Un Altro Marocco – di Lucia Valori

Balak balak, attenzione attenzione, è il grido degli “hammal” che trasportano le merci sugli asini all’interno della medina di Fes, che mi accoglie in un pomeriggio di quasi primavera.

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Torno a Fes el Bali, la città vecchia, la medina più intricata e affascinante che esista, dopo qualche anno e stavolta come prima tappa di un viaggio speciale pensato proprio per l’Associazione culturale che rappresento, “MeD-mari e deserti”, da Faysal, il mio espertissimo amico guida e accompagnatore ufficiale del Ministero del Turismo marocchino, che porterà me e altri due partecipanti alla scoperta del Marocco del nord, dove più evidenti sono le influenze moresche e andaluse. Attraverso la Porta Blu (Bab Boujloud) e subito vengo inondata da colori, profumi e suoni a me familiari di cui sentivo una bruciante nostalgia, il tutto reso ancora più intenso da quella luce che solo in Marocco si può sperimentare. Nella medina di Fes anche gli abitanti si perdono tra i vicoli, e con difficoltà si districano nel dedalo di viuzze dove arti e mestieri riproducono delle scene fuori dal tempo. Seguo, quindi, Faysal che con destrezza ci conduce alla Medersa Bou Inania, la scuola coranica riccamente e finemente decorata. Fes è la città colta del Marocco, fondata da Moulay Idriss, discendente del profeta, sepolto in un maestoso mausoleo proprio nel cuore della città vecchia, dove si trova anche  una delle università più antiche al mondo: Al Qarawiyyin.

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Una sosta alle concerie è d’obbligo: ogni volta mi lascio affascinare dai colori nelle tinozze a cielo aperto e dal lavoro manuale di esperti artigiani delle pelli. Così come mi cattura sempre la famosa fabbrica della rinomata porcellana blu, dove si possono ammirare creazioni in ceramica di rara raffinatezza che arredano i patii e le pareti di tutte le case nella medina.

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Non lascerei mai Fes, tanto amo scoprire angoli della medina,  girovagare nella Fes Nouvelle, la città moderna di stampo francese e gustare la sua arte culinaria che si esprime in piatti prelibati come la pastilla (una specie di piccola torta di pasta sfoglia ripiena di carne di pollo o piccione, uova, cannella e zucchero) o nella raffinata pasticceria a base di miele e mandorle. Ma Chefchaouen con la sua medina blu indaco mi attende e sarà per me una scoperta, non avendola visitata mai prima d’ora. Il paesaggio cambia notevolmente rispetto al sud perché ci avviciniamo alla catena montuosa del Rif, diversa dalle montagne dell’Atlante.

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Una macchia blu appare all’orizzonte abbarbicata su una montagna, a valle scorre un torrente con le cascate Ras al Ma e mi accorgo di essere finalmente nella cittadina più fotografata al mondo, che ha incantato e continua a incantare artisti di ogni dove. Faysal parcheggia all’ingresso della medina, dove ovviamente si accede solo a piedi, e ci accompagna nel reticolato di vicoli di tipico stampo andaluso, dove il blu prevale.
La popolazione di Chefchaouen, o Chaouen, è composta soprattutto da discendenti di esiliati musulmani e ebrei dell’Andalusia, oltre ai berberi del Rif, i Rifani. Cammino con il naso all’insù, combattuta dal desiderio di immortalare ogni angolo e nello stesso tempo di catturare con gli occhi tutte le sfumature cromatiche che mi circondano. Ogni ingresso, ogni facciata è indaco, anche il nostro riad ci avvolge in questa atmosfera fuori dal tempo, quasi irreale. La lingua spagnola qui è molto parlata, poiché questa cittadina faceva parte del protettorato spagnolo.

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L’indomani, riprendendo il viaggio verso la costa mediterranea, mi sento come se se stessi lasciando un set cinematografico per tornare alla realtà. Ma emozionarsi in Marocco è una costante. Infatti, dopo Chefchaouen, scopro la bianca medina di Tetouan, città arabo-berbera, popolata soprattutto dagli ebrei e dai musulmani in fuga dalla Spagna nel 1492 e poi divenuta capitale del protettorato spagnolo.
Le case bianche, in tipico stile da pueblo andaluso, arrampicate sulla collina Jebel Darsa, emergono in mezzo a una vegetazione mediterranea e con il contorno delle montagne del Rif all’orizzonte. E’ piacevolissimo perdersi nel souk, sbirciare nelle botteghe degli artigiani e ammirare le donne nel tipico costume del nord e il cappello di paglia a falde larghe con decorazioni in lana e pailletes che tanto ricorda quello latinoamericano. Faysal ci conduce con grande professionalità e ci fa gustare le prelibatezze locali che ci vengono offerte da donne dal sorriso accogliente: latte acido con semola (sikuk) e una ciambella che ricorda un po’ un dolce delle nostre nonne. Nella piazza Hassan II è d’obbligo gustare in un bar la famosa bevanda calda del nord, il tè americano, ossia tè con latte, zucchero, cannella e scorza di limone. Delizioso! I balconi, le piazze, le strade al di fuori della medina ricordano la tipica struttura urbana delle città spagnole, del resto qui siamo proprio vicini alla Spagna.

