“Un altro piccolo pezzo del mio cuore” – di Isabella Dilavello

È un graffio. Sento la voce che esce come per cantare, per seguire la musica ed è un graffio, unghie sul vetro, sulla lastra della lavagna. E mi piace. Sì, mi piace perché è questo quello che voglio: graffiare mio padre, far sanguinare mia madre, rovesciare questa strada dove riposa la mia casa. Un deserto e un deserto è sabbia e la sabbia graffia se la strofini sulla pelle, se la lanci negli occhi. Graffia come la mia voce quando provo a cantare. E potrebbe essere più di così: insopportabile oppure che non puoi dimenticare. Graffia la mia voce e quando canto non penso, chiudo gli occhi e sento.  Sepolta viva nel blues… meglio che in questo deserto. Sepolta viva nel blues… è la mia scelta. È arrivata l’estate un’altra volta. È arrivata e sembra sia facile vivere, saltare i fossi, morire. È arrivata un’altra volta l’estate, il cotone è alto. Mio padre è contento e mia madre… Mia madre è fuori. Non devo piangere. No, non devo piangere. Ho solo un’altra estate poi vado via, sono già andata via. Fuggita. Infiniti luoghi nello stesso istante e sembra ancora estate, un’estate che non torna perché non è mai andata via. La Stanza vuota e le tue sostanze, il rimescolio, la leggerezza, l’inconsistenza, possono essere un viaggio continuo. Chiusa in questa stanza cerco un varco, un’uscita. È nel mio corpo, nel mio braccio, nelle mie vene. La sua punta affilata, purificata dalle fiamme, non è sottile come tutti pensano, fa paura come questo silenzio della mia voce, come questa stanza. E non c’è nessuno da amare, non c’è niente. È latte materno che scivola, punge, sventra, spalanca, ferisce… Ma è per riempire, è per godere. È il biglietto per uscire dalla stanza, per uscire dal paese, sconfinare, chiudere gli occhi e sentire finalmente il mio sangue che si mescola con il latte….sono mia madre ora? So che non hai più lacrime da condividere. Quindi andiamo, io so come farti passare la tristezza, arrivare a un passo dalla felicità, solo a un passo. Se mi dici ancora che sono bellissima, ti regalo un viaggio che parte dalle vene, attraversa il corpo. Dimenticherai il corpo come lo conoscevi. Dimenticherai. Arriverai a solo un passo, non proprio una vita normale. Non ti distrarre. Il suono è così forte da schiacciarmi, ma non vorrei essere da nessun’altra parte, andiamo, andiamo…io so come farti passare la tristezza e lasciare una perla. Ancora una. L’ultima.  Per questo sono qui, sepolta viva dal blues. La tristezza che sotterra e poi ti innalza, ti ama. Ho sentito il corpo Preso, Posseduto, Invaso teneramente… e accade ogni volta che sul palco non c’è più distanza. Appartengo / Amo / Sono amata / Presa / Posseduta / Invasa teneramente. Poi il buio e la mia voce non è più abbastanza, è solo uno stato d’ansia, di una costanza più solida di qualunque posto in cui ho dormito, più solida del muro che mi separa: da un lato lame vulnerabili e di là piume, un estremo, il margine. Movimenti bruschi staccano spine, tolgono la corrente la polvere il sudore. Poche parole, sempre le stesse. Il liquido caldo in gola e con il liquido che brucia le vene, trovo la via per un’altra casa di passaggio, un albergo, un motel… trovo la connessione con una abitudine. E non c’è più nessuno. Non c’è mai nessuno se quello che siamo destinati a essere non è destino… non c’è mai nessuno quando rinunci a qualsiasi cosa per i suoni, per i graffi. Ho fatto l’amore con mille persone in una notte, ma qui sono sola. Ho fatto l’amore infilando la voce in ogni testa, ma qui sono sola. Mi hanno fatto d’amore ad ogni nota, ma qui sono sola. Una landa desolata è questa stanza. Il deserto di casa mia lo porto ovunque. Ora sei arrivato tu e ora che sei arrivato, ora che stai prendendo a piccoli pezzi ogni parte di me e me le restituisci infinite, ora ci sarà acqua a sufficienza. Si bagnerà anche il deserto… avanti, avanti ti voglio. Prendi un altro pezzo del mio cuore. Un ultimo viaggio, un ultimo assaggio di veleno per brindare al tuo arrivo. Perdermi un’ultima volta ché tanto mi ritroverai tu, verrai a prendermi dovessi allontanarmi troppo. Vero?  Un’ultima volta poi sarà finita e le vene saranno abitate solo da sangue. Fluido – rosso – fuoco – denso e oscuro. E sarò bella lo stesso. Canterò lo stesso. Ci saranno graffi, roche immagini, roghi, incendi. È notte. È ottobre. È un motel ancora una volta. Le vene esplodono, non penso. Chiudo gli occhi e sento. Un Southern confort per favore…chiudo gli occhi, smetto i gesti. Le mani sono ferme, non tremo più. Le mani sussurrano profonde e torride richieste d’amore o maledizioni e sono qui… il corpo balla ma sta andando in pezzi. Riesco a vederlo, ma non lo posso evitare, non posso rimetterlo insieme. Mi frantumo. Mi strazio. È notte. È ottobre. È la stanza di un motel, ancora. Questo ti dico… Non vendere te stesso. Tu sei tutto ciò che hai. Io no.

(da un monologo per Janis Joplin di Isabella Dilavello ©tutti i diritti riservati)
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