Ultimo selfie alla felicità (a Laura) – di Cinzia Pagliara

Federica avrebbe un nome suo, ma in questa brutta storia voglio chiamarla così: Federica, perché può essere abbreviato in Fede. Nessun nome le può stare meglio (tranne il suo), perché lei si fidava. Federica ha lunghi capelli scuri e occhi vivissimi e quasi sempre allegri. E’ minuta, frizzante, piena zeppa di sogni che non nasconde a nessuno. L’estate è trascorsa lunga, pigra, eccessivamente calda… la gente ciondola per le strade del suo paese lamentandosi. Il caldo rende nervosi, intolleranti, distratti. Fra poco ricomincia la scuola, tra i problemi economici di una terra che come in un lontano passato-mai-passato è divisa tra latifondisti di potere e popolo che può scegliere la dignità disperata o la criminalità generosa, e l’allegria di adolescenti che sui social hanno già ritrovato il clima di classe. La sera è bello cercare un po’ di fresco, anche in un paese che di bello non ha granché… c’è la villa comunale, il paninaro per le patatine e una coca fresca. C’è la semplicità che può essere così straordinaria… Federica è felice. Mancano tante cose, ma lei – lo ha scritto a scuola – realizzerà il suo sogno, e quindi sorride, del suo sorriso che brilla. Il cielo di fine estate ha sbavature rossastre anche nel buio, perché l’Etna si è risvegliato (mai, mai si addormenta davvero, pronto a rimproverare gli uomini e a far trattenere il fiato) e lancia fuoco nel nero della notte: immense esplosioni che affascinano e fanno stare con la testa piegata indietro in un continuo “ohhhhh” di stupore e rispetto. Federica gioca con il cellulare. Trova una foto della sua professoressa e clicca “mi piace”, fra poco si rivedranno e forse anticipa i tempi. Poi un selfie con la sua amatissima sorella. Nel mezzo Lui, sorridente, mentre loro lo baciano sulle guance. Agli uomini piace essere al centro di tutto, essere il centro di tutto. Parole felici… sì, un selfie alla felicità di quella straordinaria e semplicissima notte d’estate. Non ci sarà un risveglio da quella notte per Fede. Perché si fida. Si fida perché Lui è: “my dad”, con cuoricino accanto. L’estate vera e quella della sua vita finiscono alle sei di mattina. Tra urla, sangue, sirene, dolore che dilania, silenzio. Resta quel selfie come un pugno nello stomaco, come una ferita nelle nostre coscienze di adulti dispersi, resta quel suo sguardo felice di chi ha “Fede” in chi le sta accanto. Restano i giudizi sospesi  sempre gli stessi a ogni nuova vittima. Resta lei, bambina piena zeppa di sogni. Che non nascondeva a nessuno.
(a Laura, dalla sua prof.)

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