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Sento già profumo di Mediterraneo che, infatti, ci appare dopo poco nel tratto di costa  che vanta due località conosciutissime, Martil e Cabo Negro. Sostiamo nell’avveniristico porto Tanger-Med costruito nel 2004. E’ situato nello stretto di Gibilterra a soli 14 km dalla Spagna, in una posizione strategica per le rotte commerciali mondiali. Siamo ormai ad una ventina di km da Tangeri che attendo con emozione di visitare. Mi tornano alla mente le letture degli autori della Beat Generation, la cosiddetta “gioventù bruciata”, che erano stati attratti dal fascino internazionale di questa città.
Faysal ha studiato a Tangeri, quindi ci conduce con particolare familiarità rievocando episodi personali che mettono in luce i cambiamenti subiti da questa città nel corso degli anni. Il re Hassan II non amava il nord, che quindi era rimasto trascurato e fuori dalle rotte turistiche. Il nuovo re Mohammed VI, invece, sta contribuendo a rivalorizzare questa parte del Marocco. Grandi cantieri in atto, la città ha subito una trasformazione tesa a risanare vari quartieri. Oggi appare una città di grande attrazione, che conserva la sua atmosfera internazionale, in un mix culturale interessante anche per la sua vicinanza alla Spagna. E’ molto diversa da Fes o da Marrakech, a conferma della varietà e della ricchezza culturale e paesaggistica che il Marocco è in grado di offrire.
Mi addentro nel Petit Socco e noto come anche il souk abbia atmosfere
diverse rispetto alle città del sud: stessi prodotti di artigianato ma il profumo delle spezie è misto all’odore del mare.

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La Kasbah a picco sul Mediterraneo mi rapisce letteralmente, questo fascino arabo andaluso che si sposa con ambientazioni tipicamente marine mi cattura. Cerco di metabolizzare le emozioni che si accavallano gustando un tè alla menta nel famoso Caffè Hafa, dove anche Paul Bowles soleva sostare.
I tavolini maiolicati sono disposti a terrazza sul Mediterraneo. Vedo Gibilterra e Tarifa. Una profonda malinconia, una sorta di spleen o saudade, tipica delle terre di confine, mi assale.

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A pochi chilometri dalla città c’è Cap Spartel, dove il Mediterraneo incontra l’Atlantico. Un faro è lì a vegliare questo abbraccio che si materializza in una striscia più chiara avvistabile in acqua nelle giornate più limpide.
Le Grotte  d’Ercole lì vicino mi rievocano reminiscenze scolastiche, quando le famose Colonne d’Ercole costituivano il limite del mondo allora conosciuto.

Adesso che il mondo è stato tutto esplorato e l’uomo ha varcato ogni limite, quel luogo è capace comunque di evocare una strana, indescrivibile sensazione.

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Lasciata Tangeri già con la malinconia nel cuore e il Mediterraneo, ecco che la costa si fa più rocciosa, lambita da un Atlantico tempestoso. Ci fermiamo a Lixus, un sito archeologico romano grandioso e molto importante, anche se purtroppo meno noto rispetto a quello di Volubilis, vicino a Meknes. E’ Faysal che, grazie alla sua accurata preparazione, ci permette di conoscere questi luoghi davvero lontani dal turismo di massa. Il sito ha una posizione molto suggestiva, a pochi chilometri dall’Atlantico e all’imboccatura del fiume Loukkos.
Fondata dai Fenici è poi divenuta importante colonia romana della Mauritania Tingitana. Vago tra le rovine tra cui sono visibili la cinta muraria, l’anfiteatro e le terme.

Lixus JPG
Dopo un tuffo nella storia, ci fermiamo ad Asilah, la bianca medina sull’Oceano. Nota per un grandioso festival culturale che si tiene ogni anno in luglio, questo antico villaggio di pescatori mi sorprende. Cammino per le viuzze in cui le case bianche vengono ogni anno arricchite da graffiti e pitture da colori resi ancora più brillanti dal sole che li accarezza.

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Botteghe di artisti che lì trovano l’ispirazione si alternano a piccoli negozietti di artigianato. Faysal ci conduce al punto più alto della medina, da dove si gode una vista sull’Atlantico davvero incredibile. Difficile immortalare tanta bellezza anche perchè il vento soffia impetuoso, regalando alle onde sfumature che attraversano tutte le gradazioni dell’azzurro.

