte che un testo può sollevare. Al contrario. La Scuola ha il compito di mettere in guardia contro l’inganno dell’immediatezza e della semplificazione, per coltivare intelligenze capaci di ragionare in modo critico. Il problema è che questo obiettivo si raggiunge con fatica, come osservava Gramsci nel passo che citi. Una fatica che si vorrebbe bandita dalla Scuola a danno degli stessi ragazzi e del loro futuro.”

Gramsci (1)

Infatti mi tocca combattere quotidiane battaglie con mia figlia… dice che Mark Twain è noioso e lei non lo capisce. Trova molto più comodo, nonostante una casa piena di libri, cercare risposte nel web. Allora, come è possibile imboccare l’uscita da questo labirinto; cosa possiamo fare noi genitori, per aiutare la Scuola e quale strada dovrebbe prendere questa istituzione per diventare moderna senza perdere il ruolo fondamentale che dovrebbe avere per un apprendimento virtuoso e non di facciata; come si fa a far comprendere a tutti che i tempi del sapere sono tutt’altro che immediati e che la rete è solo un effimero palliativo?
“Onestamente non penso di poter dare consigli ai genitori, anche perché il loro è un campo nel quale non ho nessuna esperienza. Penso, tuttavia, che la cosa più importante sia l’esempio. Spesso rimproveriamo i ragazzi di essere poveri di capacità di approfondimento, fluttuanti in indistinte variazioni sul tema affettivo/emotivo, incapaci di appassionarsi a questioni generali. A me pare che i ragazzi queste cose le abbiano imparate in famiglia, in serate consumate da padri e madri che sfiniscono il telecomando, in rotture improvvise e talvolta drammatiche che mandano in frantumi le certezze affettive, in comportamenti guidati da interessi personali o di gruppo. Quanti ragazzi hanno la fortuna di poter vedere i loro genitori che leggono e si divertono a continuare a imparare cose nuove per tutta la vita?
Quanti nascono in famiglie dove la cultura, i valori dello spirito e dell’uomo tengono il primo posto? Non lo dico per moralismo, né per strapparmi le vesti. Solo penso che quanto i ragazzi hanno visto lo hanno imparato. Certo, non è il caso di tua figlia, ma è il caso di molti suoi coetanei. La nuova generazione respira i miasmi della precedente, una generazione che ha avvelenato i pozzi senza scavarne di nuovi. Ora credo che si tratti di resistere e che la Scuola, malgrado tutto, offra una buona trincea per farlo. Nella Scuola è ancora possibile far scoccare delle scintille, malgrado quello che può percepire lo stesso docente.
Del resto non è importante la gratificazione personale di chi insegna, ma quello che il suo messaggio può operare in chi lo ascolta. Sui tempi lunghi del sapere io mi aiuto guardando le fotografie. Spesso torno a guardare le immagini di quando ero bambino e mi pare straordinario il cammino che ho compiuto. Ma non sono diventato un barbuto pachiderma di un metro e novantadue di statura risvegliandomi una bella mattina.
Ci ho messo almeno venti anni. Se siamo disponibili a dare tanto tempo al nostro fisico per crescere, perché dovremmo essere avari col nostro cervello? Senza lentezza, senza profondità non ho nessuna possibilità di sviluppare la mia testa e di essere quindi una persona più libera, più consapevole, più all’altezza di un mondo circostante sempre più complesso ed esigente.
Una cosa che mi turba in tutto questo è che stiamo crescendo i nostri ragazzi come se fossero dei vecchi. Come se fosse importante solo l’oggi e le sue gratificazioni immediate perché non si sa se ci sarà un domani. Ma un pensiero di questo genere può forse essere comprensibile a novanta anni. Non a sedici, quando la vita ti si apre davanti come un campo smisurato. Io penso proprio che ci voglia la Scuola, una Scuola che non abbia paura di trasmettere e di formare alla conoscenza, per alimentare la speranza nel futuro. In definitiva per essere giovani. Studenti e professori.”
Marco torna ai suoi registri, agli interminabili consigli di classe, ai viaggi quotidiani per raggiungere la sua Scuola… lo fa con una grande determinazione e con la semplicità di chi, al di là d’ogni possibile riforma dell’Istruzione e nonostante l’inadeguato compenso, è conscio che quel che più conta è quel filo invisibile che lo lega, indissolubilmente, a tutti i suoi ragazzi.

Letture consigliate: “Quaderni dal carcere” di Antonio Gramsci – Einaudi

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4 pensieri riguardo “Un insegnante di 2500 anni fa: Colloquio con Marco Presutti sulla scuola italiana – di Benito Mascitti

  • Marzo 27, 2015 in 1:00 pm
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    un ottimo articolo, un In-segnante come tutti dovrebbero essere, capaci di incidere nel cuore dei propri allievi la scintilla della bellezza della conoscenza e del dubbio… soprattutto apprezzo quel continuo richiamare l’esigenza della LENTEZZA, fondamentale per introdursi al sapere vero, così vicino alla parola sapore… come a dire che imparare a sapEre equivale a conoscere il sapOre della vita. Ingurgitare non serve, invece masticare lentamente, gustare, deglutire, assimilare, metabolizzare ci fa ricchi di sostanza e piacere. Grazie.

    Risposta
  • Marzo 27, 2015 in 11:59 pm
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    grazie a te Algaia….

    Risposta
  • Marzo 28, 2015 in 12:43 am
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    I fili che bisognerebbe rafforzare con e per i ragazzi…
    Un insegnante coerente con i contenuti di scritti tra i tanti…come quello sotto o quello riportato nell’articolo, può farlo.
    “Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi altre volte.
    Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e che non baratta per niente al mondo.” (…)
     
    da Lettere dal carcere, di A. Gramsci
    settembre 1927 –

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  • Marzo 28, 2015 in 4:05 am
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    L’inganno dell’immediatezza…
    ecco uno spunto sul quale far riflettere i giovani.
    Un inganno che si riflette poi nel quotidiano delle persone. Il web preso come traguardo e non come punto di partenza, ecco un comune errore da non sottovalutare. Per questo è necessaria una scuola adeguata, fatta di persone come Marco.

    Risposta

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