Ultimate Painting: “Dusk” (2016) di Porter Stout

Una buona band deve suggerirne almeno un altro paio, non importa se contemporanee o del passato. Idem per film e libri. Così nascevano le collezioni e le passioni destinate a durare una vita. Oggi non saprei dire.
C’e chi come me ha scoperto i Byrds ascoltando “Murmur” dei R.E.M. oppure Stooges e MC5 con il Punk seventies dei Ramones e di Richard Hell. Questioni anagrafiche: quando hai 16 anni nel 1983 conta di più possedere l’esordio nuovo di zecca dei Violent Femmes piuttosto che “Revolver” dei Beatles. A quel punto però, se scatta la molla della curiosità, il gioco dei rimandi diventa un domino infinito e ci si può divertire scoprendo, ascolto dopo ascolto e fatta salva una manciata di musicisti geniali e irripetibili, che nessuno ha inventato niente e ciò che conta davvero sono sensibilità artistica e capacità di entrare in sintonia con chi ascolta. Nel caso degli Ultimate Painting questa operazione è quanto mai stimolante: prendete i Belle and Sebastian di “If You’re Feeling Sinister”, immaginateli nel vortice di soffusa psichedelia di cui erano capaci i Velvet Underground, aggiungete il chitarrismo irregolare di Tom Verlaine, gli stop and go dei Feelies e avrete un’idea del sound dei Nostri. Tutte influenze di grande livello artistico, con le quali è difficile fare i conti, che gli Ultimate Painting riescono invece a metabolizzare pienamente offrendoci un songwriting senza tempo, cristallino e personalissimo, mai scontato o anacronistico.
Ecco dunque un’altra buona band che, pur non inventando niente di nuovo, si fa ascoltare con enorme piacere per bravura e capacità di evocare nomi importanti della storia del Rock. Gli Ultimate Painting nascono per iniziativa del londinese James Hoare e del mancuniano Jack Cooper, e prendono il via come uno dei tanti progetti collaterali tra componenti di gruppi già affermati (nel loro caso, Veronica Falls e Mazes). All’attivo hanno già due album: “Ultimate Painting” del 2014 e “Green Lanes” del 2015, entrambi recensiti benissimo in patria e non solo. Piccoli incantesimi Psych/Pop che catturano interesse all’istante, canzoni all’apparenza fragili, quasi confidenziali ma accuratissime negli arrangiamenti e ricche di sfumature. Con “Dusk”, il duo, divenuto nel frattempo un terzetto con l’ingresso in pianta stabile alla batteria dell’ex S.C.U.M., Melissa Rigby, realizza l’album della piena maturità artistica e uno tra i migliori dell’anno in senso assoluto. Dieci canzoni che si insinuano sottopelle, accattivanti e malinconiche al contempo, impreziosite dal continuo dialogare delle chitarre di Hoare e Cooper e dalle trame ritmiche imbastite da Melissa, il cui stile essenziale ricorda la Maureen Tucker dei VU.
Il brio delicato di Bills, splendido brano d’apertura, il cantato, gli arpeggi e il basso pulsante della rarefatta Monday Morning, Somewhere Central e le atmosfere sospese di I’m Set Free con la folgorante semplicità di Lead The Way e Silhouetted Shimmering fanno di “Dusk” un disco imperdibile.
Infine, una menzione a parte per le formidabili Song for Brian Jones Who Is Your Next Targettroppo belle per essere raccontate brevemente. Quindi, cercatele, perdete cinque minuti del vostro tempo e potreste ritrovarvi a non ascoltare altro per giorni. “Dusk” è una raccolta di canzoni che sanno dispensare suggestioni autunnali senza indurre alla tristezza, canzoni da ascoltare indossando la felpa più comoda che abbiamo, per meglio assecondare la routine di certe mattinate ammantate di noia esistenziale.
Il dolce far niente dei momenti passati a fantasticare sulla forma che le nuvolette del fumo delle sigarette e del caffè assumono. mentre salgono verso il soffitto della cucina. Fuori pioviggina, nella stanza affianco gli altoparlanti diffondono gli Ultimate Painting, lo smartphone è spento e va tutto bene.

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