Un Funerale – di Ginevra Ianni

Nessuno dovrebbe avere il cattivo gusto di morire in un novembre così freddo e piovoso pensa G. con fastidio mentre scosta l’auto da dietro il carro funebre per parcheggiarla vicino la chiesa del cimitero.
Un funerale, uno qualunque, è già triste di per sé ma questo lo è ancora di più, concentra in se tutta la tristezza rassegnata di una morte: freddo, buio, silenzio, vuoto. Il cielo plumbeo lascia cadere grosse gocce d’acqua gelata sui pochi ombrelli scuri che seguono il feretro nella chiesa buia e gelida. Lì il sole non entra neanche d’estate. Le mura sono troppo spesse e piene di umida tristezza per intiepidirsi appena al solleone estivo, figuriamoci ora.
E’ l’ultima sosta obbligata prima dell’oblio. La tappa  più veloce per passare dalle esequie alla sepoltura: mentre il sacerdote benedice il morto i becchini a pochi metri di distanza hanno già scavato la fossa et voilà, il gioco è fatto. La gente si accosta freddolosa e cerca riparo e calore dalla vicinanza reciproca. Solo la cassa di legno sta gelida e sola in attesa dell’ultimo commiato. I pochi mazzi di fiori dai colori tenui spiccano come fiamme nella semioscurità della navata, inadeguati e intirizziti. Lui non sarebbe neanche voluto venire, è stata lei, Isabella, a desiderare andarvi. Lei, capelli lunghi e fluenti, voce roca, amore della sua vita. “Sai, era un’amica anche se non siamo mai state troppo vicine, comunque il suicidio di una giovane donna è sempre una cosa brutta, ci sarà gente, andiamo”.
Che cara, che animo nobile e sensibile; è  lei, è lei quella giusta, ora ne è certo. Sbatte la portiera e la stringe a se mentre la copre dalla pioggia ora mista a neve, quasi per condividere il suo dolore, per proteggerla e farle sentire il calore del suo corpo. Ancora, come ieri notte, come quella prima, quando lei offuscava sensi e mente colorando di passione le lenzuola. Un amore di donna, una creatura così non deve andare al funerale di una sconosciuta o quasi, una donna come lei deve ricevere calore, vino e rose, baci e protezione. Che cara, che altruismo… ora è sua. Dall’altare un prete svogliato ed infreddolito cerca di infondere rassegnazione e speranza nei pochi astanti poco coinvolti comunque, come lui stesso che ha saputo giusto prima della funzione che il defunto era una defunta.
Una donna. Suicida. Sola. Chissà perché lo ha fatto? Bah, il mondo è pieno di insoddisfatti, incapaci di saper gestire in un modo o nell’altro la propria esistenza che tracollano la propria vita come un peso insostenibile sulle spalle e che alla fine decidono di gettarla via da se quasi per averne riposo. 
Prima o poi tutti moriremo, perciò in fondo che importa quando.
Nell’intervallo tra le parole inascoltate si ode solo il vento che ha cominciato ad ululare più forte fuori, sollevando i nastri delle corone funebri in una danza colorata e macabra, spostando i fiocchi di neve a destra e sinistra sino ad insinuarli in zaffate furiose tra le colonne ghiacciate della chiesa. G. è distratto, impaziente, “sbrighiamoci qui si ghiaccia” sussurra all’orecchio della sua donna e nel far ciò una scia di profumo sale dalla pelle tenera del collo di lei alle sua narici. Il ricordo lo stordisce di nuovo, gli rammenta quando nella penombra lo stesso profumo si posava su di lui, sulle mani, sulla pelle, ovunque. Alla parola amen egli spinge con decisione Isabella verso l’uscita senza salutare nessuno, vuole metterla al riparo nel calduccio della vettura e poi farle bere qualcosa di caldo e fumante nel calore rumoroso di un locale gremito e profumato di caffè e di dolci al burro. Povero amore, sarà gelata. Volgono le spalle al feretro, al buio freddo della chiesa, a quella povera morta che resta lì da sola in attesa che venga coperta di terra nera, gelata, pesante di pioggia e neve, senza neanche avvertirne il peso schiacciante che la cancella dal mondo dei vivi. Senza più orecchie né occhi per vedere, senza più quel cuore pulsante e sanguinante, spezzato, infranto per sempre.
A causa di G., del suo amore tenero e segreto, che cercava timidi approcci in lui che la guardava, le sorrideva, e che aveva confessato solo a Isabella. Con frasi rapide, sussurrate appena, le aveva confidato, e a lei soltanto,  amica del cuore da sempre, il suo sentimento: “Sai sono innamorata di G. mi piace tanto ed anche lui sembra interessato. Non preoccuparti, lo conosco, ci penso io, gli parlo e provo a sondare”; e Tu, povera anima fragile le hai creduto, ringraziandola e  hai aspettato ansiosa che lei ti chiamasse il giorno dopo dicendoti ”vestiti di rosso, stasera lui ti parlerà d’amore.” Invece un inspiegabile silenzio è sceso su di te lungo ore poi giorni, infine una settimana. Isa non chiama. E tu maceri nel dubbio, tra sogni di felicità e ansia consumi giorni vuoti finché una domenica pomeriggio lei ti chiama imbarazzata. Non ti chiede di venire da te né di incontrarti al caffè come al solito, sembra non aver voglia di parlare ed invece del profluvio di chiacchiere dettagliatissime che in certi casi solo le amiche sanno usare, Isabella ora è laconica, usa poche parole, imbarazzare. Brevi. “Sai ho provato a parlargli ma è successo all’improvviso, mi ha accompagnato a casa, abbiamo chiacchierato a lungo e improvvisamente ci siamo sentiti vicini, mi ha baciata, mi ha confessato che le sono sempre piaciuta, insomma da quella sera stiamo insieme. Mi spiace ma te lo dovevo dire”. Clic. La linea si chiude e nel silenzio sospeso della chiamata interrotta si sente il suono cupo del cuore che si spacca in due, irrimediabilmente e per sempre. E adesso?  La voglia di urlare e piangere comincia a dimenarsi sbattendo contro le pareti chiuse del suo corpo senza trovare uscita. Fa male, fa male dappertutto adesso, non c’è più cielo e terra, sopra e sotto, è tutto buio e caos. Non si può vivere con tutto quel dolore dentro, non ce la si fa. Non si può vivere con un macigno che blocca il respiro. Non si può neanche pensare ad andare avanti con tutta quella sofferenza dentro che accartoccia  l’anima e l’annienta. In qualche modo le onde scure di quella pena debbono uscire e trovare sfogo, dilagare avvelenando tutto ciò che travolgono e lasciare dietro di se solo silenzio e buio…
e una bara sola in una chiesa ghiacciata. Ma tutto questo G. non lo sa. Amen.

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