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Riprendiamo la strada verso Rabat
, cedendo, nel tragitto,  a qualche tentazione per il palato: le gustosissime olive e il pane fragrante appena sfornato, che in Marocco è particolarmente buono, tutto annaffiato da un tè alla menta rigenerante.

Il paesaggio cambia di nuovo. Abbandonate ormai da tempo le montagne, lasciamo anche l’Oceano per un po’, viaggiando in mezzo a una pianura molto coltivata, fino a raggiungere la capitale Rabat, città raffinata ed elegante.
Situata sull’Atlantico e divisa dalla città di Salè dal fiume Bouregreg, Rabat, a differenza di sei anni fa quando la visitai per la prima volta, mi accoglie con un cielo nuvoloso che dà all’Oceano un colore grigio e quasi minaccioso.
La sua medina con la caratteristica Kasbah Oudaya, con le sue viuzze contornate da case bianche e azzurre, sembra un’oasi fuori dal tempo che quasi contrasta con la città più moderna fuori dalle mura, sede della Monarchia e del Governo Marocchino.

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Mi addentro e nonostante non ci sia il sole a illuminare i colori e a esaltare il profumo di zagara nell’aria, riprovo le stesse sensazioni di allora. Esco da quella atmosfera ovattata per tornare a visitare il maestoso Mausoleo Mohammed V in tipico stile andaluso dove sono le tombe del re Mohammed V e del figlio Hassan II. Mohammed V, considerato il padre della moderna nazione, è ricordato particolarmente per aver protetto
un gran numero di Ebrei essendosi rifiutato di applicare le leggi antisemite del governo di Vichy.
Il Marocco è sempre stato un Paese molto tollerante e tutte le città, quindi anche Rabat, conservano un quartiere ebraico che si chiama Mellah.

Di fronte al Mausoleo si staglia la famosa Torre Hassan II, un antico minareto mai completato che rappresenta un po’ il simbolo della capitale.

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Faysal ci regala a sorpresa una chicca che pochi conoscono, la visita alla necropoli di Chella. E’ la fortuna di avere come amico una guida espertissima, che ci fa vivere proprio l’anima del suo Paese. Rimango affascinata da questo sito di grande estensione situato fuori le mura della città e che ha varie stratificazioni storiche, da originario sito fenicio, a insediamento romano a necropoli arabo musulmana.

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Le cicogne volano numerose sulla mia testa e si accovacciano sulle rovine sfiorando gli alberi di arancio in piena fioritura così come il gelsomino.
Tra storia e natura la mente e il cuore vanno all’unisono. Potrei rimanere lì per ore ma Faysal ci ricorda che dobbiamo arrivare a Meknes, altra città imperiale.

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Nel tragitto ci fermiamo a gustare la carne alla griglia in locali tipici dove si può acquistare la carne che si preferisce e, al momento, farla cuocere.
In attesa faccio incetta del pane che per me, qui in Marocco, è una tentazione irresistibile. Le polpette di carne, kefta, sono gustosissime!
A Meknes ci accoglie la monumentale Bab El Mansour, la storica porta di ingresso alla medina. E’ una città molto antica, considerata la Versailles del Marocco, che è stata anche capitale… per cui conserva tesori d’arte come il Mausoleo di Moulay Ismail e mura fortificate di grande bellezza. La piazza El Hedim si anima soprattutto al tramonto ricordando Jamaa El Fnaa di Marrakech.

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A pochi chilometri il sito archelogico di Volubilis, che, come la  medina di Meknes, è patrimonio dell’Unesco. Posizionata ai piedi dell’Atlante in una valle di ulivi, il sito è di epoca romana ed è molto ben conservato, in particolare i mosaici di decoro a bellissimi palazzi e l’arco trionfale commemorativo dell’imperatore Caracalla.

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Il viaggio termina qui, ma non il mio amore per il Marocco, che anzi si rinvigorisce perché, come accade in un rapporto amoroso, scopro sempre nuovi aspetti di questo poliedrico paese che mi affascinano e mi fanno innamorare sempre più. Tahar Ben Jelloun dice: “Il Marocco è un enigma da sedurre con garbo, non si lascia prendere di fronte, la sua luce è abbacinante, il suo spirito si irradia, fa smarrire il viaggiatore. E’ la mia passione, mi abita e ne sono felice.”
Posso dire che il Marocco abita anche me e ne sono felice!

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Un pensiero riguardo “Un Altro Marocco – di Lucia Valori

  • maggio 4, 2015 in 12:43 pm
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    Ho detto ai miei amici di essere stato in Marocco di recente con un’eccezionale preparatissima guida, ho imparato a memoria il testo di LUCIA,
    Ci hanno creduto…
    Al prossimo viaggio, Lucia.

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