Umberto Eco: “Il pendolo di Foucault” (1988) – di Gabriele Peritore

Il termine “complottismo” è ormai diffuso a dismisura nell’odierno gergo quotidiano. Grazie alla rete che ha “enormemente informato” ogni singolo cittadino di questo pianeta, sappiamo che esiste un’organizzazione mondiale, più o meno segreta, di stampo massonico (che non ha niente a che fare col nobile pensiero massonico), comprendente le più ricche multinazionali di tutti i settori di produzione, che controlla le nostre menti, che controlla i nostri consumi, che controlla i nostri gusti, le nostre vite e le nostre morti. Un sistema teso alla destabilizzazione, tramite disseminazione sistematica di terrore e disinformazione, che impedisce il normale svolgimento della vita quotidiana in modo da innescare paure, e bisogno di rivolgersi sempre alle stesse multinazionali che detengono il dominio assoluto del mercato. Quello che viviamo quotidianamente sembra davvero così ma è una sensazione reale o è soltanto frutto della nostra fervida fantasia? Umberto Eco già nel 1988 sembra farsi questa domanda nella sua imponente opera “Il pendolo di Foucault” (Bompiani/Harvill Secker 1988). A quanto pare questo fascino per le teorie complottiste ha radici molto antiche, probabilmente risalenti al periodo della nascita della sette o delle corporazioni di cui la storia è avvolta sempre nel mistero. Proprio il mistero che le ammanta, probabilmente, dà quell’impulso irresistibile alla nostra immaginazione, portandola a creare pensieri elucubranti che riguardano l’assetto o il programma d’azione di queste organizzazioni pur se trasparenti. Insomma, le teorie complottistiche nascono parallelamente al nascere delle sette. Così i Templari, da diffusori e difensori del cattolicesimo in Terrasanta, vengono accusati di essere seguaci di Bafometto, di praticare blasfemia e sodomia e quindi sterminati da altri ordini monastici della loro stessa religione tramite il sistema della Santa Inquisizione. Che dire dei Catari, pericolosi eretici e perseguitati anche loro, e i Rosacroce o i Gesuiti. Per non parlare dei Cabalisti. Proprio seguendo i segmenti delle sephirot della cabala si dipana la suddivisione dei capitoli del libro di Eco. In cui si muovono i tre protagonisti che lavorano in una casa editrice che si occupa di occultismo e che finiscono per rimanere affascinati dai documenti prodotti dai vari scrittori che pervengono in redazione. L’io narrante è affidato al personaggio di Causabon, che per molti tratti sembra ricordare le dinamiche intellettuali dello stesso autore e che è trascinato da una travolgente sete di conoscenza, immergendosi impavidamente tra i misteri tentacolari delle varie sette. Poi c’è Belbo che si avvicina alle dottrine delle società segrete per trovare la pace interiore. Conosciamo il suo tormento grazie al carteggio che tiene costantemente, come una storia nella storia, in cui racconta, con uno stile sempre più funambolico ma senza velleità letterarie (come afferma con decisione lui stesso), i suoi fallimenti sentimentali, soprattutto quello con Lorenza, la donna della sua vita. Poi c’è Diotallevi che sembra utilizzare la casa editrice come copertura per raggiungere scopi diversi e raccogliere dati sempre più inquietanti. I tre decidono di analizzare la storia degli ultimi ottocento anni del nostro Paese (che poi, fino a non molto tempo fa, era la storia del mondo) per comprendere se davvero ci possa essere una cospirazione di ordine massonico ed eventualmente formulare un loro piano. Per divertimento o come una forma di autodifesa che diventa una questione seria. Perché il fascino di una trama ordita nell’ombra che cospira per ottenere il controllo sulla vita di ogni singolo essere umano, finisce per contagiare anche le menti più scettiche. La trama del libro, come in una scatola cinese, si conglomera in una moltitudine di forme… come giallo, saggio storico, dislocazioni temporali, documento filologico e invenzione romanzata, tutto in forma fruibile e scorrevole, avvincente, difficile da staccarsene, nonostante la mole. A regnare su tutto l’ironia tipica di Umberto Eco che avverte già negli anni ottanta il pericolo che molta parte delle dinamiche sociopolitiche degli anni passati possano essere lette a posteriori come un generale, generico e generalizzato Complotto Mondiale. Con “Il pendolo di Foucault” l’Autore ordisce un Piano più credibile di qualsiasi altro complotto, per far comprendere come è facile cadere in tentazione. Mentre il pendolo di Foucault sta lì, ad oscillare perpetuamente, e con il suo moto a ricordarci che la Terra si muove, che la Terra è una sfera ovoidale e gira intorno al Sole. A scanso di equivoci.

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Un pensiero riguardo “Umberto Eco: “Il pendolo di Foucault” (1988) – di Gabriele Peritore

  • Luglio 7, 2019 in 2:15 pm
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    Ottimo Gabriele mi hai fatto venire voglia di rileggere Il pendolo.Ho poi letto la tua analisi di Goliardia Sapienza che mi sembra come al solito molto acuta. Un grande ciao

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