Un Blues contro la barbarie – di Maurizio Celloni

Tutti noi siamo testimoni del tempo cupo in cui ci troviamo immersi, delle epocali trasformazioni del nostro mondo, a partire dall’impronta ecologica fortemente compromessa, dalla povertà di grandi masse del terzo e quarto mondo e, da ultimo, da un minuscolo virus sconosciuto prima del suo manifestarsi recente. Osserviamo, da una parte la pressione dei disperati alle frontiere della ricca Europa, opulenta anche grazie allo sfruttamento dei loro territori e dall’altra, da una sempre più pressante necessità di rispetto delle regole igieniche di contrasto della diffusione del corona virus covid 19. Dobbiamo, in questo periodo, la cui durata è ancora tutta da definire, evitare i contatti ravvicinati, le effusioni affettuose, gli spazi affollati. Sono entrate nel gergo quotidiano parole come pandemia, cluster, droplet, isolamento, quarantena. Le nostre abitudini devono cambiare, le città si svuotano, il lavoro è “da remoto”, per chi se lo può permettere, asili, scuole e università sono chiusi: capirai, solo la didattica, ma senza le curiosità, le domande, le ansie da esami o interrogazioni e le corse per arrivare in orario alle lezioni, l’anima viva delle istituzioni scolastiche è altrove.
Gli spettacoli sono sospesi e i campionati sportivi pure o giocati a “porte chiuse” con stadi e palazzetti dello sport malinconicamente vuoti. La buona musica, in particolare il blues, ha la sua ragion d’essere nella denuncia delle distorsioni del mondo e nel riscatto degli umili attraverso l’elaborazione dei dolori, dei lutti e delle ingiustizie. Molti musicisti, con buona ragione, lamentano il forzato riposo, senza alcun ammortizzatore sociale o ferie pagate, dovuto proprio alla cancellazione di tutte le date programmate. Nel nostro Paese, fortunatamente, abbiamo moltissimi bravi musicisti ma un movimento musicale alquanto asfittico, soprattutto per il blues, sempre un po’ sottotraccia e quasi mai preso in considerazione dai network radiofonici. Molte sono le associazioni, sparse dal nord al sud della nostra penisola, che lavorano alla promozione della cultura e della musica dell’anima (o del diavolo). Ebbene, non rimaniamo fermi ognuno nei “suoi guai”, rilanciamo la sfida. Facciamo un appello a tutto il mondo del blues, che per sua natura è sensibile alle tematiche degli ultimi, delle storie di frontiera, delle anime disperate in cerca di riscatto, affinché generosamente si arrivi a produrre un disco, a cui i nostri cari blues women e bluesmen contribuiscano con la loro partecipazione. I proventi vadano a finanziare le associazioni No Profit che si occupano dei profughi. La frontiera greco-ottomana è un campo di battaglia in cui si fronteggiano il disprezzo, l’egoismo e la ferocia con l’umanità dolente che scappa da guerra, massacri e fame. Proprio lì deve stare il blues, dove può svolgere il suo ruolo di denuncia e salvazione. Sarebbe una bella e nobile occasione per far emergere dal magma di mille suoni in cui siamo immersi la musica che sta alla base di tutto ciò che è stato suonato dal 1900 ai nostri giorni. Uniamo per una giusta causa i nostri respiri e suoniamo e cantiamo per gli ultimi, fonti di tante nostre ispirazioni. La schiavitù, il nostro Mississippi si trova nel Mediterraneo, nei campi di pomodoro, alle frontiere dell’Europa Orientale o nel freddo dei giacigli di cartone sotto i portici delle nostre città“It’s a good day, my friends, go away Humanity”.

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