Pink Floyd: “Ummagumma” (1969) – di Magar

“Formidabili quegli anni”…Il titolo di un celebre libro di Mario Capanna è l’incipit ideale per parlare di uno dei dischi storici del rock. Perché, diciamolo, “Ummagumma” (Harvest 1969) non solo ha fatto la storia… “Ummagumma” è la storia. L’anno nel quale è stato concepito e pubblicato, il 1969, è essenziale per comprenderlo appieno. Il 20 gennaio del 1968, presso Hasting, si tiene l’ultimo concerto dei Pink Floyd con Syd Barrett. Poco tempo dopo la band lo estromette, rendendosi conto che è impossibile ormai gestire il personaggio e il suo contorto mondo interiore. David Gilmour, che già faceva parte del gruppo in qualità di aiutante, prende il suo posto in pianta stabile. A questo punto, Gilmour, Roger Waters e Richard Wright reggono la band in modo del tutto paritetico, con il valido supporto di Nick Mason e pubblicano “More”, colonna sonora di un “film minore” di Barbet Schroeder, realizzato in soli otto giorni. Questo è un disco che non risente affatto della precarietà nella quale è stato creato, e che mostra i tentativi del gruppo di trovare una personale espressione musicale… poco tempo dopo, ecco “Ummagumma”… Continuando sulla strada da poco intrapresa, i musicisti sperimentano suoni di varia natura, in perfetto stile psichedelico, cercando tuttavia di staccarsi dal sound tipico di Barrett che li ha sempre contraddistinti. Il disco è una vera e propria svolta, con la band sospesa tra presente e futuro, alla ricerca di se stessa. Una fase di transizione che porterà alla creazione di un sound unico e stilisticamente perfetto che darà segno di sé nei successivi e strabilianti “Atom Heart Mother” (1970) e “Meddle” (1971). “Ummagumma” però è diverso, con una struttura del tutto particolare. Innanzi tutto è doppio, con un disco dal vivo, registrato il 27 aprile 1969 al Mothers Club di Birmingham e il 2 maggio al Manchester College of Commerce di Manchester; e uno in studio, composto da cinque brani, la cui peculiarità è di essere stati composti ciascuno da un singolo musicista. In realtà anche al primo disco vengono aggiunte alcune parti in studio, per lo più vocali, ma resta tuttavia un documento sonoro rigorosamente live
Il disco viene pubblicato dalla neonata Harvest, con la celeberrima etichetta gialla/verde senza logo EMI a sinistra, e verrà poi considerato dai più una delle massime espressioni di questa mitica Band. La storia ci narra che il titolo dell’album sia dovuto a una espressione slang usata per definire il rumore dell’amplesso, tuttavia si ritiene che possa anche riferirsi al verso di leggendarie creature acquatiche che popolavano le paludi nei pressi della città di Cambridge. La copertina viene realizzata dallo studio Hipgnosis e mostra un collage di fotografie che vogliono dare l’illusione di più realtà contemporanee, invitando allusivamente gli ascoltatori a cercare le diverse dimensioni musicali presenti nel disco. L’album si apre con uno dei capolavori di Syd Barrett, Astronomy Domine, la cui versione è resa più compatta e potente, venendo privata della carica psichedelica tipica del suo compositore. Il Farfisa di Wright mima musicalmente un’astronave che fluttua nell’immensità dello spazio, con Gilmour che si produce in un gioco chitarristico di grande intensità: uno dei capolavori assuluti della prima fase della band, reso in modo superlativo. La successiva Careful With That Axe Eugene è tutta giocata sulla armonizzazione di un unico accordo, atto a rappresentare uno stato di sonnambulismo, tragicamente interrotto da un urlo che lascia presupporre la tragedia. Waters sussurra il titolo come un ammonimento, poi le urla strazianti e la musica prendono il sopravvento in modo viscerale: è un altro brano epocale. Set The Controls For The Heart Of The Sun, è un brano monocorde in progressiva intensificazione che raggiunge il culmine parossistico e quindi lentamente regredisce. Il brano risulta quasi completamente strumentale, con Mason che crea un effetto tribale con i timpani e Wright che disegna figure arabeggianti e misticheA Saucerful Of Secrets, è la prima suite composta dal gruppo nella sua carriera e la sua esecuzione risulta qui ancora più dilatata. Dopo alcuni minuti il brano ha uno scarto improvviso, e Mason passa dall’utilizzo dei piatti a quello dei timpani, mentre Gilmour rumoreggia incessantemente e Wright utilizza sia il Farfisa che l’Hammond per creare un tappeto sonoro magistralmente intenso, che sfocia nella conclusiva e bellissima corale della band: una esecuzione da brividi e, probabilmente, la vetta dell’album. Il secondo disco venne registrato presso gli Abbey Road Studios di Londra a partire dal 1º agosto e fino alla fine di settembre del 1969. L’inizio è affidato a  Sysyphus di Wright, divisa in quattro parti: si tratta di un brano sostanzialmente estrapolato da una partitura classica per pianoforte, con una impostazione tipica che prevede introduzionedelirio, improvvisazione, suite e conclusione con il ritorno al tema iniziale. In seguito Waters si cimenta in due pezzi molto diversi tra loro: Grantchester Meadows e Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict. Il primo è uno splendido gioco acustico e psichedelico, mentre il secondo è una melodia costruita da versi d’animali, effetti psichedelici e dalla voce del compositore. Questo resta uno dei brani più sperimentali dell’album, e di tutta la produzione della band. Il nuovo arrivato, David Gilmour, propone un pezzo suddiviso in tre partiThe Narrow Way, con la prima parte acustica, e la seconda composta da una linea di basso che si ripete accompagnata da improvvisazioni psichedeliche di chitarra e tastiere. La parte finale è invece il cardine del disco, la svolta: Gilmour regala al gruppo il suono che sta cercando e che li caratterizzerà per il resto della loro carriera. A conclusione troviamo The Grand Vizier’s Garden Party è la composizione di Mason in cui le percussioni la fanno da padrone, contrappuntate da un flauto dolce che le racchiude come in uno scrigno. “Ummagumma” non fu accolto bene dalla critica. Gli stessi musicisti ne parlano spesso come si parla di un disastro… eppure, ancora oggi, a distanza di 50 anni, questo disco suona brillante, vivo e sperimentale come niente altro. Tra i solchi  di “Ummagumma” è possibile trovare gli echi della pazzia Barrettiana, e la ricerca di un suono diverso da tutto ciò che si ascoltava in quel periodo… quello che in assoluto lo contraddistingue è di sicuro la purezza: ogni singola nota è concepita per dare voce alle idee musicali dei musicisti. Il lato commerciale non è minimamente preso in considerazione e la qualità della band inizia a dare i frutti migliori. Il resto è storia…

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