Un biscotto… – di Floriana Tosca

Mangio un biscotto. Solo un altro. Il vuoto che mi divora dentro mi scava, non si sazia più e allora lo zucchero di un biscottino spero mi concederà il sollievo dalla pena che mi azzanna il cuore almeno per il primo o secondo morso. Tanto poi torna, lo so, ma intanto avrò un paio di secondi di sollievo…però cosi ingrasso. Non faccio altro che mangiare, masticare è un modo di annullare il dolore, di eliminarlo fisicamente tenendo impegnato il corpo a fare altro, ingannandolo. Non faccio altro che coprirmi sotto una montagna di maglioni. Ho sempre freddo e cerco invano di trovare calore fuori per un gelo che viene dall’anima. Mi trascino da un ambiente all’altro senza la precisa percezione di me stessa e dello spazio che attraverso. Il tempo sembra eterno, sospeso e lo spazio immenso, mentre io adesso ho bisogno di contrarmi, di chiudermi in un bozzolo stretto e buio a leccarmi le ferite. Fa male l’abbandono, fa tanto male. Ti colpisce mentre sei ancora aperto al mondo ed ai suoi colori violenti. Ti prende con un colpo allo stomaco e ti strappa a morsi feroci il cuore dal petto; e tu resti sorpreso e stupito a lasciarti dilaniare da questa esplosione inattesa di dolore. Talmente forte da non essere capace di realizzarlo subito. A braccia spalancate, senza fiato, lasci che tutto accada senza neanche capire bene cosa stia succedendo sperando sia solo un brutto sogno; ma purtroppo  non lo è, non è un incubo da cui svegliarsi con il sollievo che non sia vero, reale; tutto accade senza che tu possa fare un gesto minimo per evitarlo e poi, dopo questa apnea improvvisa, torni a respirare e arriva il dolore. Ti sommerge come un onda improvvisa e si resta così, senz’aria nei polmoni sperando che passi al più presto per tornare a prendere fiato. Una, due, tre volte, ma non passa. Ti stringe, ti attanaglia cuore e visceri in una morsa insensata ed eterna che non allenta mai e, da quel momento, comincia il male di vivere. Si sta male in piedi, seduti, distesi, si gira a vuoto in attesa di qualcosa, di qualcuno, del miracolo di un ripensamento, di un “scusa ho sbagliato, non so cosa diavolo mi è preso”. Quello si che sarebbe perfetto, le parole si farebbero medicina ed il mondo ricomincerebbe a girare nel verso giusto. Ma non succede. Mai. Allora cominciano a passare i giorni trascinando una vita che diventa improvvisamente un peso in un mondo spento, senza colori. Il bene non appartiene più a chi soffre. E’ degli altri. Il baratro che si è spalancato dentro comincia a reclamare di essere riempito. Con qualunque cosa… e tu cominci disperato a buttarci dentro ogni cosa nella speranza che tutto cessi, che questo buco nero che ha preso il posto del tuo cuore si chiuda e la tua vita ricominci. Accade però una cosa strana, uno sviluppo imprevisto: in quei momenti in cui si è cosi fragili e vulnerabili impari che più forte è il riempitivo, la soluzione che si pensa possa lenire almeno un po’ questa pena, maggiore è il vuoto che si sente dopo. Niente più alcol, niente più sigarette, niente braccia altrui che ingannano e lasciano solo una solitudine immensa, più fredda e più grande, perché quell’abbraccio ha solo fatto capire quanto era grande e bello e prezioso ed insostituibile ciò che si è perso. Una pena così forte, così fisica (anzi totale) che stritola corpo e mente, non può durare in eterno; il corpo non ce la può fare a sopportarla per lungo tempo, ne morirebbe… e allora potrebbero accadere due cose: o si avvizzisce aggrappati ad una pena che è tremenda ma che pur sempre è la prova dell’amore perduto, della sua dolcezza, dei suoi baci, perché non è possibile lasciarlo andare: sarebbe come non averlo vissuto; almeno il dolore costituisce la prova che esso è esistito. O i biscotti. Si continua ad alimentare il mostro che divora il cuore con tutto il cibo possibile ma tutto il cibo possibile non sazierà mai, non riempirà mai il vuoto dell’anima perché non sarà mai quello giusto. Però per un millesimo di secondo almeno placa la sofferenza, illude come una droga che tutta questo dolore passerà, anche se immaginarlo adesso sembra follia impensabile… e allora biscotti. Come non ci fosse un domani che comunque verrà… ma davanti la mia stanza troverà cumuli di scatole di biscotti al cioccolato. Vuoti.

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